Contributo per il 19 Giugno: Giornata Internazionale del Rivoluzionario Prigioniero (G.I.R.P.)
Contro la repressione imperialista, solidarietà e lotta di classe
Dal Medio Oriente
all'America Latina, dall'Europa all'Himalaya, le guerre contro i popoli oppressi
e le classi sfruttate attraverso esecuzioni, torture, sequestri e prigionia,
principalmente contro militanti comunisti e rivoluzionari, sottolineano con
quanta ferocia e sistematicità le potenze imperialiste e i loro servi, intendano
il "nuovo" corso di quella che loro stessi chiamano "lotta al terrorismo", che
altro non è che il tentativo di arginare, manu militari, la crisi che
attanaglia il sistema capitalista a livello internazionale.
Una dinamica controrivoluzionaria e antiproletaria che, in contrasto con le
dichiarazioni delle sirene riformiste sul carattere democratico e al di sopra
delle parti dello Stato e delle istituzioni politico-militari internazionali
(Onu, Nato, Wto, G-8, Ocse, ecc.), ne dimostra chiaramente la natura di classe
borghese, teso a preservare il sistema dello sfruttamento capitalistico e ad
eliminare tutto ciò che vi si oppone.
Concetti come rispetto dei "diritti umani e politici", delle "convenzioni
e legalità internazionali", sono sempre più carta straccia da riservare
per dichiarazioni demagogiche di prezzolati e opportunisti o, comunque, da rimuovere
nel momento in cui anche solo sotto l'aspetto formale, rappresentano un "inconveniente"
nella strategia di dominio e sopraffazione imperialista.
Nella società divisa in classi, lo Stato e le sue istituzioni, anche quelle
che appaiono più innocue, hanno quel carattere classista che riflette
gli interessi della classe al potere (la borghesia, in particolare oligarchica
e monopolista) che per governare necessita di un apparato di costrizione quali
forze armate e di polizia, reparti speciali, carceri e simili mezzi per sottomettere
con la violenza la volontà di emancipazione e di liberazione del proletariato.
Nella Giornata
Internazionale del Rivoluzionario Prigioniero (G.I.R.P.), oltre che riaffermare
l'essenza dell'apparato dello Stato, è importante denunciare il ricorso,
sistematico e scientifico, alla tortura contro i prigionieri politici e di guerra,
come un fatto non casuale ma intrinseco dell'azione repressiva dello Stato borghese
e l'evoluzione (per la classe dominante) della produzione legislativa, in particolare
in materia di "reati associativi".
Rispetto alla tortura non possiamo e non dobbiamo cadere preda delle manipolazioni
borghesi riformiste, che tendono a presentare il ricorso alla tortura come una
vergogna, possibile solo nelle buie e sperdute celle in terre lontane dalla
"civile" Europa. I paesi imperialisti, invece, utilizzano sistematicamente la
tortura per fiaccare e vincere la resistenza di chi mette in pericolo il loro
dominio, a livello nazionale e internazionale, verso i prigionieri rivoluzionari
e verso chi resiste con ogni mezzo in difesa dei popoli oppressi dall'occupazione
o dall'attacco imperialista.
In questo quadro rientrano le torture nelle carceri irakene da parte delle forze
militari Usa. I governi americano, inglese e italiano, si sono affannati a gridare
la loro estraneità e ad attribuire torture e sevizie all'azione di singoli individui.
Ma ad Abu Ghraib sono state esportate, da parte del Pentagono, le tecniche di
tortura e di violenza utilizzate su 600 prigionieri di guerra in Afghanistan
detenuti nella base americana di Guantanamo. Lo stesso trattamento è riservato
ai prigionieri rivoluzionari e ai combattenti per la libertà nelle carceri d'Israele,
della Turchia, del Perù …
Senza dimenticare di denunciare quanto accaduto nelle carceri speciali europee
negli ultimi decenni e come ha trattato la materia lo Stato italiano.
Nel nostro paese e nei paesi invasi, la tortura è stata (ed è) pratica costante,
nei vari periodi, della politica di espansione coloniale, per l'accaparramento
delle "migliori terre d'Africa", in concorrenza con altre potenze europee.
In Libia, a partire dalla fine dell'800, in Eritrea, in Somalia, in Etiopia,
sotto il regime fascista: non si contano le stragi, le deportazioni, i crimini
(i campi di concentramento, l'uso di gas contro le popolazioni, gli stupri,
i saccheggi, la confisca e la devastazione dei territori e del bestiame), le
esecuzioni capitali, le impiccagioni di resistenti e patrioti, le repressione
nel sangue della resistenza dei popoli d'Africa. Dal fascismo fino ai giorni
nostri, come in Somalia con la "missione di pace" del '94, quando furono
documentate le torture agli uomini e le sevizie alle donne da parte dei militari
italiani. Alla faccia degli "italiani brava gente?!".
Sul fronte interno, anche dopo il fascismo, i vari governi hanno sistematicamente
applicato la violenza (torture, sevizie, pestaggi, maltrattamenti …) nei confronti
dei prigionieri politici, in particolare, degli anni '70 e '80, oltre ad utilizzato
misure vigliacche quali l'isolamento (tortura bianca), le continue perquisizioni
corporali, le censure di ogni tipo, la negazione dei colloqui con familiari
e legali (dal famigerato art.90 all'attuale art.41 bis dell'Ordinamento Penitenziario)
… fino alle violenze di massa del G-8 a Genova, con l'infamia dei massacri nella
caserma di Bolzaneto e nella scuola "Diaz", ad opera di carabinieri e poliziotti
che la retorica mediatica imperialista tende, vergognosamente, a dipingere come
punti di riferimento etico-sociali, anziché con il ruolo che storicamente incarnano:
manganellatori a livello di piazza a difesa del capitale, da scagliare
contro le masse proletarie e popolari (ultima l'aggressione agli operai di Melfi
in lotta). Violenza che colpisce, nell'assoluto silenzio (a proposito
di "suicidi"), detenuti comuni e immigrati, fuori e dentro i cosiddetti "centri
di permanenza temporanea".
In questo quadro
politico-militare reazionario assumono particolare rilievo, come due facce della
stessa moneta controrivoluzionaria e antipopolare, la promulgazione delle famigerate
"liste nere" antiterrorismo contro forze politiche e movimenti rivoluzionari
e del reato di "assistenza agli associati" (art. 270 ter del Codice Penale),
figlio degli artt. 270 (associazioni sovversive) in vigore dal 1° luglio
1931 e 270 bis (associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale
o di eversione dell'ordine democratico) in vigore dal 6 febbraio 1980.
Con il 270 ter, dell'ottobre 2001, hanno voluto colpire non solo "chiunque
promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni …", ma
anche "chi dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti
di comunicazione a talune delle persone che partecipano alle associazioni indicate
negli artt. 270 e 270 bis …". Tutto ciò per criminalizzare ed attaccare
la solidarietà internazionale, per far terra bruciata attorno a chi partecipa
attivamente alla lotta di classe.
Di fronte a tutto
ciò è fin troppo chiaro che la sola via percorribile, che non sia la collaborazione
di classe proposta dallo Stato borghese e dai suoi agenti riformisti in seno
alla classe operaia ed al proletariato, è quella della lotta al sistema capitalista
e della solidarietà di classe con tutti quelli che, indipendentemente dalle
proprie posizioni ideologiche, politiche ed organizzative, si sono assunti la
responsabilità di fare della lotta per la liberazione del proletariato dallo
sfruttamento e dall'oppressione, la propria condotta di vita.
Le iniziative che si svolgono per la Girp sono una buona occasione per far sì
che non si trasformino in appuntamenti rituali o puramente celebrativi, né diventino
strumentali opportunità per coltivare propri orticelli, ma che siano,
invece, momenti importanti per un ampio dibattito ed un confronto reale tra
compagni e compagne sul tema della repressione e, soprattutto, utili a costruire
livelli di organizzazione più avanzati per la lotta e per la difesa.
19 Giugno 2004
Linearossa e Assemblea Nazionale Anticapitalista