Quanto accaduto a Matteo deve essere di insegnamento
Lunedì 8 novembre Matteo
Valenti, un giovane di 23 anni, è stato investito dalle fiamme dell'incendio
sviluppatosi nel capannone dell'azienda "Mobiliol" di tale
Pietro Martinelli, dove stava lavorando praticamente da solo e
solo da un mese, nel reparto produzione di cera per pavimenti.
Matteo ha riportato ustioni gravissime sul 90-95% del corpo, è stato ricoverato
nel reparto grandi ustionati dell'Ospedale di Sampierdarena a Genova, dopo 4
giorni è morto.
Il popolo di Viareggio si è recato a salutare, pieno di dolore, un suo
ragazzo alla Croce Verde ed ai funerali di lunedì 15. Alla Croce Verde era presente,
assieme a tanti altri, uno scritto: ."Penso che il destino a volte ci
giochi dei brutti tiri e che spesso non sia facile farsene una ragione ...
ognuno di noi trarrà un insegnamento da questo per rendersi migliore 0.0
Lui vorrebbe così".
Il dolore, lo sconforto, la speranza (appesa ad una macchina) che potesse
farcela, ci hanno impedito di dire la nostra. Dopo quanto scritto dai giornali,
quanto sentito in giro, ci preme far conoscere il nostro
punto di vista.
.
I fatti si possono raccontare anche in poche righe, ma quante ne occorrerebbero
per descrivere l'immenso dolore dei familiari, dei suoi cari amici, dei cittadini
che hanno affollato la camera ardente ed hanno partecipato ai funerali di Matteo?
E per quanto bisognerebbe moltiplicare questo dolore?
Quanti sono i morti e gli incidenti gravi sul lavoro?
Pensiamo a Matteo come dobbiamo pensare al dolore dei familiari di Alaya Mohamed,
giovane tunisino anche lui 23enne, morto in un cantiere edile a Torano, nel
comune di Carrara, tre giorni prima dell'incidente a Matteo, per il crollo di
un muro della casa in cui stava lavorando. TI dolore dei familiari che ricevono
la notizia là, in quei paesi dove il dolore è di casa, giorno e notte per tutto
l'anno. Come dobbiamo pensare al giovane albanese di 25 anni che a Forte dei
Marmi, lo stesso giorno dei funerali di Matteo, è rimasto schiacciato sotto
quintali di materiale mentre stava lavorando in una villa ed ora rischia di
perdere una gamba.
Anche la morte del giovane tunisino e il gravissimo incidente del giovane albanese
sono annunciati dal lavoro in nero, in subappalto, dalla mancanza di
norme sulla sicurezza e di esperienza per fare lavori così nocivi e pericolosi.
Continuare a dire "basta" non serve, occorre ben altro!
Caro/a amico/a di Matteo che scrivi di destino e fatalità, queste morti non
sono tutto del destino o della fatalità. Come potrebbero pensarlo i lavoratori
che ogni giorno si recano al lavoro con la spada di Damocle sulla testa? Lavoriamo
in condizioni disumane, per un sistema costruito sullo sfruttamento, sulla precari
età e sull'insicurezza, che i lor signori vogliono farci credere naturale
e giusto, ma così non è!
Chiediamolo ai lavoratori dell' edilizia, del marmo, delle cave, dei cantieri
navali, dei trasporti... a quanti, per anni e a loro insaputa, hanno lavorato
a contatto con l'amianto: i loro corpi non sono stati divorati dalle fiamme
o massacrati dal crollo di mura, ma distrutti giorno per giorno dal cancro.
Matteo era uno di noi, un giovane operaio, un figlio del popolo. Non dobbiamo
permettere che i nostri figli muoiano così.
Se qualcuno al lavoro o a scuola ci dirà di stare zitti e lavorare o studiare,
ricordiamoci di Matteo!
Se ci diranno di non lottare, di divertirei e non pensare a certe cose, pensiamo
a Matteo!
Qualcuno più autorevole e credibile di noi ha scritto "o socialismo
o barbarie!"
Questo è quello che pensiamo noi: la morte di Matteo è una barbarie.
Le morti sul lavoro sono un
crimine contro l'umanità