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La Redazione di Linearossa
invita i lettori e le lettrici del foglio ad abbonarsi
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o a rinnovare labbonamento inviando il contributo al ccp: 11832557 intestato
a Madesani Giuseppina, Viareggio (Lu) specificando la causale.
[ Alcuni articoli del Foglio del 18/06/2004]
Per il nuovo giornale
Sono
trascorsi circa sei anni dalla pubblicazione del primo numero di Linearossa (17
gennaio 1998). Un anno fa iniziavamo la pubblicazione dei tre numeri
sperimentali de “la linea rossa per l’assalto al cielo” insieme ai compagni e
alle compagne dell’Assemblea Nazionale Anticapitalista (ANA). Con questi tre
numeri abbiamo propagandato i contenuti e fatto conoscere i risultati della
Festa Nazionale che avevamo organizzato congiuntamente, nel mese di Agosto, a
Forno (MS)
Con questo numero sospendiamo,
per un periodo determinato (circa 10 mesi), la pubblicazione di Linearossa per
dar vita, insieme all’ANA, ad un nuovo giornale.
Ringraziamo tutti coloro che hanno sostenuto, in vario modo, il nostro foglio.
Abbiamo ricevuto lettere, articoli, informazioni, solidarietà, contributi
economici. Un sostegno che, per il nuovo giornale, ci auguriamo possa crescere in quantità e qualità.
Nello scorso numero di Linearossa abbiamo dovuto
salutare, per sempre, il nostro direttore responsabile: il compagno
Angiolo Gracci. Questo tristissimo fatto che accompagna la sospensione della
nostra pubblicazione è, per noi, una spinta in più a riflettere sul lavoro che
abbiamo svolto in questi anni. Anni in cui “fare
il foglio Linearossa” ha significato in primo luogo imparare, imparare e
ancora imparare. “Che cosa abbiamo,
imparato?” ci sembra il contenuto più giusto per l’articolo con il
quale vogliamo salutare i nostri
lettori e le nostre lettrici.
Dal 1998, senza contare le locandine ( 2 sull’8 Marzo, 1 sulla guerra in
Iraq), i fogli “Speciale ferrovieri” fatti nel 2000 e quelli sperimentali
con l’Assemblea Nazionale Anticapitalista del 2003, abbiamo prodotto 65 Fogli
Linearossa. Li abbiamo diffusi in maggioranza nelle manifestazioni, nei presidi,
nelle fabbriche e nei posti di lavoro dove lavoriamo e interveniamo. Facciamo
regolarmente una spedizione che comprende abbonati, circoli, centri sociali e
centri di documentazione.
Abbiamo dedicato molto spazio a lotte grandi e piccole, in particolare le lotte
della classe operaia, per combattere l’isolamento, la denigrazione e la
sfiducia che la borghesia semina tra le masse. Ci siamo occupati di lotte che
avvenivano in Inghilterra come i portuali di Liverpool o il movimento dei
disoccupati in Francia. Abbiamo scritto del saccheggio dei vari governi: governo
di centro sinistra e di centro destra. Abbiamo scritto della società
socialista, l’unica società dove è possibile mantenere e sviluppare le
conquiste dei lavoratori. Dei disastri ambientali, delle morti per amianto,
degli incidenti ferroviari, del processo Enichem. Della repressione che colpisce
lavoratori, lavoratrici, giovani, comunisti, rivoluzionari al fine di impedire
alle classi oppresse di dotarsi di determinati strumenti e mezzi di lotta.
Abbiamo scritto lettere, fatto appelli e pubblicato bilanci, resoconti,
volantini e comunicati di Linearossa; come abbiamo accolto lettere, appelli,
comunicati, articoli di singoli e di altre organizzazioni. Abbiamo fatto
articoli per l’8 marzo, 25 Aprile, 1° maggio, per il 19 Giugno, per la
Rivoluzione d’ottobre, la Comune di Parigi, la nascita del Partito Comunista
d’Italia. Abbiamo riportato brani di Lenin, Stalin, Mao; ricordato alcuni
compagni cari che non ci sono più; fatto conoscere Tania Bunke . La Resistenza
43-45. E ancora gli insegnamenti sulla Resistenza che ci vengono da Pietro
Secchia, Arturo Colombi, Giovanni
Pesce. Abbiamo dato spazio e commento l’Art. 18, la legge “Bossi –Fini”,
l’attacco alle pensioni e i lavoro interinale. Abbiamo scritto sulle guerre
imperialiste, sulla resistenza irachena, palestinese e sulla guerra popolare
nepalese. Abbiamo scritto di Cuba, di Carlo Giuliani, dei prigionieri politici
turchi e del presidente Ocalan. Abbiamo scritto sull’imperialismo e sul
comunismo. Sul fascismo e l’antifascismo. Abbiamo scritto sui sindacati di
regime. Abbiamo scritto sulla ricostruzione del partito comunista e sulla
rinascita del Movimento Comunista.
Pensiamo che riflettere su questi fatti di cui ci siamo occupati significa,
innanzitutto, aver capito la necessità di “collocarci”
ed è questo la cosa essenziale che abbiamo imparato: un insegnamento necessario
come l’aria che respiriamo. Collocarci tra il Movimento Comunista Internazionale e le masse, tra
la lotta di classe di ieri e quella di oggi. Una collocazione che ha permesso a chi è venuto prima di noi e ha
lottato per la nostra stessa causa di formare, con le larghe masse dei
lavoratori e delle lavoratrici, una catena fortissima, di conoscere il mondo e
di trasformarlo. Una collocazione che,
ancora oggi, ci permette di formare questa catena, di conoscere il mondo e di
trasformarlo verso l’unica soluzione positiva per le classi sfruttate e i
popoli oppressi del mondo. Marx diceva che la coscienza è una cosa che ciascuno
deve fare propria, anche se non lo vuole. Noi che vogliamo che la nostra
coscienza cresca pensiamo che dobbiamo consapevolmente, nel numero maggiore
possibile, in modo organizzato e al più presto collocarci e imparare
attraverso lo studio e la lotta.
Con i 65 fogli di Linearossa che hanno costantemente ora accompagnato, ora dato
impulso al nostro lavoro politico, abbiamo imparato questo. Il nuovo giornale
avrà un nuovo nome, ma lavoreremo affinché questo insegnamento continui ad
orientarci e lo stile di lavoro che ne consegue sia confermato e sviluppato.
Sulla
tortura
Quando le torture sono
troppo evidenti sui corpi dei torturati, quando ci sono troppe testimonianze,
quando le immagini delle torture non si possono cancellare lo Stato della
borghesia percorre generalmente due strade complementari. La prima, possiamo
chiamarla particolare, è quella di punire gli abusi dimostrando in questo modo
che si è trattato di azioni individuali e sporadiche, in ogni caso circoscritte
e confermando con la punizione, cosa principale, l’assoluta “democraticità
dello Stato”.
Con questa
campagna, lo Stato capitalista
-si
rivolge a coloro che vorrebbero lo Stato dei padroni più buono ed umano e
gridano allo scandalo quando il potere diventa troppo pesante.
A questi fa capire che non si può volere gli schiavi sottomessi e non volere
l’uso del bastone! A questi si rivolge, in primo luogo, la Magistratura, dopo
il fascismo, quando per non concedere l’amnistia ai seviziatori fascisti non
ritenne sufficiente l’uso di sevizie, ma
richiese l’uso di “sevizie particolarmente efferate”; negli anni 80 dicendo che “se
la tortura è moderata non si vede perché non debba essere cosa lecita”;
oggi introducendo il concetto di tortura se…c’è reiterazione.
-Si rivolge a coloro che oggettivamente, per la loro collocazione di
classe sono i destinatari delle bastonate, e hanno esperienza diretta di cosa
significa , in pratica, le parole , tanto care ad A. Ciampi, sull’Etica dello
Stato. Uno Stato, cioè, che per sua natura, indipendentemente da chi lo
amministra, deve garantire la dittatura della borghesia: il suo dominio, i suoi
profitti, i suoi privilegi.
Ma avere esperienza diretta non significa ancora avere conoscenza ed è contro
questa conoscenza che lavora la campagna di formazione dell’opinione pubblica.
Ai lavoratori e alle lavoratrici si rivolgono quindi tutti dall’ esercito alla
stampa, perché, come diceva Lenin nel 1918, difficilmente si trova una
questione che sia stata così imbrogliata dai rappresentanti della scienza,
della filosofia, della giurisprudenza, dell’economia politica, del giornalismo
borghese come quella dello Stato.
E’ in difesa dello Stato sedicente democratico, intorno a questo continuo
imbroglio, per mettere insieme oppressi ed oppressori, sfruttati e sfruttatori,
chi si appropria (una minoranza) del lavoro di alcuni e chi è costretto (la
maggioranza) a vendere la propria capacità lavorativa
che si gioca una partita fondamentale, in cui anche la tortura, come si
è visto sopra, trova la sua giusta
collocazione. Durante il fascismo, ma anche ai nostri giorni, chi è stato
torturato e lo ha potuto raccontare ha fatto appello, dentro di sé, per
resistere, all’appartenenza di classe, alla propria coscienza politica e
contemporaneamente ha alzato un muro tra sé e il nemico. Chiudersi dicono e non
rispondere a nulla. Questa comprensione è la stessa che la classe dominante
deve impedire in tutti i modi. Deve impedire che la lotta di classe si sviluppi,
che si formi, si organizzi e acquisti coscienza il campo di tutti gli sfruttati
ed oppressi ed in base a questa unità, organizzazione e coscienza si separi
sempre più nettamente dal campo degli oppressori e degli sfruttatori.
-Infine si rivolge a se stessa e diventa “celebrativa”. Ricorda che
dobbiamo la nostra libertà agli USA e a chi contrappone o affianca i partigiani
agli USA o L’Armata Rossa agli USA dice che sbaglia per il semplice motivo che
solo gli USA lottavano veramente per ristabilire
la democrazia borghese: la libertà di continuare a sfruttare e
opprimere, la libertà di opporre ad una dittatura apertamente terroristica
ormai allo sfascio, una nuova e vigorosa dittatura borghese. “Chi non ha
memoria non ha futuro” dicono a se stessi! Chi non ha memoria di quello che le
masse e i popoli, quando prendono in mano il loro destino, possono fare, chi non
ha memoria di essere “seduto su di una polveriera” che può fare?
E’ solo grazie a questa memoria che tutto quello che gli imperialisti e
i reazionari fanno diventa chiaro e comprensibile, tortura compresa. Per noi
sempre più chiaro che la loro ostentata forza non è altro che debolezza
strategica.
La tortura è una manifestazione della grande paura che la borghesia ha, la sua
vittoria, al di là delle dichiarazioni ufficiali non sta nel sacrificare
alcuni ( i torturatori) per salvarsi la faccia, ma, nel voler ad ogni costo
stringere tutti e nonostante tutto
attorno al suo Stato.
La
Resistenza irachena è cosa seria...altro che terrorismo!
Contributo letto in piazza il 25 aprile da un compagno del Comitato
contro la repressione
Chi, oltre un
anno fa, coerentemente si è battuto per la Pace e contro la guerra imperialista
che la coalizione anglo-americana, in primo luogo, ha condotto a suon di bombe e
di missili contro il regime di Saddam Hussein, provocando decine di migliaia di
morti, distruzione e miseria, oggi altrettanto coerentemente non può che
esprimere solidarietà e manifestare il proprio sostegno alla resistenza del
popolo iracheno.
Il regime di Saddam è stato per anni sostenuto e finanziato dagli Usa, ha
perseguito, tra l’altro, e realizzato l’eliminazione fisica e
l’incarcerazione di migliaia di comunisti iracheni, e questo con il consenso
di quanti oggi si riempiono la bocca su “democrazia e libertà”.
Saddam, una volta mostratosi non più il docile servitore di cui gli Usa hanno
bisogno, è stato additato (per giustificarne l’invasione prima e
l’occupazione poi) come sostenitore del “terrorismo internazionale” e
detentore di armi di distruzione di massa. Due pretesti per condizionare la
pubblica opinione e scatenare, così, la guerra e l’aggressione come se, tra
l’altro, gli Usa potessero, non solo detenere armi di distruzione di massa, ma
persino decidere chi può e chi deve possederle: loro e i fidi alleati.
E’ l’imperialismo che non può vivere senza sfruttare e opprimere e deve
mantenersi con la forza in ogni angolo del mondo. E’ l’imperialismo Usa che
svolge la funzione di gendarme contro l’umanità, scatenando guerre di
distruzione di massa. Questo è il vero terrorismo!
Chi oggi sostiene la resistenza irachena (che ha un consistente appoggio
popolare) contro gli occupanti rappresenta la continuità con chi coerentemente
si è mobilitato per la pace. I pacifisti di allora sono gli stessi che
oggi non possono sostenere la resistenza irachena in quanto appunto pacifisti
e non invece: per la pace. Lottare per la pace vuol dire opporre la
necessaria forza per contrastare chi impedisce la pace e, quando occorre,
esercitare la resistenza armata che i popoli oppressi e le classi sfruttate sono
costrette a fare per la propria autodeterminazione e la propria liberazione. Ciò
avviene oggi in Iraq, in Palestina, come in passato è avvenuto in Vietnam o in
Italia durante la Resistenza 1943-45.
Il pacifismo, o il suddetto movimento, sottintende,
invece, una concezione di resistenza passiva (nel miglior dei casi), o di
sudditanza che contribuisce a disarmare politicamente e militarmente i popoli
oppressi e le classi sfruttate, generando l’utopistica e irresponsabile
illusione che l’aggressione imperialista passa essere sconfitta con formali
risoluzioni, fiori o preghiere …
La resistenza dei popoli oppressi è cosa seria che non può essere confusa con
il terrorismo o, addirittura, con lo stragismo.
Il terrorismo è una pratica che tende ad intimorire, fino a
terrorizzare, le popolazioni in generale; lo stragismo aggredisce le masse
popolari e nel nostro paese conosciamo, purtroppo, fin troppo bene la
“strategia della tensione” e le stragi di Stato (ancora ufficialmente
senza verità e impunite).
Il terrorismo e azioni devastanti come quella dell’11 settembre ‘01 o
dell’11 marzo scorso, non potranno mai risolvere i problemi dei popoli
oppressi e delle classi sfruttate perché solo i popoli oppressi e le classi
sfruttate possono condurre in prima persona la lotta, la cui massima espressione
è la guerra popolare rivoluzionaria, per la propria emancipazione fino
alla completa liberazione. Lo stragismo ha in sé la distruzione, anche fisica,
delle masse popolari e l’obiettivo di ricacciare indietro l’avanzata di
movimenti rivoluzionari e progressisti, ostacolando lo sviluppo della lotta di
classe. Lo stragismo è esclusivamente opera delle forze reazionarie al potere,
come le stragi avvenute nel nostro paese negli anni ‘70 e ‘80 dimostrano, o
di forze che intendono far tornare indietro la ruota della storia.
Il sistema capitalista, pur di risolvere i conflitti e le proprie
contraddizioni, non esita a trascinare l’umanità nel vicolo cieco della
guerra, della miseria, della distruzione, del terrore. I popoli oppressi e le
classi sfruttate, per impedire simili tragedie, non possono che lottare e
resistere come stanno facendo sia in Iraq che in Palestina.
Chi ieri si è sinceramente mobilitato per la pace ha, oggi, il compito di
sostenere la Resistenza di un popolo che combatte contro l’invasore e contro
l’occupante.
La Resistenza, proprio perché è cosa seria, … continua
La lotta è di classe:
da Melfi
A
Melfi la lotta è iniziata con i lavoratori dell’indotto (23 aziende, con
circa 3.000 operai, organizzate nel consorzio Acm), con scioperi alla Lear, alla
Magneti Marelli e all’Arvil contro la mobilità e la cassa integrazione. La
protesta ha avuto inizio martedì 20 aprile, quando la direzione della Sata-Fiat,
come rappresaglia, ha messo in libertà gli operai (per mancanza di pezzi da
lavorare) senza concedere la Cig. Ai cancelli della fabbrica si sono formati
capannelli e con un documento unitario dei delegati Rsu di tutti i sindacati,
gli operai hanno deciso il blocco totale della produzione.
Gli operai e le operaie della Sata-Fiat, da 10 anni
costretti a subire soprusi e vessazioni, con la compiacenza dei vertici
sindacali nazionali, sono scesi in lotta contro i bassi salari (1.500€ in meno
all’anno rispetto agli altri operai del gruppo Fiat), i turni disumani come la
doppia battuta (12 notti consecutive), il supersfruttamento attraverso
l’applicazione del Tmc2 (Tempi dei movimenti collegati - seconda versione) che
significa aumento dei carichi di lavoro di oltre il 20%, clima carcerario in
fabbrica con 9000 provvedimenti disciplinari negli ultimi 3 anni.
Per isolare e scoraggiare i lavoratori in lotta, l’azienda ha tentato di
fiaccarne la volontà e di dividerli, prima mettendone una parte in libertà,
poi firmando un accordo separato con Fim, Uilm e Fismic (questi stessi sindacati
hanno organizzato una marcetta di 150 tra capetti e ruffiani, emulando
“la marcia del 40 mila” dell‘80), infine attuando l’aggressione
poliziesca e le provocazioni sugli operai “violenti e facinorosi” …
Tentativi che, di fronte alla volontà ed alla determinazione dei lavoratori,
sono miseramente falliti!
L’efficace
lotta degli operai di Melfi, come quella degli operai del gruppo Fiat di poco più
di un anno fa, evidenzia anche la spaccatura sindacale nei metalmeccanici: da
una parte Fiom e Cobas a sostenere la volontà dei lavoratori, dall’altra Fim,
Uilm e sindacatini gialli schierati con il padrone. Allo stesso tempo, lotte
operaie come queste aprono contraddizioni e conflitti nella stessa Cgil tesa a
ridimensionare ogni forma di conflitto e a subordinare la lotta stessa all’
“opposizione politica” ed alla sinistra borghese.
La
lotta di Melfi ha, comunque, strappato importanti risultati sul piano salariale
e normativo; risultati che sono il frutto di quella particolare e specifica
lotta. I risultati sono, e non potrebbe essere diversamente, al di sotto delle
aspettative rispetto ai bisogni e alla lotta dispiegata. Non potrebbe e non può
essere diversamente in quanto la stessa Fiom, che anche per la forte spinta di
base, ha favorito e sostenuto la mobilitazione, non è il sindacato di classe di
cui necessita la classe operaia perchè non vi è quella forza politica
indipendente (il partito comunista) in grado di rappresentare il centro
ideologico e politico di ogni lotta e mobilitazione.
Sono anni, ormai, che gli operai della Fiat
Mirafiori subiscono un pesante attacco che sembra non aver fine, con la
prospettiva (o la minaccia ?) del totale smantellamento dello
stabilimento. Cassa integrazione ordinaria e straordinaria, mobilità,
trasferimento di produzioni in altre aziende Fiat (la Punto Idea che doveva
essere trasferita a Melfi a luglio del 2004 lo sarà, invece, a dicembre a causa
dei 21 giorni di blocco della produzione di Melfi che hanno svuotato i magazzini
e quindi, in questi mesi, sarà necessaria una maggiore produzione), continua
espulsione di manodopera: in due anni alle Carrozzerie di Mirafiori l’organico
si è ridotto del 50%, da 11.000 addetti nel 2000 a 5.400 nel 2004.
I programmi aziendali e l’ostinazione in una linea sindacale concertativa non
hanno fatto altro che aggravare una situazione già difficile per i lavoratori,
tanto in Fiat che altrove. Le risposte più significative ed efficaci
all’attacco al mondo del lavoro sono pervenute, invece, da particolari e
specifiche lotte e, per quanto riguarda il comparto Fiat, da quelle di Termini
Imerese, dell’Alfa Romeo di Arese, della stessa Mirafiori e recentemente della
Sata-Fiat di Melfi. I positivi risultati sono stati ottenuti attraverso la
mobilitazione e la lotta, una strada possibile e percorribile, oltre che
necessaria, anche per le operaie e gli operai della Fiat e dell’indotto della
provincia di Torino.
Le lotte nei vari stabilimenti hanno mostrato l’unità, la determinazione e
l’organizzazione della mobilitazione. Hanno confermato, se ancora ve ne fosse
bisogno, che quando la classe operaia scende in campo, come nel caso di Termini
Imerese, di Terni e di Melfi, diventa il centro ed il motore dello
scontro di classe e rappresenta il principale riferimento per tutti gli altri
settori popolari costretti a difendersi dall’attacco sferrato, da governo e
padronato, alle loro condizioni di vita e di lavoro. In questi territori,
infatti, abbiamo visto la popolazione stringersi attorno alle lavoratrici e ai
lavoratori in lotta e mobilitarsi con loro.
Le mobilitazioni operaie in questi ultimi due anni hanno saputo sperimentare
nuove forme di lotta e di organizzazione della lotta stessa per
gridare le proprie ragioni, per difendersi meglio e per strappare risultati
concreti. Così è stato, con le dovute differenze, per gli operai di Termini
Imerese, per gli autoferrotranvieri, per gli operai delle acciaierie di Terni,
per i lavoratori dell’Alitalia, per Melfi.
Queste importanti esperienze, ed in particolare l’ultima di Melfi, mostrano
che le lotte della classe operaia, condotte a determinate condizioni, producono
avanzamenti e progressi, in termini di coscienza, di organizzazione, di capacità
nel condurre vertenze che ostacolano il tentativo di far pagare la crisi del
capitale a settori del proletariato e delle masse popolari.
Queste lotte hanno avuto, tra l’altro, il pregio di contagiare altre
realtà lavorative colpite dalla crisi; infatti un numero sempre maggiore di
lavoratori si convince che bisogna “fare come all’Atm o a Melfi”.
In queste settimane, così è stato ai Nuovi Cantieri Apuania di Marina di
Carrara (Ms) e alla Polti di Piano Lago in Calabria con il blocco della
produzione per giorni.
Noi partecipiamo a questa “24 ore per Mirafiori” per essere al vostro
fianco nella lotta, convinti che la solidarietà ed il sostegno sono forme
concrete per combattere l’isolamento e la denigrazione che i nemici, ed i
falsi amici, della classe operaia diffondono ad arte contro i lavoratori in
lotta.
Inoltre, in numerose aziende, abbiamo diffuso volantini di informazione sulla
lotta di Melfi e di solidarietà agli operai per l’aggressione poliziesca subìta.
E’ disponibile l’opuscolo “Fiat - Storia di una resistenza” sulle lotte a Mirafiori contro il Tmc-2. Può essere richiesto alla redazione
Effetto Melfi …
Marina di Carrara (Ms).
Dopo mesi di mobilitazione (al costo anche di 8 denunce) in difesa dei posti di
lavoro, gli operai dei Nuovi Cantieri Apuania (NCA) e delle ditte di appalto
hanno bloccato tutta la produzione per diversi giorni costringendo l’azienda a
rivedere, per il momento, il suo piano di ristrutturazione (trasformare
la produzione da grandi navi a quelle da diporto) che comporterebbe la perdita
di centinaia di posti di lavoro.
La lotta, con caratteristiche simili a Melfi, ha impedito questo arrivando ad un
accordo con la Società che prevede 2 nuove commesse e lavoro per tutti ancora
per due anni. Una boccata d’ossigeno importante per gli oltre 1.000 lavoratori
dei NCA.
Ora si tratta di iniziare ad organizzarsi per il prossimo futuro.
Difendere
la vita di compagni Garauv, Yadhav e Alemagar
Dopo il compagno Garauv del Partito Comunista Nepalese
(Maoista) [PCN (M)], arrestato in India con motivazioni pretestuose mentre era
in partenza per l’Europa, dove avrebbe dovuto tenere conferenze sulla guerra
popolare, nelle scorse settimane lo Stato fascista indiano ha portato a termine
un altro crimine contro il popolo nepalese. Due alti dirigenti del PCN(M) sono
stati arrestati in India e subito consegnati alla dittatura fascista-militare
nepalese.
Grazie all’asse controrivoluzionario India-Nepal i compagni Yadhav e Alemagar
sono finiti nelle mani di un regime che continua a macchiarsi di crimini di ogni
genere, dall’assassinio di popolazioni disarmate alle torture, dalle uccisioni
di feriti alle sparizioni dei prigionieri di guerra.
La vita dei compagni Garauv, Yadhav e Alemagar è in pericolo.
Costruiamo iniziative di denuncia e di solidarietà in difesa della loro
vita.
Sosteniamo il PCN(M) e la guerra popolare in Nepal nella prospettiva
della piena instaurazione di una Stato di Nuova Democrazia sulla strada del
socialismo e del comunismo.
(tratto dal foglio “Nepal: 8° anniversario della guerra popolare” a
cura del “Collettivo Comunista A. Gramsci” di Trento).
Viareggio,
venerdì 28 maggio si è svolta l'iniziativa
per Cuba e i 5 compagni cubani detenuti nelle carceri Usa
La compagna Maria Elena Pena e i compagni Carlos Ruiz
Domingo Tejera, Jesus Guillermo Del Valle Guzman (Tatica) e Felipe Antonio
Lezcano Quesada sono arrivati da Roma nel primo pomeriggio e sono stati ricevuti
dall’Amministrazione comunale di Viareggio.
In serata, la compagna cantante, il compagno attore ed i compagni chitarristi
hanno tenuto lo spettacolo al C.S.A. “S.A.R.S.”, frequentato
prevalentemente da giovani. Prima dello spettacolo si è tenuta la cena sociale,
a seguire gli interventi dell’Associazione di Amicizia Italia-Cuba
della Versilia, del Comitato “Cuba Resiste” di Lucca e di un compagno
del “S.A.R.S.”, promotori dell’iniziativa assieme al Comitato di
Appoggio alle lotte dei popoli di Viareggio e Versilia e al Comitato di
Solidarietà con Cuba “Fabio Di Celmo”.
Gli interventi hanno sottolineato: - l’importanza della solidarietà
internazionalista nei confronti di Cuba e del suo popolo che da decenni
resiste all’aggressione dell’imperialismo Usa; - la denuncia dei
provvedimenti, anche recenti, dell’amministrazione capeggiata da Bush che
tendono a strangolare l’economia cubana con l’obiettivo di rovesciare il
potere politico costruito con la Rivoluzione; - il sostegno ai 5
compagni eroi della Rivoluzione cubana detenuti nelle carceri Usa.
Lo spettacolo, applaudito ripetutamente, è stato seguito con passione da circa
250 compagni/e; all’iniziativa, che si è svolta dalle ore 20.00 alle ore
01.00, hanno partecipato complessivamente molte più persone.
I commenti sono stati, da parte dei presenti, molto positivi per la bravura e la
professionalità manifestata dai compagni artisti e per il contenuto e
l’organizzazione della serata.
Sabato 29, i compagni cubani sono stati accompagnati a visitare Torre del Lago
Puccini (Lu), Pisa e Firenze e poi sono ripartiti per Roma.
Comunicato
sui fatti del 5 giugno a Padova
L'Assemblea Nazionale Anticapitalista e Linearossa
esprimono la piena solidarietà militante e di classe ai/le compagni/e del “Gramigna”
colpiti nuovamente dalla repressione dello Stato capitalista.
Questa ennesima azione di forza della polizia è un'ulteriore dimostrazione di
come lo Stato tratta l’opposizione all’attuale regime ed il conflitto
politico e sociale.
In piena campagna di guerra sul fronte internazionale e di repressione
preventiva sul fronte interno, alimentata anche dal clima elettorale, le
cariche, i pestaggi, le denunce, le perquisizioni, gli arresti ed il carcere
fanno parte dell'azione dello Stato, dei suoi governi e dei suoi apparati di
prevenzione, di controllo e di repressione.
C'è totale continuità tra il sostegno alla guerra imperialista delle truppe
d'occupazione italiane in Iraq, le cariche di polizia agli operai della Fiat di
Melfi e la repressione sistematica delle componenti del movimento di classe e
rivoluzionario che lottano contro la borghesia imperialista, italiana ed
internazionale.
Rispondiamo alla repressione con la solidarietà di classe e con un movimento
rivoluzionario e proletario unito ed organizzato.
Fuori i compagni dalle galere.
Senza tregua contro lo
Stato del Capitale
06
GIUGNO 2004
Solidarietà per
Dorigo
Livorno. Il 14 maggio scorso, Linearossa ha
partecipato al presìdio in favore di Paolo, promosso da vari organismi, di
fronte al Tribunale. Paolo è sotto processo in quanto accusato di “danneggiamenti
ed altri reati” commessi per essersi opposto alle violenze subìte e al
trasferimento nella sezione di psichiatria nella primavera del 2002.
La giustizia borghese processa Paolo per aver difeso ostinatamente la sua
identità di rivoluzionario da continue umiliazioni, soprusi, vessazioni e aver
impedito il suo tentativo di annientamento.
Il processo è stato rinviato ad ottobre
[Alcuni articoli del Foglio del 06/03/2004]
Con la Resistenza irakena e palestinese!
Il 20 marzo ‘03
iniziava la guerra anglo-americana, con il supporto dei paesi della Nato,
contro l’Iraq, una guerra che seguiva a un lungo e criminale embargo
verso questo paese, precedentemente distrutto durante la guerra del Golfo nel
‘91.
Il 1° maggio
‘03 il presidente Usa, Bush, dichiarava la fine della guerra a fronte di una
resistenza popolare sempre più incisiva che, con il tempo, riusciva a combinare
azioni di guerriglia con sommosse e manifestazioni di piazza, e cominciava a far
sentire la sua voce contro invasori ed occupanti, ogni giorno più feroci che
possiedono le più tremende armi di distruzione di massa.
In tutto il mondo
milioni di uomini e donne hanno dato vita a grandi manifestazioni contro la
guerra e per la pace, un movimento ampio e variegato che ha riempito strade e
piazze nei mesi che hanno preceduto l’inizio della guerra e nei giorni
immediatamente successivi.
Dopo, le
manifestazioni nel nostro paese sono cessate di colpo: a nostro avviso perché
alla testa di queste manifestazioni ci sono istituzioni e organismi che non
possono e non vogliono lavorare per lo sviluppo della lotta di classe favorevole
ai lavoratori e alle lavoratrici, ma solo cavalcare, per interessi di bottega,
la giusta indignazione popolare alla guerra; una forza, quella delle
mobilitazioni, da spendere politicamente a proprio vantaggio nella lotta
politica e nelle varie contese e lotte intestine.
Abbiamo
partecipato alle grandi manifestazioni con l’obiettivo di portare il nostro
contributo contro la guerra imperialista; nei mesi del riflusso, là dove le
nostre forze ce lo hanno permesso, abbiamo continuato la mobilitazione per un
lavoro di sensibilizzazione, controinformazione e informazione. Consideriamo
questo modo di procedere positivo, ma si tratta solo di una goccia nel mare.
Riguardo alla
propaganda che abbiamo svolto: ritenevamo fosse necessario andare oltre il fatto
che la guerra all’Iraq è una guerra di rapina, visto che tutte le guerre
imperialiste lo sono. Ci siamo sforzati di mettere in luce che, a causa della
crisi generale del sistema capitalista, le contraddizioni di questa epoca (tra
paesi imperialisti, tra questi e i paesi dipendenti, tra borghesia e
proletariato) vanno verso il loro massimo sviluppo e che le varie frazioni di
borghesia imperialista per far fronte a queste contraddizioni non possono più
governare come nel passato. Questo è il dato che caratterizza la politica
interna ed internazionale dei paesi imperialisti.
L’esempio della
parabola discendente di un personaggio come Saddam Hussein, in un primo tempo
istruito (ricordiamo, per esempio, come nel ’82 arrivano, a Bagdad, i caccia
francesi, gli esperti tedeschi e la tecnologia inglese ed italiana) e foraggiato
dagli Usa, è in questo senso illuminante. O l’introduzione da parte di Usa e
Gran Bretagna del concetto di “difesa legittima preventiva” ignoto al
diritto internazionale. Intanto il governo Berlusconi-Bossi-Fini, che partecipa
alla spartizione del bottino irakeno, come i governi precedenti (non
dimentichiamo l’avvallo diessino all’aggressione Nato contro la Jugoslavia),
continua nella sua opera di smantellamento ed erosione delle conquiste che le
classi subalterne, a costo di enormi sacrifici e anche a prezzo delle loro vite,
avevano conquistato nei decenni successivi alla fine della 2° Guerra mondiale
Anche in politica
interna i nostri oppressori non possono continuare a governare come in passato e
devono attaccare tutto, sviluppare vari strumenti repressivi, farsi le
“scarpe” l’uno con l’altro, perché nessuno vuole “scomparire”, ma
anche portare avanti un attacco sempre più insidioso e denigratorio verso il
comunismo, in generale, e verso la Resistenza 1943-’45, in particolare. Come
abbiamo scritto in diverse occasioni e come continueremo a scrivere: per
“disarmare” la resistenza di classe nel nostro paese e attaccare la
resistenza dei popoli nel mondo.
In occasione
della manifestazione del 20 marzo vogliamo ricordare che la resistenza del
popolo iracheno dice ai popoli oppressi e alle classi sfruttate dei paesi
imperialisti quello che già hanno imparato altri popoli, come il popolo
palestinese, quello che a suo tempo, durante la Resistenza 1943-‘45,
impararono i nostri padri e le nostre madri e i loro padri e le loro madri: i
popoli oppressi e le classi sfruttate non si sottomettono facilmente, non si
fanno facilmente spogliare, derubare, opprimere.
La resistenza di
classe e dei popoli sono di stimolo, di esempio e di aiuto reciproco. Mostrano
che nessuno è solo, nel mondo, nella sua lotta e che ciascuno può contribuire
alla lotta generale contro il nemico comune: l’imperialismo. Come comune
(affrontando, ciascuno, i vari stadi di sviluppo che la lotta tra borghesia e
proletariato attraversa) è la prospettiva per liberarci dall’oppressione e
dallo sfruttamento.
Ogni frazione di
borghesia imperialista attacca a 360° e ogni attacco, a causa della crisi
generale del sistema capitalista, sarà sempre più “per la vita o la
morte”. La resistenza di classe e dei popoli deve svilupparsi perché non è
sufficiente ostacolare l’imperialismo, questo nemico dell’umanità; è
necessario abbatterlo per sempre.
Per abbattere
l’imperialismo è necessaria la rinascita del movimento comunista in tutto il
mondo; solo il movimento comunista è in grado di dirigere lo sviluppo, in senso
positivo per le masse, della resistenza dei popoli e di classe. Il movimento
comunista possiede la concezione e il metodo più giusto per coniugare la lotta
più intransigente all’imperialismo con la prospettiva (il comunismo) che
l’umanità necessita per uscire dalla sua preistoria. Questo, per noi,
significa: l’imperialismo avvicina la classe operaia e i popoli oppressi
alla rivoluzione.
A fianco di Cuba e del suo popolo!
Libertà per i 5 compagni cubani!
Il 24 febbraio,
presso l’ambasciata cubana a Roma, la compagna del Parlamento Cubano ha
denunciato la martellante campagna mediatica contro Cuba condotta negli ultimi
mesi dal governo Bush, mediante la quale viene propagandata la “Necessità
di accelerare il processo di democratizzazione a Cuba”.
La campagna si aggiunge all’embargo e
all’incarcerazione dei 5 patrioti cubani: il 10 marzo inizia a Miami il
processo d’appello contro le condanne ai compagni ingiustamente detenuti nelle
carceri Usa per aver scoperto e denunciato le attività dei gruppi terroristi
della mafia cubano-americana a Miami.
Il 19 febbraio il Presidente del
Parlamento Cubano, Ricardo Alarcòn, aveva denunciato che il governo Usa congela
i fondi che i gruppi di solidarietà della Francia avevano raccolto per
pubblicare nel quotidiano “The New Times” un annuncio sul caso dei 5
cubani che hanno combattuto contro il terrorismo. Ha detto che gli Usa cercano
di impedire che il popolo nordamericano conosca una verità molto semplice:
ossia che è comandato da un governo terrorista, da delinquenti internazionali,
che promuovono la guerra fuori dal loro paese, limitano la libertà e appoggiano
gruppi terroristi creati, allenati, finanziati e appoggiati da loro stessi per
40 anni.
Dalla
dichiarazione della Coordinatrice Nazionale della Francia per la liberazione dei
5 cubani prigionieri negli Stati Uniti del 21/02/04
La Coordinatrice ha saputo che:
- l’ufficio di Controllo degli Attivi Stranieri (OFAC) del Dipartimento del
Tesoro, incaricato di applicare l’inumano ed ingiusto blocco contro il popolo
di Cuba, ha deciso di paralizzare l’importo di 1.200 dollari nordamericani
raccolti in Francia da diverse organizzazioni ed individui che erano stati
inviati all’organizzazione statunitense “Peace for Cuba” a San
Francisco, California, con lo scopo di pagare una pagina sul quotidiano New
York Times a sostegno dei 5 cubani innocenti;
- la Ofac ha richiesto alla banca francese Credit Mutuel de Perpignan, dove è
stato effettuato il bonifico bancario, di rispondere ad un questionario e ha
aggiunto che, se non vi avesse risposto, non sarebbe stato effettuato il
tramite. Le domande sono le seguenti: 1) Che cos’è “Peace for Cuba”?
2) Qual è la sua attività? 3) Che tipo di rapporti ha con Cuba? 4) Qual è la
motivazione del bonifico bancario?
La Coordinatrice
Nazionale della Francia per la Liberazione dei 5 cubani prigionieri negli Usa: denuncia
quest’iniziativa arbitraria della OFAC che costituisce un elemento addizionale
della guerra economica contro Cuba che, come è attualmente dimostrato, minaccia
di estendersi agli amici del popolo cubano; esige la liberazione
immediata dei fondi indebitamente trattenuti affinché possano arrivare a
destinazione; richiede alle autorità degli Usa che atti assurdi come
questi non si ripetano; avverte le autorità francesi sul tipo di azioni
che danneggiano direttamente gli interessi degli individui e le organizzazioni
legalmente stabiliti nel paese; saluta i compagni statunitensi che
partecipano alla lotta; saluta i compagni statunitensi
dell’associazione “Peace for Cuba” per il loro impegno alla causa
dei 5.
Irruzione di
polizia nell’Ufficio della Tayad a Istanbul. Oggi pomeriggio (alle ore 18) la
polizia sta perquisendo l’Ufficio dell’Associazione di supporto dei
prigionieri politici, situata sulla piazza di Taksim a Istanbul. La polizia si
sta preparando per fare un’irruzione nei locali del giornale dei giovani
“Ulkemizde genclik”. Ieri e l’altro ieri, tutte le associazioni che
solidarizzano con i prigionieri politici in sciopero della fame, ed anche i loro
familiari, erano stati caricati dalla polizia ad Ankara. Per il momento non
conosciamo la dimensione di questo attacco poliziesco. Tuttavia facciamo appello
all’opinione pubblica internazionale a restare vigile di fronte a questa
situazione inquietante.
Alt alla
repressione poliziesca! Fermare l’ecatombe dei prigionieri politici!
Abolizione dell’isolamento carcerario!
Tayad Comité
Belgio
Bruxelles, 19 febbraio ’04 ore 17.00
Comunicato
della Tayad
Pirateria nel cuore di Istanbul. Il Presidente della Tayad
messo agli arresti ... Oggi, alle ore 16.45, la polizia munita di armi
automatiche ha fatto irruzione nella nostra Associazione. Esibendo il loro
mandato di perquisizione, hanno messo sottosopra la nostra Associazione. Siccome
non hanno trovato nulla di sospetto, se ne sono dovuti andare con la coda tra le
gambe. Cosa che non è nelle loro abitudini ... Infatti, verso le ore 20.20, il
nostro Presidente Tekin Tangun è stato aggredito improvvisamente da un gruppo
di poliziotti alla sua uscita dall’Associazione. Neanche l’avevano
catturato, che già i poliziotti lo torturavano nel loro “furgone
antiterrorismo”. Quando i compagni hanno provato ad impedire il suo arresto,
l’autista del furgone è partito a tutta velocità tentando di schiacciarli. I
poliziotti che hanno rapito Tekin Tangun sono gli stessi che avevano condotto la
perquisizione. Questo atto di pirateria è soltanto un piccolo esempio di tutto
ciò che abbiamo dovuto subire durante tutto il mese di febbraio. Da molti
giorni, infatti, i membri della nostra organizzazione vengono sistematicamente
fermati e condotti alla sezione antiterrorismo. Molti dei nostri compagni sono
stati torturati e si sono trovati con le braccia rotte ... Tutto questo per
impedirci di dire “Sapete che 107 persone sono morte in prigione?”
Tutto questo perché denunciamo i massacri e le torture ... Noi continueremo,
nonostante tutto, a fare luce sulle atrocità che subiscono i prigionieri
politici.
Condanniamo la
persecuzione della polizia contro la nostra Associazione e chiediamo la
liberazione immediata di Tekin Tangun.
Le famiglie della
Tayad, Istanbul, 19 febbraio ’04 ore 22.00
23
marzo 1944 - 23 marzo 2004:
60°
anniversario dell'azione di via Rasella
Il passaggio della colonna tedesca, come fu segnalato da un membro
dell’organizzazione clandestina (M. Fiorentini), si effettuava ogni giorno
alla stessa ora; le S.S., provenienti dalla via Flaminia, verso le 14
attraversavano Roma. La colonna, preceduta da una pattuglia di 7 tedeschi che
avanzavano con i mitra puntati, si chiudeva con una mitragliatrice pesante
montata su un carretto. L’attacco avvenne in due punti, da via Rasella e da
via del Boccaccio, in due tempi distinti: dapprima fu fatta esplodere, con una
miccia, una carica di 12 kg di tritolo contenuta in una cassetta metallica
preparata e adattata da partigiani delle Officine del gas e sistemata, con altri
6 kg di tritolo sfuso, in un carretto per la raccolta delle immondizie sospinto
dal gappista Rosario Bentivegna, travestito da spazzino, il quale fermò il
carretto ed attese. Nei pressi, dietro la trasversale via del Boccaccio,
s’erano appostati Salinari, Franco Calamandrei, F. Ferri ed altri gappisti. Il
reparto S.S. s’inoltrò per via Rasella in ritardo sull’orario consueto. Al
momento esatto calcolato in base alla durata della miccia, Calamandrei fece il
segnale convenuto togliendosi il cappello. Bentivegna diede fuoco alla miccia,
s’affrettò verso via Quattro Fontane dove lo attendeva Carla Capponi, si
sbarazzò del berretto da spazzino, indossò un impermeabile che la compagna gli
aveva portato e si allontanò. Subito gli altri gappisti attaccarono con bombe
di mortaio il reparto investito dallo scoppio e poi si allontanarono.
Immediatamente accorsero militari e alti ufficiali tedeschi; militi della “Nembo”,
della “Barbarico”, dei battaglioni “Roma o morte”, fascisti della
banda Koch e della milizia.che si diedero a sparare all’impazzata ed a
scagliare bombe a mano contro i negozi e le finestre delle case, uccidendo una
cameriera di palazzo Tittoni. Inermi cittadini vennero trascinati per le strade
e gli uomini allineati in via Quattro Fontane con le mani in alto.
25
marzo 1944 - 25 marzo 2004:
60° anniversario della strage delle Fosse
Ardeatine
L’ordine venne dal quartier generale di Hitler. Il maresciallo Kesselring ne
affidò l’esecuzione al colonnello Kappler, il quale provvide a compilare le
liste delle vittime, scegliendole fra i detenuti politici di Regina Coeli e del
carcere di via Tasso.
Arrivò a 270 nomi e ne chiese altri 50 al questore Caruso che preferì
abbondare indicandone 65. Cosicché le vittime furono 335 e non 320.
Per l’esecuzione furono scelte le cave Ardeatine, dove preventivamente i
tedeschi provvidero a far brillare una mina per approntare una fossa unica. I
martiri, trasportati su autocarri, in gruppi di 25, con le mani legate dietro la
schiena, sul luogo dell’esecuzione, a 5 alla volta vennero fatti avanzare e
costretti ad inginocchiarsi; altrettante S.S. li uccidevano con un colpo alla
nuca. Il colonnello Kappler, non solo diresse l’esecuzione, ma volle
assassinare di sua mano alcuni condannati.
Il 25 marzo il comando tedesco diramò il seguente comunicato:
“Nel pomeriggio del 23 marzo, elementi criminali hanno eseguito un
attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito
per via Rasella. In seguito a questa imboscata 32 uomini della polizia tedesca
sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti
badogliani. Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a a che punto
questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento angloamericano. Il
comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi
scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italotedesca
nuovamente affermata. Il comando tedesco perciò ha ordinato che per ogni
tedesco assassinato 10 criminali comunisti badogliani saranno fucilati.
Quest’ordine è già stato eseguito”.
A questo abietto comunicato replicò immediatamente il comando dei Gap che, il
26 marzo, diffuse la seguente dichiarazione:
“1) Contro il nemico che occupa il nostro suolo, saccheggia i nostri beni,
provoca la distruzione delle nostre città e delle nostre contrade, affama i
nostri bambini, razzia i nostri lavoratori, tortura, uccide, massacra, uno solo
è il dovere di tutti gli italiani: colpirlo, senza esitazione, in ogni momento,
dove si trovi, negli uomini e nelle cose. A questo dovere si sono consacrati i
Gruppi di Azione Patriottica.
2) Tutte le azioni dei Gap sono dei veri e propri
atti di guerra che colpiscono esclusivamente obiettivi militari tedeschi e
fascisti contribuendo a risparmiare così altri bombardamenti aerei sulla
capitale, distruzioni e vittime.
3) L’attacco del 23 marzo contro la colonna della polizia tedesca, che sfilava
in pieno assetto di guerra per le strade di Roma, è stato compiuto da 2 gruppi
di Gap usando la tattica della guerriglia partigiana: sorpresa, rapidità,
audacia.
4) I tedeschi, sconfitti nel combattimento di via Rasella, hanno sfogato il loro
odio per gli italiani e la loro ira impotente uccidendo donne e bambini e
fucilando 320 innocenti. Nessun componente dei Gap è caduto nelle loro mani, né
in quelle della polizia italiana. I 320 italiani massacrati dalle mitragliatrici
tedesche, sfigurati e gettati nella fossa comune, gridano vendetta. E sarà
spietata e terribile! Lo giuriamo!
5) In risposta all’odierno comunicato bugiardo ed intimidatorio del comando
tedesco, il comando dei Gap dichiara che le azioni di guerra partigiana e
patriottica in Roma non cesseranno fino alla totale evacuazione della capitale
da parte dei tedeschi.
6) Le azioni dei Gap saranno sviluppate sino
all’insurrezione armata nazionale per la cacciata dei tedeschi dall’Italia,
la distruzione del fascismo, la conquista dell’indipendenza e della libertà”.
[Parti
tratte dall’“Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza”
-Edizioni La Pietra e da “La storia della Resistenza - Edizioni
Riunite”]
Fascismo
vecchio e nuovo ...
I fascisti di “Uomo
e libertà” nell’ambito della campagna per la grazia a E. Priebke,
l’ufficiale nazista condannato all’ergastolo per la strage delle Fosse
Ardeatine, avevano organizzato, per sabato 6 marzo, un sit-in in piazza a Roma.
Tra le adesioni anche quelle dell’avvocato Taormina, deputato di Forza Italia,
e di A. Serena, ex deputato di Alleanza Nazionale, allontanato per aver diffuso
un video autobiografico su Priebke.
Non era mai avvenuto che uno dei responsabili della strage alle Ardeatine,
“assistito” da fascisti italiani, osasse scendere in piazza per chiedere la
grazia per una condanna all’infamia dei 9 mesi di occupazione nazista (di
stragi e torture) a Roma. Priebke aveva l’ufficio in via Tasso, nel carcere
delle S.S. dove centinaia di partigiani, antifascisti ed ebrei, furono
massacrati. Le cifre dell’occupazione nazista: 600 caduti nella battaglia in
difesa di Roma, 200 civili morti, 80 fucilati a Forte Bravetta, 335 alle Fosse
Ardeatine, 400 deportati dal Quadraro e mai più tornati, 14 assassinati a La
Storta, 2.000 partigiani romani torturati e assassinati nelle carceri, 2.000
ebrei deportati dal Ghetto (ne tornarono un centinaio).
...
e “antifascismo” padronale o popolare
L’“antifascismo” padronale trova un terreno d’intesa con Fini,
con i fascisti in “doppio petto” e i fascisti “colti e civili”, perché
fanno parte della stessa classe (la borghesia imperialista). Denigra la
Resistenza 1943-’45, in particolare le sue forme ed esperienze più avanzate,
per disarmare la classe operaia ed il proletariato di fronte all’attacco
padronale e alle rapine dei loro governi.
L’“antifascismo” padronale è quello del padrone che mette i lavoratori in
mezzo alla strada perché esuberi e quello dell’intellettuale che difende
l’attuale regime. Il padrone e l’intellettuale di regime si dichiarano
antifascisti, ma in realtà non lo sono. La storia insegna che padroni o
intellettuali di regime, che oggi si dichiarano antifascisti, al mutare
delle condizioni politiche diventano fascisti.
L’antifascismo popolare è, invece, la lotta contro il capitalismo, la
miseria, l’oppressione e lo sfruttamento, la lotta per l’uguaglianza, la
giustizia e la libertà delle classi sfruttate.
L’antifascismo popolare è quello che unisce le masse popolari e
sviluppa la lotta per la nuova società.
In ricordo
del compagno Dax
Un anno fa a Milano, la notte del 16
marzo 2003, il compagno Davide Cesare, militante del Centro sociale "O.R.So."
veniva assassinato per mano fascista. Dax, come ogni compagno assassinato dai
fascisti e dallo Stato capitalista, vive nella nostra lotta.
L’attacco all’art.18, realizzato
così in questa forma e al di sotto delle misure proposte dai suoi affossatori,
si è combinato con l’attacco estremamente pesante (in parte realizzato, in parte
in programma) alle condizioni e ai rapporti di lavoro a livello collettivo e
individuale con la legge delega 30 e con i decreti delegati 848 e 848 bis, tanto
da far prefigurare una vera e propria dittatura contrattuale datoriale.
Tra il “pacchetto Treu” ulivista (legge n.196 del ’97) e il “Libro
Bianco” di Maroni c’è una differenza quantitativa: regolare meglio ed estendere
di più la precarietà.
La “tutela forte” prevista dall’art.18 ha funzionato, e continua a funzionare,
come un deterrente contro i licenziamenti arbitrari, lesivi del diritto e della
dignità del lavoratore. Ma vi sono milioni di lavoratori esclusi da un diritto
così essenziale (la tutela contro i licenziamenti senza “giusta causa”)
come i lavoratori atipici, delle cooperative, gli interinali, a chiamata, co.co.co.,
etc.
Il referendum del 15-16 giugno è un tentativo di sanare, in parte, una
situazione con lavoratori e lavoratrici differentemente tutelati. Un tipo di
situazione che si può definire incostituzionale in quanto vìola articoli
fondanti della Costituzione, in particolare sul principio
di uguaglianza.
A proposito, la Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio ’48, dopo la lotta
di liberazione dal nazifascismo, con il contributo determinante del movimento
partigiano, diretto principalmente dal partito comunista, fu il compromesso
tra forze politiche di diversa ispirazione (liberale, cattolica, socialista…).
Tanto che della nostra Costituzione potremmo dire che è formale
nelle parti riguardanti i principi fondamentali, è invece materiale nelle parti
dell’amministrazione dello Stato. Negli articoli a tutela
dei lavoratori è, per lo più, divenuta ormai carta straccia (che comunque
vogliono distruggere), negli articoli a salvaguardia del potere costituito è
applicata.
Lenin disse: “Quando le leggi si allontanano dalla realtà, la costituzione
è falsa; quando esse sono conformi alla realtà, la costituzione non è falsa”.
La Costituzione italiana contiene ambedue gli aspetti: è falsa nelle frasi altisonanti
tendenti a tutelare le masse popolari, non è falsa negli elementi essenziali
a protezione degli interessi della classe dominante.
I comunisti e i rivoluzionari hanno il compito di smascherare l’ipocrisia e
l’inganno delle costituzioni borghesi e allo stesso tempo devono utilizzare
gli aspetti delle costituzioni borghesi che possono essere usati come arma contro
la stessa borghesia.
Rifiutare di servirsi della costituzione borghese per condurre meglio le lotte
è un grave errore, come è altrettanto un grave errore invitare le masse a riporre
cieca fiducia nella costituzione borghese. Vorrebbe dire essere prigionieri
del pregiudizio borghese.
L’imperialismo
è il nemico dei popoli,
il comunismo è il futuro dell’umanità
1) che la crisi generale, mondiale e di lunga durata del sistema capitalista,
rende le contraddizioni, all’interno della classe dominante (la borghesia imperialista)
sempre più gravi e acute e che queste contraddizioni stanno conducendo le classi
lavoratrici e i popoli oppressi in una nuova carneficina di dimensioni mondiali;
2) che la resistenza delle masse dei paesi imperialisti e delle colonie e semicolonie
è l’aspetto positivo generale e la base per il futuro del mondo;
3) che i comunisti sono i più coerenti antimperialisti e anticapitalisti (come,
nella Resistenza 1943-’45, in Italia, furono i più coerenti e conseguenti antifascisti),
perché, con lotta per il comunismo, attraverso la rivoluzione socialista per
i paesi imperialisti, la rivoluzione di Nuova Democrazia per i paesi coloniali
e semicoloniali, si risolvono le contraddizioni principali (e con esse quelle
secondarie) dell’epoca imperialista: la contraddizione che oppone il lavoro
al giogo del capitale e la contraddizione che oppone i paesi imperialisti ai
popoli oppressi.
Dopo la guerra del ’99 in Jugoslavia e dopo le manifestazioni contro la guerra,
dopo le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici contro gli attacchi padronali,
dopo numerosi atti repressivi come il “listone” degli 88 in Italia o l’arresto,
in Francia, di 7 dirigenti, tra cui il segretario, del PCEr, o il massacro,
nelle carceri turche, dei prigionieri politici in sciopero della fame fino
alla morte, con l’articolo “Invertire la rotta”, nel dicembre 2000,
abbiamo scritto: “La lotta alla repressione,
come la lotta alla guerra imperialista e la resistenza al capitalismo delle
classi sfruttate e oppresse, sono terreni nei quali la nostra attività deve
essere finalizzata alla ricostruzione del partito; negli ultimi decenni, per
l’incapacità dei comunisti di ricostruire l’Organizzazione politica superiore,
questi terreni hanno risentito in misura crescente della mancanza di una direzione
politica generale, diventando luoghi di coltura per spontaneisti vecchi e nuovi.
Gli organismi, che da questi terreni sono nati, hanno perso il carattere permanente,
la capacità di accumulare forze e di educare e sono scaduti in forme organizzate
sempre più ristrette e transitorie.”
Oggi, dopo la guerra all’Iraq e le straordinarie mobilitazioni di massa
contro questa guerra, dopo gli attacchi repressivi di massa, come a Napoli il
17 marzo ‘01 e il 20-21 luglio ’01 a Genova con la morte di Carlo Giuliani,
e selettivi, come l’arresto e l’uccisione di due militanti rivoluzionari a marzo
di quest’anno, dopo la recrudescenza fascista e la morte del compagno Dax a
Milano, la messa fuori legge di organizzazioni politiche, in varie parti del
mondo, dopo le grandi mobilitazioni sull’art.18 e le lotte degli operai Fiat,
il nostro giudizio non è cambiato. Il giudizio che diamo si è anzi rafforzato,
perché quando la resistenza di classe cresce, diventa più che mai evidente il
compito che i comunisti hanno in questa fase.
Raccogliamo, attualizziamo e sviluppiamo l’insegnamento che ci viene dalla rivoluzione
d’Ottobre (1917) dove il partito comunista seppe unire “in
un solo torrente rivoluzionario” movimenti diversi come quello per la pace,
per le terre, per l’uguaglianza nazionale, per il rovesciamento della borghesia.
Raccogliamo, attualizziamo e sviluppiamo l’insegnamento della nostra Resistenza
1943-’45 dove il partito comunista seppe unire le masse all’insegna della parola
d’ordine: “pane, pace e libertà”.
Raccogliamo, attualizziamo e sviluppiamo l’insegnamento di Mao, durante la guerra
di resistenza al Giappone, quando afferma che, conquisterà la fiducia del popolo
chi sarà capace di guidarlo ad abbattere l’imperialismo. Che sarà il salvatore
del popolo chi saprà dirigerlo ad instaurare un sistema democratico. Che la
storia ha provato che questo compito ricade sulle spalle del proletariato.
La rinascita del movimento comunista internazionale, la direzione coerente contro
ogni sfruttamento ed oppressione, passa attraverso la costruzione, la ricostruzione
e il rafforzamento di autentici e quindi unici, partiti comunisti in ogni paese.
-Non solo art.18
-Fischi a Pezzotta
-Rappresaglia: licenziamento politico alla Geofor
-Dalla Cub trasporti-settore aereo di Sigonella
-Piaggio. Scioperi, picchetti e cortei interni
-Solidarietà antifascista
-Dal comunicato dell’Assemblea Nazionale Anticapitalista:
contro la repressione, unità del movimento di classe
-Comunicato “Contro l’imperialismo"! A fianco
di Cuba
-Guerre e interventi militari USA negli ultimi 150
anni
Il foglio può essere richiesto alla redazione:
Redazione Linearossa,