Lotta
Unità
Per la liberazione del
proletariato
La cronologia del Giornale procede dal 1° (luglio 2004)al 2°, 3° e successivi. Scorrendo li troverete.
Riportiamo alcuni articoli del numero di luglio 2004 del giornale "Lotta Unità" a cura di Linearossa e Assemblea Nazionale Anticapitalista (e-mail: lotta.unita@libero.it)
Il
nuovo giornale, un titolo impegnativo
Un nuovo e comune giornale, anche se per un periodo determinato, rappresenta una
scelta importante. Una scelta che scaturisce non solo dal bilancio delle
esperienze comuni, ma anche dal bilancio delle esperienze che ciascuna
organizzazione ha fatto per conto proprio. Ed è proprio da questi bilanci che
è emersa via via la forza che deriva dal saper imparare gli uni dagli altri.
Negarlo non fa che accrescere forme di autocompiacimento e di presunzione (o
all’opposto forme di demoralizzazione e pessimismo) che, per gli obiettivi che
abbiamo, devono essere completamente superate. Lavorare insieme e sforzarci di
imparare gli uni dagli altri ha rappresentato, in questo senso, un primo
antidoto a queste inconcludenti manifestazioni. Ci ha resi più propensi ad
essere meno superficiali, più attenti a vedere le cose nella loro complessità,
a non fermarci ai successi, ma a cercare di capire quello che non era andato
bene, non vedere solo le cose positive, ma anche il perché degli errori fatti,
non solo i traguardi raggiunti, ma anche i programmi non sempre rispettati.
Lavorare insieme, nel nostro caso fare un giornale comune, è sicuramente
difficile, e questo non lo neghiamo; ma pensiamo che è proprio attraverso le
difficoltà che incontriamo, affrontando le contraddizioni
e le differenze che emergono, che potremo sbarazzarci del nostro modo di
pensare limitato ed anche sbagliato. Non c’è nessuna garanzia, a priori, del
successo di questa nostra “impresa”. Significa solo che è necessario
tentare e ritentare, facendo in modo che la ricca esperienza che se ne ricava
serva infine a questa riuscita.
Lotta e Unità è la strada che abbiamo iniziato a
percorrere e che vogliamo continuare per percorrerla sempre meglio. La testata
“Lotta e Unità” riflette, dunque e innanzitutto, un titolo
impegnativo per noi, ma che non si riferisce solo a noi.
Pensiamo di poter contribuire a quel percorso
(favorendolo e sviluppandolo) che riguarda
lo sviluppo della lotta di classe, lavoratori e lavoratrici in ogni loro
iniziativa, un percorso il cui risultato fa dire: “Il popolo unito non sarà
mai vinto”.
Cosa significa “lotta e unità”? Da che cosa bisogna cominciare? Dobbiamo
partire dall’unità. L’unità, da cui dobbiamo partire, esiste sulla base di
una fondamentale identità di interessi che riguarda tutti i lavoratori e le
lavoratrici, ma non tutti i lavoratori e le lavoratrici sono uguali. Lo sanno
bene quei lavoratori e quelle lavoratrici che in questi anni sono stati alla
testa di molte lotte grandi e piccole, lotte che hanno avuto risonanza nazionale
o lotte sconosciute ai più. Hanno dovuto, per affermare la difesa delle
condizioni di vita e di lavoro costantemente attaccate, lottare contro altri
lavoratori e lavoratrici. Hanno dovuto criticare arretratezze, pregiudizi,
demoralizzazioni, cattiva comprensione di quello che stava avvenendo e di quello
che era necessario fare. E ancora prima combattere tutto o parte di
questo dentro se stessi. Ricomporre poi le forze sulla base di questa
lotta, ricomporre, cioè, una unità che proprio perché porta l’impronta
della lotta non è più la vecchia unità, ma un’unità nuova:
più consapevole della propria forza, dei propri diritti, di fare la cosa
giusta. Partire dall’unità, risolvere le contraddizioni attraverso la critica
e la lotta e raggiungere una nuova unità su una nuova base: questa è la strada
che dobbiamo imparare a percorrere, è la strada che dobbiamo insegnare a
percorrere e percorrere continuamente.
Quando gli operai e le operaie, dopo una lotta dicono: “Niente sarà più come
prima ”, non intendono solo che
la lotta contro i padroni trasforma la realtà, che riescono a ostacolare o a
rallentare i progetti padronali, ma anche che la lotta per ciò che è giusto
contro ciò che è sbagliato, tra i lavoratori e le lavoratrici, trasforma,
trasforma l’interno, ci trasforma più profondamente anche se più lentamente,
come diceva un operaio.
Lotta non significa, dunque, discutere per discutere, lottare per
lottare, confrontarci e criticarci per il gusto di farlo, significa che
attraverso la discussione, il confronto, la critica, la lotta, contiamo di
distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, vincere l’errore, far
apparire chiara la verità.
C’è una storia a questo proposito: certi scambiano per minerale d’oro un
certo tipo di solfato di rame e non bastano semplici discorsi a far loro
comprendere la differenza tra i due metalli, ma è sufficiente trovare un
pezzetto di vero oro e farglielo soppesare, perché dicano: “Ho capito”. E
dal momento che sanno riconoscere il vero oro, sanno riconoscere subito il
solfato di rame. Questo esempio mostra molto bene come ciò che è giusto, al
pari del vero oro, proprio nel confronto smaschera l’errore. La pratica infine
(elemento, in definitiva, fondamentale per vincere ciò che è sbagliato) non
farà che rendere più saldo ciò che è giusto e ridurre a cenere ciò che è
sbagliato.
“Il Manifesto del partito Comunista” di Marx ed Engels (1848) termina con:
“Proletari di tutti i paesi unitevi”. Le classi reazionarie tentano,
in tutti i modi, che questo non avvenga. Tentano in tutti i modi che le catene
dei proletari restino dove stanno: a incatenare mani e piedi. Per servire i loro
interessi e chiudere gli occhi alle masse, confonderle e imbrogliarle,
propagandano inoltre continuamente ogni genere di assurdità. Il loro interesse
per la verità è nullo, perché tutti i loro interessi di classe sono in
contraddizione con le leggi di sviluppo storico e ammettere la verità
significherebbe ammettere questa contraddizione.
“Lotta e Unità” è un titolo molto impegnativo. E’
certo! Ma non è perché siamo inadeguati, oggi, che dobbiamo rinunciare a
questo insegnamento che la storia della lotta di classe ci consegna. Si tratta
invece di renderci adeguati proprio
percorrendo, da subito, questa strada.
Carlo
vive nella lotta di classe
Il 20
giugno è il 3° anniversario dall’assassinio del compagno Carlo Giuliani, dai
“fatti” del G8, dalla violenta repressione di piazza, dai pestaggi alla
Diaz, dalle torture di Bolzaneto…
Da allora:
-il governo è intervenuto per “riparare gli eccessi” delle forze di
polizia, sostituendo alcuni funzionari con altri più “affidabili”;
- le forze di polizia hanno raccontato le peggiori menzogne (come le molotov o
la falsa coltellata all’agente Nucera) per giustificare il bliz, il massacro e
l’arresto dei 93 giovani che dormivano alla Diaz. Una volta che i fatti li
hanno smentiti, hanno fatto a scaricabarile, fra dirigenti e funzionari,
addossandosi la colpa l’un l’altro;
- il 2 dicembre ‘02, è stato prosciolto dall’accusa di omicidio il
carabiniere Placanica,che ha sparato a Carlo, in quanto per il sostituto
procuratore di Genova, a ucciderlo sarebbe stata una pallottola sparata in aria,
deviata da un calcinaccio;
-17 attivisti di Cosenza sono arrestati (e poi scarcerati dal tribunale del
riesame) dalla procura cosentina, accusati di cospirazione politica,
associazione sovversiva per aver organizzato i contro-vertici di Genova e Napoli
(marzo 2001), manifestazioni che, per la procura, sono “attentati agli organi
dello Stato”.
In questi giorni si sta svolgendo il processo a 13 di loro, dopo che, da 9 mesi,
sono costretti all’obbligo quotidiano di firma in commissariato.
Sempre in questi giorni, il tribunale di Genova sta processando 25 manifestanti
accusati di devastazione e saccheggio, , detenzione di armi improprie e
esplosivi (pene previste da 8 a 15 anni).
Inoltre, su 400 manifestanti denunciati dalle forze dell’ordine, 15 sono stati
già condannati per resistenza a pubblico ufficiale e diversi altri reati, con
pene fino a un anno e mezzo di reclusione.
50 rischiano di essere processati prossimamente, con l’accusa di devastazione
e saccheggio.
Il sindaco di Genova, Pericu (giunta di centro-sinistra), aveva “tentato”
(l’indignazione che ha suscitato lo ha convinto a ritirare tale proposito) di
costituirsi parte civile contro i presunti “devastatori” per i danni fisici
e morali alla città di Genova (!?!). Nei confronti della polizia, invece, la
giunta si è limitata alla richiesta del risarcimento per i due computer di
proprietà del Comune distrutti alla scuola Pascoli che, di fronte alla Diaz,
ospitava il Media Center del GSF.
Contemporaneamente, alla fine di giugno, è iniziato a Genova il processo a 29
dirigenti e funzionari di polizia (tra cui il direttore
dell’antiterrorismo Gratteri e il direttore degli analisti
dell’antiterrorismo Luperi) per l’irruzione alla Diaz. E’ un’indagine
senza fine: i pm hanno deciso di procedere separatamente sulla questione delle
bottiglie molotov, uno dei tentativi più sporchi di depistaggio e inquinamento
delle prove. Del pestaggio devono rispondere in 10, tutti del reparto diretto da
Canterini, ex capo della mobile di Roma, alcuni difesi dallo studio del
coordinatore di AN, Ignazio La Russa. Per le altre decine di poliziotti che
fecero irruzione alla Diaz, ci sarà l’archiviazione, poiché,
“identificarli è impossibile”; 39 appartenenti alla polizia di stato,
all’arma dei carabinieri a alla polizia penitenziaria sono accusati per le
violenze e le torture su 200
manifestanti fermati o arrestati e transitati nella caserma di Bolzaneto.
La procura di Genova, intanto, ha archiviato tutti gli esposti e le denunce che
chiedevano un’indagine sulla gestione dell’ordine pubblico nelle giornate
del G8 e in particolare sull’aggressione al corteo in via Tolemaide, dove
Carlo fu ucciso. I pm, nei confronti delle forze dell’ordine, hanno
centellinato l’iscrizione nel registro degli indagati e l’accusa di lesioni
personali è caduta subito per tutti (tranne per Canterini e soci).
Questo il quadro degli avvenimenti: lo Stato capitalista vuol dimostrare,
punendo gli "abusi e le violenze" sia dei manifestanti che delle forze
dell’ordine (e i fatti dicono come, in che misura e in che quantità persegue
gli uni e gli altri) la sua assoluta democraticità. Inoltre, allo stesso modo
del governo imperialista USA riguardo alle torture nel carcere di Abu Ghraib,
vuol dimostrare che, per quanto riguarda le forze dell’ordine, si tratta di
poche mele marce, nei da estirpare dal corpo sano delle grandi democrazie
occidentali. Questo per nascondere che violenza, tortura e repressione (nelle
carceri imperialiste come Abu Ghraib e Guantanamo, nelle manifestazioni come
Napoli e Genova 2001, nelle lotte come quella degli operai di Melfi caricati e
pestati dalla polizia) sono componenti intrinseche dello Stato borghese che
esercita attraverso i suoi apparati (i servizi, la polizia, i carabinieri, la
magistratura…) per controllare, contenere e reprimere la lotta di classe. Lo
Stato e le sue istituzioni riflettono
gli interessi della classe al potere che, per governare, necessita di un
apparato di costrizione per sottomettere con la violenza la volontà di
emancipazione e liberazione del proletariato.
“Noi senza casa, voi senza vergogna”
Oltre 30 famiglie proletarie, italiane e
immigrate, hanno saggiato il vero volto del sindaco DS di Roma, Walter Veltroni.
Il 22 giugno sono state svegliate da oltre 200 tra poliziotti, carabinieri,
finanzieri, nonché vigili urbani, che li hanno costretti ad abbandonare i
propri alloggi, all’interno di una delle palazzine occupate “ex Bastogi”,
nel quartiere di Torrevecchia (zona Nord di Roma).
All’interno di un cosiddetto progetto di “riqualificazione del
territorio”, in realtà ancora una volta finalizzato a favorire gli interessi
di famigerati “palazzinari”, l’esimio Walter, ben sostenuto dal delegato
all’emergenza abitativa, Nicola Galloro, e da tutta la giunta, sta proseguendo
la sua opera di sfratti e sgomberi, insieme a un’adeguata campagna stampa
contro la “microcriminalità” che scaturirebbe dalle occupazioni nelle
periferie della città.
Roma, per fare chiarezza, vede un numero di appartamenti tenuti volutamente
sfitti tale da contenere tranquillamente una città come Bologna, con
conseguente speculazione sui prezzi (quasi impossibile trovare un appartamento
decente al di sotto dei 700 euro), ma soprattutto con enormi profitti da parte
dei costruttori edili, ai quali, da anni, è stata restituita persino
un’immagine “pulita”, dopo il “sacco di Roma” di qualche decennio fa.
Le occupazioni di case, a Roma, sono sempre state parte delle lotte proletarie,
a partire dagli anni 60; tra le prime occupazioni, da cui nacque in seguito il
Comitato di Agitazione Borgate, quella di 25 appartamenti, poi diventati 130,
nella borgata del Tufello nel 1969. Meno di un mese dopo, il Comitato organizzò
un totale di altre 370 occupazioni che si estesero in breve fino a diventare
650.
Nel corso degli anni ‘70, il movimento di occupazione delle case crebbe per
qualità e quantità, diretto da militanti di diverse organizzazioni (Lotta
Continua, Potere Operaio, ecc.), con la conseguente opera di repressione dello
Stato, al servizio dei vari Acer (Associazione Costruttori Edili Romani), FIAT,
BNL, Bastogi, Caltagirone, Gil, ecc.
L’8 settembre 1973, durante gli scontri tra proletari e apparati repressivi,
viene assassinato un giovane proletario, Fabrizio Ceruso, nella borgata di S.
Basilio.
Come sempre, i padroni si servirono anche dei fascisti per attaccare le
occupazioni.
L’anno successivo il numero di appartamenti occupati raggiunse il numero di
3800, distribuite tra Prenestina, Garbatella, Portuense, Magliana, Tuscolana,
ecc; in pratica tutta la città di Roma ed oltre (90 occupazioni a Guidonia).
Il PCI contribuì pesantemente allo sgombero successivo di queste occupazioni,
preoccupato di non turbare gli interessi della speculazione edilizia; nel 1976,
salito al governo di Roma, operò per far si che lo IACP affiancasse i
costruttori privati nell’immensa opera di cementificazione delle periferie,
dando vita a veri e propri quartieri-ghetto (Corviale, un palazzo lungo oltre un
chilometro, è solo un esempio, per non ricordare Laurentino38, Torbellamonaca,
ed altri).
L’occupazione degli oltre 100 appartamenti di proprietà Bastogi avviene
nell’’82, nel contesto di una ripresa delle occupazioni in tutta la città
che vide protagonisti diversi organismi tra i quali Lista di Lotta e Comitato
cittadino di lotta per la casa, che colpirono gli interessi di costruttori come
Caltagirone e Genghini.
E’ degli anni ‘90 l’ultimo grande tentativo di occupazione di un grande
complesso, a viale del Tintoretto, nella zona Ovest, che subirà un
violentissimo sgombero, con decine di arresti e feriti.
Lo sgombero Bastogi, per altro non ancora terminato, dal momento che rimangono
circa 130 appartamenti ancora occupati, è avvenuto nel silenzio più totale,
nessun organismo di lavoratori, territoriale, sindacale o quant’altro, è
riuscito (o ha voluto) a fare o dire assolutamente niente. Questo rappresenta un
esempio di situazione negativa, dalla quale non ci chiamiamo fuori,
che insegna come ogni lotta, isolata dal contesto generale, scivoli, purtroppo,
verso la marginalità;
l’attacco da parte di carabinieri e polizia è stato, quindi, tanto atteso
quanto inevitabile, perduranti le citate condizioni di isolamento e degrado.
Altre occupazioni abitative esistono tutt’ora nella città di Roma, portate
avanti tra l’altro con grande clamore, ma esiste una differenza sostanziale
con quelle degli anni passati: non si basano su un rapporto di forza tra
proletari organizzati e istituzioni e costruttori, tutt’altro. Le attuali
occupazioni vengono organizzate previa un certo accordo, magari sui generis, tra
autonominati rappresentanti di chi occupa, movimenti più o meno disobbedienti,
e il comune di Roma, il quale concede valvole di sfogo e deleghe sulla questione
abitativa, riuscendo a contenere il livello della contraddizione abitativa ben
al di sotto del livello di guardia, salvo intervenire manu militari laddove non
vi sia interesse ad una vistosa soluzione mediata (o mediatica…). Riprova ne
è il fatto che, archiviate le elezioni, nessuno è intervenuto a sostegno dei
proletari delle occupazioni di Roma Nord, essendo, in particolare, prive di
padrini o padroni da servire o da votare, ma soprattutto, prive della necessaria
forza e solidarietà per rispondere a tono all’attacco subito.
Il 9 luglio si è svolta a Viareggio (LU) una
assemblea-dibattito con la delegazione della Sata-Fiat di Melfi. L’iniziativa
è stata promossa e ha raccolto l’adesione di Rsu Fiom Nuovi Cantieri Apuania
di Marina di Carrara (MS), Rsu Savema di Pietrasanta (Lu), Rsu Eaton e Bario
(MS), Or.S.A. Regionale delle ferrovie, Cobas Scuola Versilia, Collettivo
Lavoratori/trici dell’Ospedale Unico della Versilia, Comitato Personale
Viaggiante delle ferrovie di Firenze, delegati Rsu e Rls della Piaggio di
Pontedera (PI), delle ferrovie, della sanità, della scuola, ex LSU (lavoratori
Socialmente Utili) di Massa e Carrara. Un’iniziativa molto partecipata che
testimonia l’enorme importanza che la lotta di Melfi rappresenta. Per questa
importanza e per gli insegnamenti che contiene pensiamo sia necessario un
approfondimento. Per ora, per il poco tempo a nostra disposizione fra
l’iniziativa e l’uscita del giornale, ci dobbiamo limitare a poche
considerazioni, ma contiamo di trattare ancora e meglio la questione Melfi anche
con altri strumenti.
-La lotta degli operai e delle operaie di
Melfi è frutto, innanzitutto, di uno scontro interno al sindacato dopo 10 anni
di “concertazione”, che è un modo di tenere i lavoratori “buoni, calmi
e teneri”. Per la lotta e la mobilitazione si è manifestato, inoltre,
prezioso quel duro lavoro partito dagli operai più coraggiosi quelli, come
dicono loro stessi, che sono stati in grado di vedere prima quello che sarebbe
successo dopo. Un lavoro fatto sulle linee, spiato e minacciato dall’azienda,
che in corso d’opera, il più delle volte e specialmente all’inizio,
sembrava non fruttare niente. Senza questo scontro, e questo duro e caparbio
lavoro, la volontà di alcuni operai di “fare qualcosa” per loro stessi, per
tutti gli operai, per il collettivo, la loro volontà di lotta, non si sarebbe
potuta trasmettere, né generalizzare al resto dei lavoratori.
n generale gli operai più arretrati avevano paura di esporsi, paura di
ritornare in quello stato di disoccupazione che da sempre caratterizza la
Basilicata e che, con l’arrivo negli anni ’90 della Fiat, considerata da
tutti e all’inizio come “il benessere dal cielo”, pensavano di aver
superato. Una paura che le famiglie alimentavano e che gli operai più giovani
riversavano all’interno della fabbrica.
Segnali che le cose stavano cambiando sono venuti, due
anni fa, con la lotta per la difesa dell’Art.18. Con l’interesse, da parte
dei lavoratori, riguardo a come erano costretti a vivere e a lavorare: in primo
luogo la repressione, il salario e la “doppia battuta”.
L’azienda ha pensato subito di agire contro questi segnali positivi aumentando
la repressione all’interno e cercando, con essa, di dividere gli elementi
avanzati da quelli arretrati. L’informazione costante tra gli operai, da parte
dei più coscienti, è risultato il mezzo per contrastare questa cultura
borghese del “ciascuno per sé”: “faccio i fatti miei… porto i soldi
a casa...faccio lo straordinario” che con le buone o con le cattive i
padroni vogliono sempre imporre.
La terziarizzazione è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, invece
con la terziarizzazione la Sata-Fiat pensava di poter dividere ulteriormente i
lavoratori. Infatti la divisione in aziende diverse (Cassan, TNT, Magneti
Marelli) ha comportato che al momento dello sciopero di una sola di queste,
tutta la catena della produzione si fermasse. Di conseguenza, la Fiat mandava
tutti i lavoratori in “libertà” senza salario. Proprio questo ha scatenato
la rabbia e l’indignazione di tutti gli operai e ha dato il via ai “21
giorni di Melfi”.
-In questi anni la Sata-Fiat si è attrezzata non solo con una repressione
interna altissima (sono più di 9.000
i provvedimenti disciplinari), ma costruendo vicino alla fabbrica che è nata in
un luogo isolato da tutto, per un controllo costante sui lavoratori, una caserma
dei carabinieri. La caserma è stata costruita a circa 1.5 Km dai cancelli
d’entrata. Un anno fa, su un giornale locale, era apparsa la notizia che l’Assindustria
Regionale di Potenza aveva versato un contributo alle “forze dell’ordine”.
Sempre l’anno scorso gli operai avevano perso 3 ore pro capite di assemblee
sindacali. I conti sono presto fatti: 5000 lavoratori x 3 ore = 15000 ore
lavorate al posto delle assemblee, gli utili che sono stati spostati alle
“forze dell’ordine”. Chiaramente il primo giorno dei blocchi gli operai
hanno visto, per la prima volta, le luci accese nella caserma e il 26 aprile
hanno “provato” le cariche di quella polizia. L’aggressione
poliziesca, come le continue provocazioni messe in opera sono però miseramente
fallite e le cariche della polizia invece che dividere hanno unito maggiormente
i lavoratori della Sata-Fiat e questi con la popolazione della zona.
Dice il delegato della Sata-Fiat licenziato il 3 febbraio: “Personalmente
il licenziamento è un prezzo alto da pagare, ma per l’interesse collettivo
ogni battaglia ha i suoi caduti”.
L’Unione Europea, attraverso le Liste Nere,
inasprisce la persecuzione contro i movimenti di lotta e le organizzazioni
rivoluzionarie a livello internazionale, mentre il governo italiano adegua la
sua legislazione repressiva inserendo l’art.270 ter che colpisce, e colpirà,
chiunque sostenga la resistenza dei popoli, come quello iracheno, contro la
guerra e l’occupazione imperialista.
Dopo l’11 Marzo di Madrid, dietro la falsa bandiera della “lotta al
terrorismo”, il Polo imperialista Europeo è riuscito ad accelerare il
processo di controllo e repressione sia nel suo fronte interno che esterno, in
senso sempre più aggressivo e reazionario attraverso un’“armonizzazione”
delle strutture e delle misure repressive e rendere sempre più efficaci le
forme di collaborazione tra le autorità giudiziarie, di polizia e di
intelligence degli Stati membri. Sono cinque le priorità individuate:
- Una “clausola di solidarietà” europea che abbia le stesse regole della
Nato: se un Paese membro è colpito da attacco terroristico, gli altri sono
legittimati a intervenire, essi mobiliteranno tutti gli strumenti a loro
disposizione, incluse le risorse militari, per prevenire le minacce
terroristiche sul territorio di uno di loro.
- D’intelligence: all’alto rappresentante per la politica estera e di difesa
viene dato mandato di “integrare nel segretariato del Consiglio una cellula di
intelligence su tutti gli aspetti della minaccia terroristica”.
- Un coordinatore: “il Consiglio europeo è d’accordo con la creazione
della posizione di un coordinatore antiterrorismo”.
- Controlli alle frontiere: l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere
dovrà essere operativa entro il 1 gennaio 2005, accelerare alla fine del 2004
l’adozione delle proposte per l’introduzione dei dati biometrici (scansione
del volto e impronte digitali) nei visti e nei permessi di soggiorno e
successivamente nei passaporti dei cittadini dei Paesi europei.
-Registri e dati: verranno creati un registro europeo dei passaporti rubati, una
banca dati europea delle condanne e delle interdizioni collegate al terrorismo,
un archivio europeo del materiale giudiziario. Verranno inoltre introdotti
standard comuni per la conservazione dei dati telefonici e Internet e verranno
varate misure per rafforzare la sicurezza nei porti e sulle navi.
Il riscontro immediato di questo salto di
qualità da parte dell’apparato repressivo europeo l’abbiamo saggiato il 1
Aprile di quest’anno con l’operazione “antiterrorismo” che ha portato
all’arresto in Italia, Olanda, Belgio, Germania, Grecia e Turchia di 41
persone accusate di appoggiare il DHKP-C (Partito-Fronte Rivoluzionario di
Liberazione del Popolo). Con gli arresti in Italia abbiamo assistito per la
prima volta nel nostro paese alla concretizzazione delle legislazioni della
controrivoluzione europea riguardo alla cosiddetta “lista nera
antiterrorismo” europea. Abbiamo così saggiato le potenzialità del nuovo
art. 270 ter del Codice Penale e dell’estensione del 270 bis,
sull’associazione sovversiva a livello internazionale: in pratica è
sufficiente accusare qualcuno di essere solidale con un’organizzazione
precedentemente inserita nella lista nera, per montargli addosso la solita
accusa di terrorismo, questa volta internazionale. Il tutto condito con una
buona campagna stampa dei media di regime, come vediamo continuamente avvenire.
Quest’ultima operazione repressiva dimostra, se ce ne fosse bisogno, che
l’imperialismo (americano o europeo, berlusconiano o socialdemocratico che
sia) ha comunque la stessa essenza: crudele, feroce e assetata di profitto e che
questo solo è il vero nemico del proletariato e delle masse oppresse di tutto
il mondo. Un nemico che, nonostante le sue contraddizioni intestine e le
differenti latitudini, è sempre pronto a colpire tutti quelli che, in un modo o
nell’altro, si oppongono alla sua azione di dominio e sfruttamento planetario,
siano essi comunisti, antimperialisti o progressisti.
Dunque l’ “emergenza terrorismo”, con le sue liste nere, serve solo a
legittimare la ristrutturazione del sistema repressivo a livello nazionale e
internazionale e a reprimere qualsiasi forma di solidarietà e sostegno, anche
solo di tipo umanitario, alle lotte rivoluzionarie e antimperialiste a livello
internazionale, studiato dunque per tentare di attaccare il principio stesso
dell’internazionalismo proletario.
Alcuni articoli del numero di settembre 2004 del giornale "Lotta Unità" a cura di Linearossa e Assemblea Nazionale Anticapitalista (e-mail: lotta.unita@libero.it)
Sulla
crisi petrolifera
«Per
l’economia mondiale i rapporti sugli aumenti del barile di greggio sembrano
ormai bollettini di guerra in cui si parla solo più di battaglie perdute.» Le
“candide” affermazioni de La Stampa testimoniano l’attuale stato di crisi
del capitalismo mondiale, che acuisce lo scontro sul possesso e la
concentrazione della produzione e delle ricchezze, in primis quella energetica.
In un sistema economico in crisi, l’obiettivo delle oligarchie finanziarie non
è più solo accaparrarsi mercati e territori, ma impedire che a farlo siano
potenze concorrenti. Quindi, in una situazione in cui l’intera filiera
produttiva – dall’estrazione di greggio, al trasporto, alla raffinazione –
è ormai sfruttata al massimo della potenzialità (l’Opec sta pompando quasi
al massimo delle sue capacità estrattive con 2,5 milioni di barili in più del
“tetto” produttivo), i fini degli USA sono quelli di “prendere per il
collo” l’UE (le cui Borse sono precipitate ai nuovi minimi dell’anno) e le
economie cinese e giapponese. I mezzi per perseguire questi fini sono per adesso
le guerre locali, le sanzioni governative e le speculazioni finanziarie.
L’invasione dell’Iraq, la destabilizzazione del Venezuela, le sanzioni
contro la Nigeria, le pressioni sulla Russia nel caso Yukos, e le speculazioni
sul petrolio Saudita sono quindi le punte di lancia di una “campagna” che
Bush & Cheney hanno attentamente e meticolosamente preparato dai tempi
dell’11 settembre, ma anche una strada obbligata dalle leggi del Capitale.
Quelli che la stampa borghese enumera come i motivi del nuovo boom dei prezzi
petroliferi, sono in realtà il riflesso delle politiche messe a punto da
Washington per risolvere, con scarsi successi, la crisi. I quotidiani sabotaggi
operati dalla Resistenza in Iraq, la vittoria di Chavez nel referendum in
Venezuela e il poderoso aumento delle importazioni cinesi di petrolio, cresciute
del 39,5% negli ultimi sette mesi, “rompono le uova nel paniere” yankee, il
cui deficit della bilancia commerciale ha toccato i 55,82 miliardi di dollari.
A pagare il conto dei rincari saranno, manco a dirlo, i bilanci delle famiglie
proletarie, che in Italia dovranno sopportare una nuova stangata da 500-600 euro
imputabile unicamente ai prezzi di benzina, luce, gas e riscaldamento. Il
salasso dei salari non è però l’unica azione intrapresa dalla borghesia
italiane per rintuzzare le ripercussioni negative del caro-petrolio su
un’economia che ha l’85% delle sue merci che viaggia su camion e il turismo
e l’industria automobilistica come settori di punta.
Il Parlamento nazionale ha spinto fino all’inverosimile affinché
venissero rilanciati i progetti sul Corridoio 8 (che collega Bari e Brindisi,
sull’asse Ionio-Adriatico, a Varna, sul Mar Nero) come Rete Transeuropea di
Trasporto per agevolare la mobilità di merci e forza lavoro. Ha favorito la
costruzione di una società energetica comune, primo passo del progetto per un
gasdotto dal Mar Caspio con l’Europa centrale a partire dal 2009. Il nuovo
gasdotto si chiamerà Nabucco, sarà lungo oltre 3.000 chilometri ed avrà una
capacità di trasporto annuale tra i 20 e i 30 miliardi di metri cubi di gas.
Andrà dalla Turchia (confinante a est con i paesi dell’Asia centrale che si
affacciano sul Mar Caspio) all’Austria, via Bulgaria, Romania e Ungheria. Il
governo Berlusconi ha, infine, prima siglato un memorandum quadrilaterale volto
a dotare il corridoio 5 (sull’asse Berlino-Palermo) di infrastrutture digitali
all’avanguardia fra Italia, Ungheria, Slovenia e Croazia; poi rilanciato
accordi politici (costruzione di CPT in Libia per rinchiudere gli immigrati) ed
economici (iniziative dell’Eni e delle compagnie petrolifere nazionali) per
garantirsi la fornitura di quei 500.000 barili giornalieri mai così preziosi
come in questa congiuntura. Alla
fine, che la si guardi da un’angolatura o da un’altra, le alchimie e le
trame che l’imperialismo elabora, non fanno altro che, da una parte, aumentare
sempre più le contraddizioni e il conflitto col proletariato; dall’altra
acuire lo scontro fra potenze imperialiste, col suo portato di guerre,
distruzioni e morte.
ESPULSI
I COMPAGNI DALLA CGIL
Pontedera
(Pi). La Fiom Cgil ha
espulso 11 lavoratori (uno di questi della Filcams) e sospesi 5 per un anno. Le
motivazioni, riportate nella lettera loro inviata, sono: "mancanza di
spirito di collaborazione", "tentativo di creare una contrapposizione
all'interno della Fiom" e "fornire una cattiva immagine del sindacato
agli occhi dei lavoratori”.
La realtà è che questi lavoratori e queste lavoratrici sono state avanguardie
di fabbrica che per un intero decennio hanno promosso ed organizzato iniziative
di lotta e scioperi contro la "fabbrica integrata", in difesa delle
condizioni di lavoro della classe operaia Piaggio, fino ad essersi battuti nel
recente referendum contro l'accordo integrativo che prevedeva, tra l'altro,
l'introduzione del sabato lavorativo obbligatorio. Un accordo che ha diviso in
due la fabbrica e che, senza l'assenso dei colletti bianchi, sarebbe stato
respinto al pari di altri, nonostante l'impegno a farlo approvare da parte di
tutti e 4 i sindacati ufficiali (i tre confederali e l'Ugl).
Questi compagni sono stati, quindi, una spina nel fianco dei padroni e della
concertazione sindacale. E' bene ricordare, l'accanimento con cui il padrone ha
agito, a suo tempo, contro Corrado (l'iscritto alla Filcams) per relegarlo prima
in un reparto confino e poi per cacciarlo dalla fabbrica.
Con questi provvedimenti la Cgil ha colpito una risorsa fondamentale per
i lavoratori e le lavoratrici Piaggio, esponendo ancora di più queste
avanguardie alla rappresaglia padronale. Se qualcuno ha pensato di ostacolare la
resistenza della classe operaia Piaggio al peggioramento delle condizioni di
lavoro e di vita pensiamo che si
sia sbagliato di grosso.
Il trasferimento e l'allontanamento dalla fabbrica di Corrado, uno dei delegati
più rappresentativi e combattivi, fu una grave perdita, ma è altrettanto vero
che quella vicenda rafforzò le avanguardie esistenti e ne fece nascere altre.
Questo è un importante insegnamento che traiamo da questa vicenda. Vergognoso
è anche il modo con il quale la Cgil ha deciso di attuare questa epurazione,
pochi giorni prima delle ferie, come nelle "migliori" tradizioni dei
padroni che, quando hanno potuto, hanno atteso periodi di ferie per
licenziamenti politici, ristrutturazioni, cassa integrazione, con l'obiettivo di
ostacolare e rallentare la risposta dei lavoratori. Tentativo fallito in quanto
la mobilitazione è stata tempestiva con gli scioperi di giovedì 29 e venerdì
30 luglio. Oltre agli scioperi nei reparti, dove i compagni e i delegati Rsu
(oggetto del provvedimento) lavorano, vi è stato un presidio di protesta di
100-150 lavoratori di fronte alla Camera del Lavoro di Pontedera. I compagni
della Piaggio hanno già ricevuto numerosi attestati di solidarietà ed in
fabbrica sono state organizzate una raccolta di firme contro i provvedimenti a
livello di massa ed una petizione sottoscritta da coloro che hanno condiviso il
loro percorso di lotta, motivo dei provvedimenti.
Nella prima settimana di agosto, Linearossa e A.N.A. hanno diffuso un volantino
di solidarietà e denuncia alla Piaggio e in altri luoghi di lavoro e raccolto,
nei 3 giorni della Festa a Forno (Ms), 150 firme di solidarietà.
“I
fatti hanno la testa dura”
Intervento
di un delegato espulso all’assemblea-dibattito del 9 luglio a Viareggio, con
la delegazione Sata-Fiat di Melfi.
All’iniziativa, promossa da diverse RSU e numerosi delegati, hanno partecipato
100-120 compagni e compagne
Carcere:
una questione di classe
Il “fatto”, questa
volta, è la rivolta dei prigionieri della IV sezione del carcere romano di
Regina Coeli, ma i dati strutturali sono impressionanti: 56.403 prigionieri, di
cui 53.838 uomini e 2.565 donne, sono rinchiusi nelle carceri italiane, a fronte
di una capienza ordinaria di 41.470 persone. Senza contare i Centri di
Permanenza Temporanea, vere prigioni non dichiarate dove vengono rinchiuse
migliaia di uomini e donne, e gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, con 1.427
persone per 1.047 posti. Scoppiata a causa delle condizioni di vita disumane e
del sovraffollamento, con oltre 400 prigionieri oltre il limite, la rivolta è
stata messa in atto il 17 agosto da circa 150 prigionieri attraverso
l’occupazione dell’intera sezione, conclusasi a notte inoltrata con
l’inquisizione e il trasferimento di 47 persone, con l’intervento del
generale Enrico Ragosa, ex Sisde ed ex capo degli SCOP (ora GOM), le squadrette
di torturatori della polizia penitenziaria, già fiduciario del precedente
Ministro di centro-sinistra Oliviero Diliberto, che gli assegnò le direzione
dell’UGAP. Di nuovo, il centro-sinistra ripropone ipocritamente l’amnistia,
ricalcando l’ignobile truffa perpetrata ai danni dei prigionieri con l’indultino,
utilizzato solo per sedare le proteste di due anni fa e sostanzialmente inutile.
Per contro, alla rivolta di Regina Coeli si aggiunge quella delle prigioniere
dell’altro carcere romano, Rebibbia, che hanno proclamato il “rifiuto del
cibo” anche qui a causa delle condizioni inaccettabili, in particolare
nell’Alta Sorveglianza, dove non è raro trovare celle con dieci prigioniere
con i propri bambini. Forti invettive, invece, si sono levate in occasione del
suicidio del sindaco di Roccaraso, in carcere per corruzione, da parte di
esponenti di centro-sinistra e centro-destra, che hanno protestato contro la
carcerazione preventiva nei propri confronti. Nessuno di lorsignori, però, si
pronuncia quando a morire in carcere sono i proletari: la cosa, infatti, è più
che normale e non fa notizia. Che la prigione non sia, normalmente, destinata a
borghesi e padroni, si evince anche dall’evoluzione di alcuni reati; il
governo D’Alema equiparò lo scippo alla rapina, mentre quello attuale ha
depenalizzato il falso in bilancio e l’esportazione illecita di capitali; due
reati, questi ultimi, che un proletario non può attuare. Padroni del calibro di
Cragnotti e Tanzi, responsabili dello sfruttamento di migliaia di lavoratori e
di furti ingenti, dormono tranquillamente nelle proprie lussuosissime dimore,
mentre la ricerca, da parte di Castelli, delle liste dei parlamentari in visita
alle carceri, apre un nuovo fronte di scontro tra maggioranza e opposizione.
A
metà agosto, Arafat ha chiesto una riunione straordinaria al parlamento
palestinese per discutere la questione delle riforme. Di fronte ai recenti
avvenimenti che hanno scosso la società palestinese, il Presidente ammette
alcuni suoi sbagli, le omissioni di alcuni funzionari, la corruzione in alcune
istituzioni pubbliche. Ammette, inoltre, che occorrono riforme per correggere
questo marciume e le prassi di corruzione diventate insopportabili per la
popolazione. Detto questo, Arafat fa un discorso generico e si rifiuta persino
di indicare un progetto preciso atto a riformare i vari apparati e ministeri,
rinviando il tutto a data da definirsi.
Il suo discorso per il popolo è stato deludente. Il suo è stato un tentativo
volto a recuperare terreno in termini di immagine e di rappresentanza di fronte al
pericolo che sta correndo a causa della corruzione che sta erodendo la sua
autorità ed il suo potere. A conferma di ciò è la frase finale del suo
discorso in cui lancia l’ennesimo invito ai politici israeliani a riprendere
le trattative ed il dialogo politico, invitandoli all’applicazione della Road
Map. In tutto questo Arafat e l’ANP si dimostrano gli unici a credere ancora
in questo progetto quando, dall’altra parte, gli israeliani hanno affossato,
sia politicamente che materialmente, tutti i progetti di pace fin ora
escogitati. Ciononostante, dimostra che per la dirigenza palestinese è molto più
importante riprendere il legame spezzato con i circoli internazionali che non
quello con la propria popolazione. Il suo, in sostanza, è un tentativo
d’uscire dall’isolamento in cui è costretto.
La ribellione della popolazione palestinese, invece, sta a dimostrare:
- la scarsa fiducia che il popolo ha nei suoi rappresentanti politici ed
istituzionali; di fronte ai continui fallimenti di questo gruppo, sul piano
della rappresentanza politica, la popolazione palestinese ha inteso togliergli
la delega. Ciò è frutto dell’incapacità della dirigenza palestinese a
guidare la resistenza del popolo e la sua lotta contro l’occupazione. Gli
attacchi di questi dirigenti ai gruppi resistenti sono conseguenza del panico e
del disorientamento politico in cui versa questa leadership;
- il rifiuto da parte della popolazione dello stato di corruzione, omissione e
soprusi quotidiani praticati dall’ANP e dai suoi funzionari. I Palestinesi
chiedono che le riforme vengano fatte da persone estranee al club dei corrotti:
le regole non devono essere fissate da chi ha finora nuotato nel marciume;
- la determinazione della popolazione nel continuare la lotta e nel prendere in
mano la guida della resistenza, rifiutando di ospitare nel proprio ventre
personaggi loschi.
Malgrado la ferocia della repressione, la miseria diffusa e la poco incisiva
solidarietà internazionale, il morale e la determinazione dei palestinesi sono
molto forti. Alla costante presenza della lotta armata contro l’occupazione,
si aggiungono forme di lotta innovative in continuo cambiamento. Allo sciopero
della fame iniziato in occasione della sentenza della Corte Internazionale sul
muro, che ha raggiunto l’obiettivo, è seguito lo sciopero della fame dei
prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane, per ricordare al
mondo la loro situazione e dare una spinta alla lotta. La solidarietà della
popolazione con la causa dei prigionieri ha portato all’estensione della
“protesta” fuori dalle mura delle carceri con un’adesione molto massiccia,
costringendo la politica ufficiale palestinese ad accodarsi alla causa di questi
partigiani privati della loro libertà e costretti a vivere in condizioni
gravissime di maltrattamento e tortura.
Alcuni articoli del numero di ottobre 2004 del giornale "Lotta Unità" a cura di Linearossa e Assemblea Nazionale Anticapitalista (e-mail: lotta.unita@libero.it)
Chi è meno peggio?
Le dichiarazioni di politici, economisti, intellettuali, opinionisti
e affini sul tema del “cambio d’epoca”, tema che gli avvenimenti rendono
attuale, seguono, grosso modo e al di là delle proprie competenze, questo
schema: il XX secolo è finito - il comunismo è fallito - esiste solo una
grande potenza - è necessario ridefinire un nuovo diritto internazionale e
nuovi organismi politici internazionali - il terrorismo va combattuto - la sola
opzione militare non fa che mostrare una grave carenza politica - la carenza
politica non riduce le differenze tra paesi privilegiati e quelli che vivono
nella miseria - la democrazia e la libertà sono valori irrinunciabili. Uno
schema dove ciascuno immette le sue particolari variazioni sul tema così: al
fallimento del comunismo si sostituisce la “reinvenzione del comunismo”,
come fa il nostrano Bertinotti. Al posto dei valori irrinunciabili la necessità
di rinunciare a certi diritti come dice il signor Joachim Fest, storico tedesco,
il quale, in un’intervista, si lamenta che in Germania si discuta ancora
troppo se espellere o no uno straniero sospetto, si schiera contro un garantismo
ad oltranza (sic!) e afferma che tale garantismo “continuerà finché non
faranno saltare il duomo di Colonia o San Pietro a Roma”.
Così, accanto a chi ha bombardato, invaso e distrutto l’Iraq e a chi sostiene
tutto questo c’è chi si oppone e si preoccupa che, per il futuro dell’Iraq,
sia ristabilita la libertà e la democrazia. Anche le date sono agitate in
maniera diversa anche se il vecchio 1989 (crollo dell’URSS) è stato
soppiantato, quasi del tutto, dall’11 settembre ‘01 (crollo delle Twin
Towers).
Il proletariato e le masse popolari sono chiamate a muoversi secondo questi
orientamenti, in questo quadro di apparente varietà. Il risultato è sotto gli
occhi di tutti: un peggioramento generale delle condizioni di vita e di lavoro,
un’erosione continua di conquiste e diritti, un bel numero di controriforme,
ma anche la comprensione, che cresce seppur lentamente, che proprio quando ci si
mette nelle mani del partito del meno peggio si apre la strada al peggio, perché
tra le varie differenze c’è una sola direzione di marcia: quella imposta dal
procedere della crisi capitalista e le differenze non sono sostanziali, perché
non riguardano l’essere contro o a favore gli interessi vitali delle masse.
Il modello del bazar orientale dove chi vende chiede 10 e chi compra offre 3,
passando prima da 8 per il primo e 5 per il secondo e finendo per accordarsi a
6, per poi, come ben sanno i lavoratori e le lavoratrici, scendere a 4 e finendo
per perdere ogni cosa, rappresenta proprio la strada degenerativa del partito
del meno peggio da ormai vari anni e la vicenda dell’Alitalia l’esempio più
attuale.
Se, come pensiamo, la guerra non è che la continuazione della politica sotto
altra forma, gli appelli dell’opposizione per la “transizione democratica”
dell’Iraq, sotto patrocinio ONU e condita con la preoccupazione per “un Iraq
lasciato a sé stesso”, servono solo per dar vita ad uno Stato interamente
dipendente in senso economico, politico, finanziario e militare che è proprio
l’obiettivo della politica imperialista che precede questa guerra. Una
politica imperialista che è la strada obbligata dalla crisi in corso e che
spinge ogni gruppo e Stato imperialista a tentare, in tutto il mondo, di
accaparrarsi più che può (migliori condizioni di sfruttamento di uomini e
donne e di risorse naturali) e lottare, con ogni mezzo, per far sì che i gruppi
e gli Stati imperialisti concorrenti prendano il meno possibile. Le guerre
locali di questi anni, i nuovi e vecchi focolai di guerra che si sviluppano nel
mondo, le varie manovre destabilizzanti, i colpi di mano, il continuo soffiare
sul fuoco delle contraddizioni etniche e religiose, l’armamento dei gruppi
reazionari, i tentativi destabilizzanti all’interno degli stessi Stati
imperialisti sono le forme diverse che lo scontro interimperialista oggi assume.
Le classi sfruttate e i popoli oppressi imparano, come hanno imparato le classi
e i popoli nello scorso secolo, a combattere tutte le posizioni reazionarie che
cercano di collegarsi ai movimenti anticapitalisti e antimperialisti e
dirigerli; imparano, come hanno imparato nello scorso secolo, che il partito del
meno peggio che tenta in tutti i modi di opporsi alla lotta rivoluzionaria,
qualunque sia il nome che assume, nello scorso secolo si chiamava
socialdemocrazia, non può che svolgere il ruolo di apripista alla reazione,
nello scorso secolo al fascismo e al nazismo.
Nello scorso secolo (e si capisce perché borghesi, reazionari e revisionisti
vogliono chiudere il XX secolo) la classe operaia russa comprese la legge
universale che “sempre e dappertutto, lentamente e faticosamente il popolo si
divide in due campi: il campo dei diseredati, degli oppressi, di coloro che
lottano per un avvenire migliore di tutti i lavoratori e il campo di coloro che
in un modo o nell’altro appoggiano i grandi proprietari fondiari e
capitalisti”.
Pensiamo che questa legge sia valida anche oggi e che, in definitiva, il XXI
secolo non spinga che a continuare il lavoro di quello precedente. I bambini e
le bambine di Beslan ci insegnano chi ha fatto fallimento, non solo in Russia,
ma in tutto il mondo: gli imperialisti, i loro amici reazionari e i revisionisti
d’ogni tipo e a questi non dobbiamo nessuna spiegazione sugli errori e i
limiti del passato. Ci insegnano anche che dobbiamo continuare questo lavoro,
nel secolo XXI, per farla finita con ogni genere di oppressione, sfruttamento e
guerre, lo stesso insegnamento che viene dal movimento partigiano del nostro
paese (1943-’45) o dagli eroi algerini del movimento di liberazione nazionale
(1962), da tutto il mondo che ancora non ha portato a termine il suo vecchio
lavoro.
“Questo campionato è giocato solamente da due
squadre con le maglie identiche...”
Mentre il centro-sinistra persegue nelle sue risse e
faide interne, il processo di riassestamento del governo Berlusconi, scaturito
dalla “crisi estiva”, sembrerebbe giungere a compimento con il varo del
disegno di legge (ddl) di riforma costituzionale. Frutto di compromessi e
acrobazie politiche e giuridiche all’interno della CdL, il testo sovrinteso
dal leghista Calderoni dovrebbe andare nella direzione auspicata da
Confindustria: decentramento e federalismo amministrativo unito a
centralizzazione politica. Da una
parte, le competenze regionali in materia di organizzazione dei servizi sociali
darà la possibilità ai capitalisti delle regioni “ricche” di marciare più
spediti sul terreno della costruzione dei “distretti produttivi”
continentali; dall’altra, il “premierato forte” ai limiti del
presidenzialismo rappresenterà un’accelerazione del processo di blindatura
dello Stato.
In questo modo va definitivamente in pezzi quella Costituzione “nata dalla
Resistenza” e frutto del patto sociale fra DC e PCI: infatti, la devolution
attacca pesantemente e ulteriormente quei diritti dei lavoratori ritenuti
“fondamentali” almeno sulla carta (costituzionale, appunto), come
l’assistenza sanitaria, i trasporti, l’educazione, la protezione sociale per
i disoccupati, ecc., legandoli alle esigenze finanziarie di enti locali ai quali
vengono pesantemente tagliati i finanziamenti statali. La riforma degli organi
costituzionali, invece, aumenta ancor più la distanza fra “Paese legale” e
“Paese reale”, con il primo sempre più esclusivamente apparato oppressivo e
repressivo del secondo.
Tra pulsioni e contraddizioni non secondarie, l’Ulivo ha raccolto gli inviti
al “dialogo” di Montezemolo e del cardinale Ruini, astenendosi durante la
votazione sull’articolo 1 del ddl (che istituisce il Senato federale), ed
annunciando che potrebbe votare «SI’» ad alcuni emendamenti che recepissero
le proposte dell’opposizione. È un atteggiamento che non può meravigliare.
Con la riforma (legge n. 3 del 18 ottobre 2001) del Titolo V della Costituzione
(spostamento delle competenze su buona parte del welfare state alle Regioni), il
centro-sinistra diede ulteriore dimostrazione di sé come “apripista” degli
attacchi alle condizioni generali della classe, poi sviluppati da Berlusconi. A
dimostrazione che l’oggetto del contendere fra i due Poli non è l’essenza
della controriforma costituzionale, ma forme e tempi della sua applicazione,
oltre che le classiche “fette della torta” (si veda lo scontro su “Roma
Capitale” per chi, tra Veltroni e Storace, debba avere la potestà di
legiferare in materia). Danno che si unisce alla beffa: i costi della riforma
federale si aggirano, secondo “Il Sole 24 Ore”, a 90 miliardi di euro, che
si vanno ad aggiungere ai 60 spesi da Amato nel 2001 per la riforma del Titolo
V.
Lanciamo un sondaggio: secondo voi chi li pagherà?
Il
modello Electrolux
Contributo di un operaio dello stabilimento di
Pordenone
Di multinazionali in Italia ce
ne sono parecchie, ma pochi sanno che dopo la FIAT il secondo gruppo per
grandezza è Electrolux, con circa 12.000 dipendenti sparsi nei vari
stabilimenti. Ma chi è Electrolux? Electrolux è una multinazionale svedese
leader mondiale nella produzione di elettrodomestici per la casa e il
giardinaggio. L´Electrolux sbarca in Italia a metà degli anni ´80 comprando
un´azienda, allora in forte crisi
economica, che produceva un prodotto in ogni caso competitivo sul mercato. L´azienda
era la Zanussi. Dopo un periodo iniziale in cui Electrolux ha pensato solo a
tagli di posti di lavoro e razionalizzazione degli impianti, nei primi anni
‘90 ha presentato un piano di investimenti spalmato sui dieci anni per
rilanciare tutto il gruppo Zanussi.
La razionalizzazione degli impianti avuta con il nuovo piano d´investimenti
portò al fatto che ogni stabilimento producesse una sola tipologia di
elettrodomestico. La diversificazione di
produzione tra stabilimenti comportò anche una diversità di problemi da
affrontare. Mentre la vendita di un´auto non su-bisce più di tanto l´influsso
delle stagioni, gli elettrodomestici invece questo influsso lo subiscono molto.
Per esempio, se uno stabilimento produce frigoriferi il periodo di vendita
maggiore è collocabile nei mesi estivi mentre per quanto riguarda essiccatori e
lavatrici, la vendita sarà nei mesi invernali. Questo crea anche una diversità
di problematiche tra gli stabilimenti e provoca anche, sotto alcuni aspetti, l´impossibilità
di una lotta sindacale comune per tutto il gruppo Electrolux in Italia.
Fu introdotto, anche, l´obiettivo di competitività. In pratica Electrolux mise
in concorrenza gli stabilimenti, sparsi nel mondo, che producevano lo stesso
prodotto, imponendo un guadagno sempre maggiore rispetto all´anno precedente.
Se uno stabilimento non raggiungeva l´obiettivo veniva dichiarato improduttivo
e quindi chiuso. Con questa tecnica Electrolux chiuse e dismise parecchi
stabilimenti in Svezia, Gran
Bretagna e Germania. Ma fece forti investimenti là dove il lavoro costava meno,
in pratica proprio in Italia e in special modo rivoluzionò lo stabilimento di
Pordenone. Naturalmente una multinazionale non investe miliardi se non ci sono
precise condizioni di guadagno. Queste condizioni furono date dal governo
Italiano e dai sindacati.
Il governo ridusse alcune imposte e il sindacato concesse alcune modifiche sull´orario
di lavoro, l’introduzione di nuovi contratti di lavoro e
flessibilità per i contratti a tempo determinato. Alla fine degli anni
´90 il gruppo Electrolux, attraverso i contratti integrativi, aveva introdotto
talmente tante modifiche da essere indicato come modello da seguire.
Infatti la legge 30/2004 sul lavoro prende parecchi spunti dalla tipologia di
contratto in vigore nel gruppo Electrolux. Non a caso Castro, all´epoca
responsabile del personale di tutti gli stabilimenti in Italia, Sacconi, attuale
sottosegretario al ministero del Welfare e Marco Biagi, saranno tra gli artefici
del libro bianco che verrà poi tramutato nella legge 30/04.
La politica del gruppo fu di adeguare i turni di lavoro, gli orari, i
periodi di ferie collettive e quanto altro in base alla tipologia di prodotto
che lo stabilimento faceva. Non
solo, erano diversi i turni di lavoro anche tra le linee di montaggio all´interno
dello stesso stabilimento, là dove un prodotto aveva più richiesta degli
altri. Dopo la metà degli anni
`90, un neoassunto, all´atto di firmare l´assunzione, accettava qualunque
tipologia d´orario: da quello a giornata al ciclo continuo, alla rotazione
settimanale su 4 turni, su 3 turni oppure su due turni. Tutto dipendeva in che
linea di montaggio era inserito. L´altra politica forte fu quella di
terziarizzare alcuni settori della produzione, senza però
allontanare la produzione. L´azienda mise a disposizione dei fornitori
alcuni capannoni che non utilizzava
concedendoli in affitto. In questo modo riduceva i costi di gestione ma
manteneva la produzione in loco abbattendo i costi di trasporto.
Questo sistema di dividere la produzione degli stabilimenti, portò in breve
tempo a situazioni anomale. In alcuni stabilimenti posti in aeree economicamente
disagiate furono imposti, per mantenere lo stabilimento, turni allucinanti come
il 6X6X4. Che vuol dire lavorare per 6 ore al giorno, per 6 giorni ruotando su
quattro turni. Ogni turno durava una settimana e
poi si cambiava. Solo che i lavoratori erano obbligati a lavorare anche
il sabato per arrivare alle 36 ore settimanali. Alla fine chi ci guadagnava era
l´azienda che aveva lo stabilimento in produzione 6 giorni su 7, pagando i
lavoratori in ordinario. Inoltre veniva preclusa la possibilità agli operai di
eventualmente poter incrementare la busta paga facendo gli straordinari perché
la fabbrica è sempre operativa con personale in organico stabile.
La divisione degli stabilimenti in Italia ha creato molti problemi, ma là dove
il sindacato era forte è riuscito a respingere l´introduzione di nuove
normative contrattuali. Un esempio importante è stato quello che ha visto
protagonisti gli operai dello stabilimento di Pordenone nel 2000, quando l´azienda voleva introdurre il lavoro a chiamata. Aveva già trovato l´accordo
con CISL e UIL (difficile non trovarlo quando chi si confronta la pensa in
maniera tanto simile). L´unico ostacolo all´Azienda furono, allora e in quella
situazione, i delegati FIOM, che riuscirono a parlare con i lavoratori, spiegare
loro cosa voleva fare l´azienda e a convincerli a lottare. Il referendum per l´introduzione
del lavoro a chiamata fu respinto con oltre l’80% dei voti. Purtroppo la
proposta aziendale è divenuta poi legge a livello nazionale proprio con la
legge 30/2004, anche grazie al fatto che uno dei consulenti dell´azienda era
Marco Biagi.
Altro aspetto importante all´interno degli stabilimenti Electrolux è il lavoro
stagionale. La produzione degli essiccatori è un esempio evidente di cosa
voglia dire occupazione stagionale. Il prodotto viene venduto, per lo più nei
mercati nord-europei da settembre a marzo. Ogni anno tra agosto e ottobre, nello
stabilimento di Pordenone, erano assunte circa 500 persone.
Tutte con contratto a tempo determinato valido tre mesi e rinnovato per altri
tre. Finito il picco di produzione, l´azienda ti dava il ben servito. Per poi
eventualmente richiamarti, nell´agosto successivo,
con un altro contratto a tempo determinato. Ci sono operai che, dopo aver
lavorato in azienda per oltre 20 mesi non continuativi, con contratti
a tempo determinato, sono stati mandati a casa senza essere richiamati.
Da rilevare che la maggior parte degli operai stagionali erano immigrati. Ma l´azienda
non si è fermata al tempo determinato, al part-time, ecc. Ha voluto inventare
un´altra tipologia di contratto: il part-time ciclico. In pratica l´operaio
viene assunto a tempo indeterminato, lavora 40 ore la
settimana dal lunedì al venerdì, ma non lavora tutto l´anno. Infatti
lavora 8 mesi l´anno, di solito da luglio a febbraio. Gli altri 4 mesi in cui
non è pagato può, se vuole, trovarsi un altro lavoro in regola. Come se
trovarsi un lavoro da marzo a luglio fosse semplice.
In questo periodo la situazione del gruppo in Italia è molto critica.
Electrolux, nonostante riconosca un certo stagnamento del mercato dell´elettrodomestico
in generale, non vuole rinunciare alla sua politica di guadagnare un 5% annuo.
Per questo motivo ha cominciato da qualche anno a spostare le linee verso l´est-Europa.
Alcune produzioni come gli essiccatori non saranno più prodotti a Pordenone ma
in stabilimenti in Germania e Polonia. La stessa produzione di frigoriferi o di
grandi impianti per gli alberghi è in forte crisi, con rischio di chiusura. Gli
stessi fornitori del gruppo sono in difficoltà per due motivi: uno l´arrivo di
componenti cinesi a basso costo e l´altro il trasferimento di produzioni all´est-Europa.
Questo vuol dire o seguire la produzione all´estero investendo ingenti capitali
oppure perdere la commessa di lavoro. Certo che se l´imprenditore fa nuovi
investimenti all´estero qui in Italia chiude comunque, quindi a rimetterci sono
sempre e solo gli operai.
Sulla
fecondazione assistita
(comunicato del Collettivo dell’Ospedale Unico della Versilia)
Il 10 febbraio ’04 è entrata
in vigore la legge che regolamenta la procreazione medicalmente assistita,
meglio conosciuta come “fecondazione artificiale o in provetta”.
Questa legge, che vorrebbe colmare un vuoto legislativo, è in realtà una legge
pericolosa e repressiva che mette in discussione i diritti conquistati dalle
donne con le lotte passate, attaccando principalmente la Legge n.194/’78 sulla
interruzione volontaria di gravidanza, da operarsi in strutture pubbliche e
gratuitamente. La normativa entrata in vigore mette al centro l’embrione,
considerato come persona vera e propria e come tale portatore di diritti
assoluti come quello alla vita da realizzarsi sempre e comunque, anche
prescindendo dai diritti della madre, in palese contrasto con sentenze della
Corte Costituzionale che stabilivano i diritti della madre come prevalenti, in
quanto persona già esistente ed in relazione con il mondo (è del 1975 la
sentenza che stabilisce la differenza tra l’embrione e l’essere umano,
sancendo di fatto la priorità della salute della madre rispetto al nascituro).
Da questa premessa fortemente caratterizzata da un integralismo cattolico e
clericale, discendono tutti gli articoli della legge che limitano fortemente il
ricorso a pratiche di fecondazione assistita e ne diminuiscono nettamente la
possibilità di successo:
·la sterilità non è considerata una malattia, ma quasi un disturbo
funzionale, conseguentemente i finanziamenti per la sua cura a carico del SSN
vengono notevolmente ridotti;
·le donne sole o le coppe gay non possono accedere alla fecondazione assistita;
·non esiste più la possibilità di fecondazione eterologa, entrambi i gameti
devono essere di coloro che saranno i genitori giuridici;
·non si possono più congelare gli embrioni di riserva (la legge impone
l’impianto di soli tre embrioni per ciclo), pertanto gli ovuli prodotti oltre
i tre richiesti saranno buttati, costringendo le donne a subire terapie
continue, dannose e invasive per la propria salute, visto che per fornire gli
ovuli necessari alla fecondazione, la donna deve sottoporsi a dosi massicce di
cure ormonali;
·gli embrioni prodotti devono essere tutti impiantati, non si possono fare
diagnosi pre-impianto, nemmeno per embrioni portatori di malattie a trasmissione
genetica, costringendo di fatto poi (se il feto sarà anormale) la donna ad
abortire. Tutto questo porta a gravissime conseguenze, vanificando inoltre il
lavoro di molti centri, come quello di Cagliari dove veniva eseguita la diagnosi
pre-impianto alle coppie portatrici di talessemia. Questa legge crea una
contraddizione normativa insostenibile in qualsiasi ordinamento: come è
possibile consentire l’aborto di un feto (che si è voluto a tutti i costi
impiantare), impedendo la verifica di eventuali malattie genetiche perché
considerato intoccabile quando era nemmeno un embrione, ma un pre-embrione? Su
questa contraddizione faranno sicuramente leva quanti vogliono abrogare o
fortemente limitare la Legge n.194/’78, ributtando le donne e le giovani dei
ceti sociali più poveri nelle grinfie delle “mammane”, e quelle più ricche
in quelle dei “cucchiai d’oro”.
Chi ha voluto questa normativa, reazionaria nell’ideologia, oscurantista nel
suo rifiuto al progresso scientifico e carica di disprezzo nei confronti delle
donne e della loro capacità di decidere autonomamente, è il centro-destra
(governo Berlusconi-Bossi-Fini) sostenuto anche da componenti del
centro-sinistra, vedi Margherita, con la sua componente cattolica (che si rifà
a quelle gerarchie ecclesiastiche da sempre pronte ad allearsi con chi è
disposto a soffocare ogni processo di emancipazione delle donne, dei lavoratori
e delle masse popolari), sempre sensibile al richiamo che viene da oltre Tevere
e senza dimenticare il signor D’Alema che già qualche anno fa faceva appello
alle coscienze liberali presenti nel centro-destra a rivedere la legge
sull’aborto. La posta in gioco è alta, non solo perché questa legge mette in
discussione gli elementari diritti delle donne conquistati con le lotte, ma
anche perché si vuole aprire la strada a considerare l’interruzione di
gravidanza un reato contro la persona e quindi a condannare le donne che
abortiscono. Per questo occorre principalmente vigilare, attraverso un lavoro di
denuncia e controinformazione e, là dove è possibile, costruire percorsi di
mobilitazione in difesa dei diritti e della salute.
Collettivo Lavoratori e Lavoratrici dell’Ospedale Unico
della Versilia
A metà agosto un operaio di una
ditta d'appalto è morto mentre lavorava nei cantieri dell'Alta Velocità,
nell'Appennino Tosco-Emiliano.
Il 13 settembre, fra Fossano e Cuneo, il treno interregionale 4441 Torino-Cuneo,
che trasportava lavoratori e studenti pendolari, è deragliato: morta la
capotreno, 46 anni, e una viaggiatrice, 50 anni, gravemente ferito il
macchinista, feriti 33 viaggiatori.
Il 21 settembre, a Civitavecchia, un operaio è morto folgorato mentre lavorava
alla linea elettrica che passa sui binari
Il 22 settembre, a Lagopesole, sulla linea Potenza- Foggia, un convoglio che
trasportava 5.000 traversine ha travolto e ucciso due operai, di 30 e 48 anni, e
ferito altri 7 operai, tutti di una ditta di appalto (la Ventura di Bari) che
lavoravano sulle macchine per la posa delle traversine e la saldatura dei
binari. Anche il conducente del convoglio investitore è un lavoratore della
stessa ditta di appalto: si è trovato a transitare sullo stesso binario delle
macchine operatrici, anziché sull'altro binario di stazione e ha tentato
disperatamente di arrestare il convoglio, ma i freni non hanno funzionato.
La stessa gente che abita nei pressi della stazione testimonia che solo due
giorni prima per miracolo non è accaduta la stessa tragedia. L'episodio fa
seguito ad altri simili (solo per fortuna con esiti diversi) tutti interessanti
le linee regionali, in stato di estrema precarietà e insicurezza.
Quasi sempre, e in particolare all'indomani dell'incidente del 13 nei pressi di
Cuneo, la dirigenza delle Ferrovie si precipita ad affermare che si tratta di
"errore umano". Come se, anche quando un errore umano vi fosse, non si
trattasse che dell'effetto ultimo di un'organizzazione del lavoro che ha visto,
nell'ultimo decennio, il dimezzamento dei ferrovieri, passati da 224.000 a
neanche 90.000, la societarizzazione e lo smembramento delle Ferrovie, l'aumento
spasmodico dei tempi e dei ritmi di lavoro, l'esternalizzazione di settori, fra
cui appunto la manutenzione delle linee, l'introduzione di contratti di lavoro
sempre più flessibili e più precari.
A questo processo ha dato il suo grande contributo l'ex amministratore delegato
Cimoli, passato ora ad Alitalia, dove, come abbiamo visto, si è affrettato a
promuovere misure simili a quelle applicate in FS, i risultati delle quali non
tarderanno ad arrivare.
L'inizio dell'anno scolastico
ripropone uno dei leit motiv di questo periodo: l'incremento costante della
spesa per l'accesso all'istruzione. Se pensiamo che oltre al continuo
aggiornamento dei libri di testo, non dovuto al cambiamento dei programmi ma
spesso allo spostamento delle pagine, al fine di garantire il rimpinguarsi delle
casse delle case editrici, c'è da fare i conti con la riforma scolastica
proposta dalla Moratti, abbiamo come sempre un quadro a dir poco desolante,
specie per le nostre tasche. Inoltre l'aristocratica signora, fingendo
d'interessarsi a ciò, definisce i tetti di spesa per i libri delle classi medie
inferiori: 250 € per la 1^, 108 per la 2^ e 155 per la 3^. Ovviamente tale
dinamica non è vincolante, per cui in molti casi i tetti vengono superati, ma
una domanda ci sorge spontanea:
perché per accedere alla scuola dell'obbligo, che lo Stato, per sviluppare la
conoscenza dell'individuo, dovrebbe garantire a tutti, solo per i libri ogni
famiglia spende circa un milione di vecchie lire nel triennio per ogni figlio??
L'accesso alla scuola dell'obbligo dovrebbe essere gratuito, viceversa l'Italia
non riesce a garantire quello che paesi come Cuba garantiscono a tutta la loro
popolazione nonostante l'embargo e quant'altro? Ma la scure della Moratti, così
come hanno sempre fatto tutti i precedenti governi (Berlinguer compreso) oltre a
"ignorare" quest'aspetto fa di più, censura la teoria Darwiniana
dell'evoluzione umana, circoscrive la storia ai periodi più utili alla scuola
azienda, riduce il tempo pieno e i fondi per la scuola dell'infanzia, taglia
quasi definitivamente i fondi per le scuole serali, obbliga nell'età
adolescenziale le scelte formative, organizza il quizzone per
"regolarizzare" quelle migliaia di precari/e che lavorano nella scuola
pubblica.
Eppure guardando uno studio del CEDE pubblicato pochi giorni fa ci sarebbe da
preoccuparsi. Basti pensare che in Italia ci sono oltre 2 milioni d'analfabeti,
e 15 milioni di semianalfabeti con un potenziale equivalente, destinato a
diventarlo nel medio periodo. D'altronde libri se ne leggono pochi e i giornali
che tirano sono quelli scandalistici o sportivi. L'Italia del dopoguerra
soffriva del paleoanalfabetismo, limite di una società povera e per lo più
contadina e operaia. Oggi dopo anni di lotte anche durissime, che hanno prodotto
grande emancipazione sociale, ci ritroviamo a combattere su un terreno, quello
pedagogico-formativo, che "certifica" il grado evolutivo della società
nella quale viviamo. Se infatti negli anni '50 il 59% della popolazione adulta
aveva la licenza elementare, oggi solo il 6% non la possiede, ma sono il 42% i
diplomati nella media superiore, a fronte di una media europea del 59%, in più
solo il 9% si laurea contro il 21% del resto d'Europa, con un mercato del lavoro
che ha, come requisito di accesso minimo, il diploma superiore. Quello dei
nostri giorni è un analfabetismo considerato strutturale nei paesi industriali
a livelli di consumo alti: tanto per comprare, è meglio non ragionare, anzi...
E i programmi televisivi ne sono spesso l'esauriente manifestazione. Grande
fratello, quiz miliardari e isole varie docent…
Il
costo della spesa
Scelta di tempi sospetta e contenuti tutt'altro che favorevoli, "la
situazione è grave, ma non è seria".
L'accordo sul blocco dei prezzi raggiunto dal Governo e dalla cosiddetta
"grande distribuzione" nasconde, ma nemmeno troppo bene, l'ennesimo
colpo ai danni dei lavoratori. Dopo aver proposto la vendita rateale, magari a
tasso zero, di zucchine, peperoni e simili, suscitando più ira che ilarità da
parte dei cosiddetti "consumatori", la grande distribuzione
commerciale e il governo orchestrano una manovra, abilmente conclusa un giorno
dopo lo "sciopero dei consumi" proclamato dalle associazioni dei
consumatori, allo scopo di strappare ulteriore terreno alle conquiste storiche
dei lavoratori e, contemporaneamente, di apparire come i difensori dei meno
abbienti. Due piccioni con una fava. In realtà, il blocco dei prezzi era stato
già deciso in precedenza da alcune grandi catene, quindi, in sostanza, nulla di
nuovo. In più, l'accordo prevede che dal prossimo anno i prezzi saranno liberi
di lievitare. C'è da sperare che le lenticchie a capodanno, oltre a costare
meno, portino davvero soldi!
La parte peggiore, però, è indubbiamente quella che riguarda la contropartita
di cotanta "offerta"; i "cari" padroni ottengono un surplus
di flessibilità, che significa, per i lavoratori del commercio, già fortemente
precari e "rappresentati" da categorie sindacali tra le più
compromesse, una pesante estensione sia dell'orario di lavoro, sia del numero di
giorni lavorativi. Il tutto con gli stessi salari.
Salari da spendere, ovviamente, nei supermercati di cui sopra, dal momento che
rimarranno aperti più a lungo.
In sostanza questo accordo non è altro che una truffa, portata avanti con
spregiudicata disinvoltura, contro la quale hanno inveito anche i piccoli
commercianti, stante l'impossibilità di competere, a meno di costringere i
pochi dipendenti a dormire sul posto di lavoro (magari con una brandina…).
Non dimenticheremo! Non
perdoneremo!
Una nostra delegazione si è recata in Libano per il 22 °
anniversario del massacro di Sabra e Chatila
“We
will not forget! We will not forgive!” è stato quest’anno lo slogan
che ha accompagnato le celebrazioni del 22° anniversario del massacro di Sabra
e Chatila (16-18 settembre 1982), a cui ha partecipato anche una nostra
delegazione, organizzata per l’occasione. Lo scopo dell’iniziativa è quello
di contribuire a recuperare la memoria di un evento che in passato ha rischiato,
sotto la spinta del disinteresse e della rimozione generale, di essere
accantonato nel dimenticatoio della storia, e consolidarne la coscienza. Non
primo e non ultimo, il massacro di Sabra e Chatila è un evento paradigmatico
della storia moderna dove, come due facce della stessa medaglia
imperial-sionista, convivono la ferocia e l’infamia. La ferocia sionista,
eternamente cristallizzata dalle immagini dei corpi martoriati, violati e
mutilati, delle circa 3mila persone massacrate, in massima parte vecchi, donne e
bambini, molti dei quali successivamente schiacciati e sepolti alla meno peggio
qua e là per tutta l’area, tanto da rendere impossibile un computo definitivo
delle vittime.
L’infamia del tradimento imperialista, responsabile di aver fatto il gioco
delle tre scimmiette omertose - stabilite voi la disposizione tra la
statunitense, la francese e l’italiana… - della “forza multinazionale di
pace” che all’epoca, non rispettò l’accordo di garantire la sicurezza dei
civili palestinesi in cambio dell’evacuazione dei feddayn, lasciando campo
libero ai macellai sionisti e ai falangisti. Un’infamia che, ad onor di
cronaca, fu implacabilmente punita con operazioni successivamente condotte
contro obiettivi della stessa “forza di pace multinazionale”, lasciando sul
campo centinaia di marines e legionari e dove solo la proverbiale ambiguità
della politica estera italiana salvò dalla stessa sorte i bersaglieri.
Un bagno di sangue di cui, camminando tra gli inestricabili vicoli dei
campi profughi, si percepisce la portata incrociando gli sguardi, che “non
dimenticano e non perdonano”, delle donne e degli uomini, che in un modo o
nell’altro sono legati a quei tremila martiri e a tutti quelli che li hanno
preceduti e seguiti nella stessa sorte. Ma nei campi profughi del Libano, così
come in tutta la diaspora palestinese - che al censimento ONU del 1997 ha
oltrepassato la cifra di 4milioni di profughi -un’altra cosa che “non si può
dimenticare e non si può perdonare” è la cacciata dalla Palestina da parte
dei sionisti (Nakba 1948), spalleggiati dall’imperialismo. Una memoria
incancellabile che fa sì che per i Palestinesi della diaspora – e dovrebbe
esserlo per tutti noi – il
diritto al ritorno alle proprie case e alla propria terra, una rivendicazione
strategica ed un diritto umano inalienabile.
Un diritto riconosciuto internazionalmente (risoluzione ONU 194), vissuto come
un vero e proprio incubo dall’entità sionista che si è
impiantata in terra di Palestina.
L’applicazione di tale diritto,
infatti, per un’entità confessionale e razzista com’è Israele, avrebbe
effetti destabilizzanti che ne minerebbero alle fondamenta il carattere
sionista. Un evento del genere metterebbe in gigantesco risalto la
contraddizione insanabile tra sionismo e democrazia - di cui a sproposito cerca
di fregiarsi la giunta militare che, in giacca e cravatta, è al governo -.
Per ultimo non si può non chiedersi se la stessa popolazione, che ha usurpato
ed usurpa case e terre altrui, che pur conoscendo le dirette responsabilità
politiche e militari di “Sharon il boia” nel massacro di 22 anni fa – e
non solo - lo ha comunque eletto a proprio rappresentante
politico-istituzionale, meriti benevolenza.
“We will not forget! We
will not forgive!” ripetevano in migliaia i palestinesi, in questo settembre,
per le strade di Chatila…
Abbiamo incontrato un compagno
della Comunità Palestinese della Toscana, una realtà che si è costituita
ufficialmente nel 2001 con un’assemblea che ha visto la partecipazione di 180
Palestinesi a livello regionale e provenienti da varie categorie lavorative.
Sempre attiva con dibattiti, assemblee e mobilitazioni sulla Palestina, ha
sviluppato molti rapporti con associazioni, gruppi ed organizzazioni anche sul
tema dell’opposizione alla guerra.
Potresti in sintesi riepilogare su quali obiettivi vi muovete?
Gli obiettivi sono quelli dichiarati dal popolo palestinese in lotta: una pace
vera si ottiene con la fine dell’occupazione militare e coloniale, con il
ritorno dei profughi palestinesi e con la costituzione di uno Stato palestinese
indipendente con Gerusalemme capitale.
La risposta di Sharon non lascia però spazio ad illusioni…
Negli ultimi 4-5 anni, proprio con l’arrivo di Sharon, si sono intensificati i
massacri e gli omicidi mirati (contro i civili vengono utilizzati elicotteri
“Apache”, caccia-bombardieri “F-16” e carri armati). A questo proposito
non si deve dimenticare la “carriera” di Sharon: dalla sua militanza, nel
1948, nella formazione terroristica dell’«Haganà», al massacro degli
ostaggi egiziani nel 1973, fino al massacro di Sabra e Chatila nel 1982 quando
era Ministro della Difesa.
Ora afferma di voler ritirare i coloni da Gaza: uno Sharon “colomba”?
Gaza è la roccaforte della Resistenza, sta creando troppi problemi a Sharon.
Se lui volesse fare la “colomba” dovrebbe ritirarsi da tutti i Territori
Occupati. In realtà sta solamente rispolverando un vecchio piano dell’800 che
intendeva legare Gaza all’Egitto e la West Bank alla Giordania. L’obiettivo
è quello di spostare la contraddizione da Israele-Palestina ad Egitto-Palestina.
I coloni di Gaza hanno scoperto le loro intenzioni: sono d’accordo sul ritiro,
ma il problema è sul risarcimento. Il governo propone 600 milioni di dollari a
nucleo familiare, ma i coloni temono che non manterrà le promesse.
Come vive la comunità palestinese il clima di guerra permanente e preventiva
che sembra aver permeato anche la società italiana?
La comunità palestinese si è ben inserita nella società italiana e i
rapporti con la popolazione non sono cambiati. Noi siamo il popolo che da sempre
subisce il terrorismo di Stato. In questo senso bisogna distinguere fra
terrorismo e Resistenza, ossia il diritto di un popolo a lottare. Dopo l’11
settembre alcuni partiti hanno tentato di far passare la Resistenza palestinese
come atti di terrorismo, parlando sempre della Jihad o di Hamas, ma dimenticando
il massacro di Jenin, come di altre città, la distruzione degli edifici, dei
terreni, delle coltivazioni. Questo è un terrorismo di Stato. Un cambiamento
positivo c’è stato: i fatti dell’11 settembre hanno spinto molti Italiani a
comprendere l’Islam ed il mondo arabo. Sono stati molti gli incontri e i
dibattiti a cui abbiamo partecipato in questo senso.
Una sincera volontà di comprensione che invece non sembra appartenere ai
mass-media…
In questo caso il cambiamento è stato negativo: quando avviene un
“attentato” sull’autobus in Israele, vengono
fatti ampi servizi per tutto il giorno. Quando invece avviene un massacro
di civili palestinesi, vengono concessi solo 2 o 3 secondi. È la classica
politica dei “due pesi e due misure”…
Condividiamo in pieno anche questa ultima considerazione: non a caso, oltre
l’esercito, la polizia e la magistratura, anche la stampa serve a tenere
sottomesse le masse…
Riportiamo alcuni articoli del numero di novembre 2004 del giornale "Lotta Unità"di Linearossa e Assembea NazionaleAnticapitalista (e-mail:lotta.unita@libero.it)
Questa campagna della stampa “democratico-borghese” contro comunisti,
anarchici, sindacalisti intransigenti, antifascisti, si inserisce perfettamente
nel clima di guerra preventiva che da tempo caratterizza la politica interna ed
internazionale delle potenze imperialiste.
Il tentativo, non è una novità, è di colpire chi lotta, chi si unisce e si
organizza non per compiere presunte “azioni criminali”, ma per dare
prospettive e sbocchi concreti alla critica politica e sociale del modello
capitalista. Le forze di centro-destra lo fanno attraverso la costruzione di
dispositivi di controllo sociale più manifestamente autoritari. Quelle di
centro-sinistra, grazie anche ad una certa autorevolezza che a tutt’oggi
mantengono, cercano di sfruttare l’eterogeneità dei movimenti che scendono in
piazza contro la guerra, contro la globalizzazione o la Finanziaria, per
alimentarne le contraddizioni interne e mantenerne così la debolezza. Queste
forze di centro-sinistra vorrebbero che un loro ritorno al potere avvenisse col
consenso sociale e politico di un proletariato sempre più impoverito, abbrutito
e passivo.
Al di là degli schieramenti costituzionali, quel che sembra certo è che quella
che potremmo chiamare la “reazione permanente italiana” cercherà di
rafforzare il suo dominio in maniera violenta. Lo farà in misura direttamente
proporzionale ai fallimenti della politica imperialista italiana, con la
partecipazione alle guerre e alle aggressioni internazionali da un lato, e
dall’altro con le controriforme economiche e politiche che disastrano le già
precarie condizioni dei lavoratori, ai quali ormai lo Stato non può più
garantire un lavoro, un salario, una casa, servizi sociali dignitosi. La
borghesia vuole quindi uscire dalla situazione di crisi generale - che potremmo
rappresentare con un deficit statale che equivale ad un pozzo senza fondo - con
una guerra permanente che ha molteplici obiettivi: rapinare i Paesi dell’area
(Europa dell’Est e Medio Oriente), inasprire la militarizzazione della società
e attaccare chi non piega la testa.
Ora, due “esìmi” esponenti degli apparati repressivi nostrani, il ministro
dell’Interno Pisanu e il presidente del Comitato di Controllo sui Servizi
Segreti, Bianco, puntano l’indice, appunto, contro i “sovversivi”,
additandoli come la causa di queste “dolorose” ma inevitabili scelte.
Purtroppo per loro le cose non stanno così: non è da oggi che in
momenti di particolare crisi, mentre a Montecitorio si grida al pericolo
comunista, anarchico, terrorista ecc., “Stato
legale” e “Stato extra-legale” rimangono
due facce della stessa medaglia, svolgendo comunque le stesse funzioni e
perseguendo lo stesso obiettivo. Anche oggi possiamo vedere: i fascisti che
aggrediscono gli immigrati, uccidono i compagni, incendiano e devastano centri
sociali o sedi politiche, occupano “manu militari” le università per
celebrare l’anniversario della Marcia su Roma; Polizia e Carabinieri che si
lanciano come cani rabbiosi contro i manifestanti, come a Napoli e a Genova nel
2001, esportando in Iraq i filmati delle loro “bravate” per addestrare la
polizia collaborazionista; Andreotti, padrino di Salvo Lima, di Ciancimino, dei
cugini Salvo, che viene assolto nel processo per Mafia perché il reato è
prescritto; infine i 4 mercenari italiani (di cui uno morto ammazzato),
assoldati dalle forze occupanti in Iraq per compiere scempi e nefandezze. Questo
è il quadro della reazione italiana, che nessun governo cerca di soffocare,
anzi sollecita, promuove e favorisce più o meno apertamente. E’ un reato
incendiare un centro sociale? E’ un reato uccidere un compagno antifascista?
No, perché i devastatori, gli incendiari, gli assassini, in divisa e non,
rimangono impuniti, e quelle rare
volte in cui i “pesci piccoli” vengono arrestati o condannati (per dare la
falsa impressione che “la Legge è uguale per tutti”), le pene sono miti o i
“reati” prescritti.
In questa catena di Sant’Antonio dove l’irregolare alimenta il regolare e
viceversa, si vorrebbe far credere che il fine siano “l’ordine e la
sicurezza”, ma in realtà è esattamente l’opposto, cioè creare le
condizioni più favorevoli al clima di guerra permanente come strumento
principale di gestione della crisi. Infatti, anche se la classe operaia
lavorasse 16 ore al giorno, con margini di flessibilità raddoppiati rispetto
agli attuali, il governo borghese non riuscirebbe mai a sanare il deficit di
bilancio statale. Il governo, qualsiasi governo, non può resuscitare i 1.200
morti di lavoro o restituire l’integrità fisica alle migliaia di invalidi per
lavoro all’anno per farli lavorare; non può somministrare un adeguato
sostegno economico alle loro famiglie; non può fermare o riorganizzare i flussi
migratori che provengono dai cosiddetti “Paesi poveri”; non può, infine,
sanare la crisi dell’industria metalmeccanica, chimica, aeronautica,
informatica, stritolate dalla concorrenza europea ed internazionale. Di fronte
alla paura di aver raschiato il fondo del barile e all’agonia finanziaria ed
economica, la “soluzione” non è un Siniscalco al posto di un Tremonti o 4
aliquote Irpef al posto di 3. La scialuppa di salvataggio del Capitale è lo
sviluppo della reazione.
Tristemente profetiche, ma anche indicative della continuità storica degli alti
vertici politici e militari della Repubblica, diventano allora le parole del
generale De Lorenzo. Dal 1955 al 1962 capo del SIFAR (i Servizi Segreti
dell’epoca), fu protagonista nel 1964 di una torbida manovra che doveva
sfociare in un colpo di stato, con il coinvolgimento dell’ex presidente della
Repubblica Antonio Segni (ricordato in questi giorni dai giornali come uno dei
padri fondatori della CEE nel 1957).
Di fronte all’avanzare del movimento operaio e comunista dell’epoca, De
Lorenzo sviluppò la strategia della cosiddetta “neutralizzazione della lotta
di classe”: da una parte, bisognava disporre di “un forte movimento
repressivo per controllare i movimenti delle masse e stroncarli sul nascere”;
dall’altra “ridurre le forze dei partiti comunisti, le loro risorse
materiali, la loro influenza… e in particolare nei sindacati, in modo da
ridurre al massimo il pericolo che il comunismo possa trapiantarsi in Italia…
La limitazione del potere dei comunisti in Italia… è un obiettivo
prioritario: esso deve essere raggiunto con qualsiasi mezzo…”.
Acquisire coscienza di classe, oggi che il proletariato si trova politicamente
sulla difensiva, significa anche capire lo Stato, le sue tendenze nel
mantenimento del dominio e dell’oppressione. Può essere questo un passo
avanti che ci porti ad uscire dalla passività e dalle illusioni opportuniste su
una presunta legalità “super-partes” alla quale dovremmo delegare la difesa
dei nostri interessi...
Lavoro.
Piaggio: gli espulsi e i sospesi non
mollano, anzi rilanciano
Nel numero 2 del giornale “Lotta Unità” di settembre abbiamo
pubblicato integralmente l’intervento che uno dei delegati Rsu espulsi ha
tenuto all’assemblea-dibattito con i compagni della Sata-Fiat di Melfi. Chi lo
ha ascoltato all’assemblea, o lo ha letto sul giornale, ha ben chiaro i motivi
che hanno indotto la Cgil di Pisa ad assumere provvedimenti contro 16 compagni/e
della Piaggio (11 espulsi e 5 sospesi per un anno). L’intervento del compagno
della Piaggio è stato interrotto più volte dagli applausi dell’assemblea:
oltre un centinaio tra delegati Rsu, lavoratori, lavoratrici, giovani.
L’intervento è stato pubblicato successivamente in un opuscolo contenente
l’esperienza dei 21 giorni di mobilitazione a Melfi attraverso la voce dei
compagni della Sata-Fiat presenti all’assemblea dello scorso 9 luglio a
Viareggio (Lu).
Pontedera (Pi). Dal provvedimento della Cgil sono trascorsi più di
tre mesi, ma i compagni e le compagne interessati/e non mollano, anzi stanno
mostrando la volontà di andare fino in fondo.
Un po’ di storia. A caldo, proprio a fine luglio, hanno promosso scioperi nei
reparti dove sono stati eletti (tra l’altro, con i più alti consensi) e un
presidio di 100-150 lavoratori/trici alla Camera del Lavoro di Pontedera. In
agosto è iniziata la solidarietà da parte di sindacalisti, delegati Rsu,
strutture di base e lavoratori in generale. Noi pure, alla Festa organizzata dal
27 al 29 agosto a Forno (Massa), abbiamo raccolto numerose firme che sono state
consegnate.
Nella Fiom, a livello regionale e nazionale, e nella stessa Cgil, si sono
sviluppate discussioni e prese di posizione, oltre a palesi contraddizioni;
questo, grazie all’iniziativa costante e determinata dei delegati oggetto dei
provvedimenti. Loro stessi, alla Piaggio, hanno raccolto centinaia di firme di
solidarietà e decine di operai iscritti alla Fiom si sono autodenunciati.
Il fatto di aver avviato il ricorso contro i provvedimenti ha permesso loro di
partecipare, come iscritti Fiom, al loro Congresso provinciale tenuto a
settembre: quattro di loro sono stati eletti nel Direttivo!
Giovedì 7 ottobre, di fronte alla porta principale dell’azienda, hanno tenuto
una conferenza stampa nella quale hanno ribadito la volontà di condurre fino in
fondo questa battaglia fino alla vittoria, che significa la loro riammissione a
pieno titolo e a testa alta nella Fiom.
Alcuni compagni espulsi hanno spiegato le motivazioni politiche del
provvedimento ed espresso la convinzione che la battaglia possa essere vinta.
Anche in questa occasione vi sono stati attestati di solidarietà da parte di
delegati Rsu e Rls delle Ferrovie, dell’Università, di altre aziende della
provincia e non solo.
Una riflessione. Oggi non siamo in grado di dire se questi compagni e queste
compagne rientreranno in Fiom. Dal punto di vista formale la sentenza, per
essere definitiva, deve passare altri due gradi di giudizio; entro metà
novembre è atteso quello della Commissione interregionale Cgil poi, se il
provvedimento sarà riconfermato e verrà presentato ricorso, sarà competenza
di quella nazionale.
Noi, limitatamente alle nostre forze, siamo stati impegnati a sostenere queste
avanguardie delle lotte di questi anni e a sconfiggere il tentativo di
neutralizzarle per quanto rappresentano; ma siamo altresì convinti che vera
vittoria sarà ottenuta se sapranno essere uniti (come fino ad ora hanno
mostrato) per continuare a sviluppare le lotte e sapranno mantenere il forte
legame che hanno costruito con i propri compagni di lavoro.
Pertanto la vittoria dipende,
in primo luogo, dalla capacità di battere il tentativo di dividerli tra loro e
di isolarli dai lavoratori, indipendentemente dal fatto di essere
reintegrati in Fiom o di essere costretti a dar vita a nuove forme di
organizzazione interne alla fabbrica.
Il punto sulla situazione alla Fiat
MOBILITÀ
AD ARESE
Mentre l’amministratore delegato di Fiat-Auto, Demel, dice che nessuno
stabilimento verrà chiuso ma si ridurrà il costo industriale per aumentare
l’utilizzo degli impianti con più giorni all’anno, più ore al giorno, dal
31 dicembre scatterà la mobilità per i 494 lavoratori di Arese, che quindi si
ritroveranno senza copertura salariale. Per tutta risposta i lavoratori hanno
picchettato il Politecnico di Milano-Bovisa per contestare Montezemolo,
costretto a percorrere alcune vie contromano con l’aiuto della polizia per
evitare il presidio.
FIAT
CASSINO: 700 IN CIG
Decisi due mesi di cassa integrazione per 700 lavoratori della FIAT di Cassino,
dall’8 novembre al 9 gennaio. Il provvedimento interessa 3.450 lavoratori che
a turno osserveranno un periodo di sospensione del lavoro.
Rientrati in fabbrica i 1.400 lavoratori della Fiat di Termini Imerese,
dopo due settimane di cassa integrazione, cominciata lo scorso 18 ottobre. Gli
impianti rimarranno in funzione per nove giorni, poi la produzione della Punto
restyling, a parte le 4 ore di sciopero previste per il 5 novembre in tutti gli
stabilimenti del Lingotto, si fermerà nuovamente il 15 novembre, quando
scatteranno altre tre settimane di Cig, fino al prossimo 5 dicembre. Al
contrario, per tutti i 4.952 addetti dello stabilimento di Melfi (Potenza) della
Fiat una settimana di cassa integrazione guadagni ordinaria. L’ attività si
ferma dalle 22 di sabato 30 ottobre alle 22 di domenica 7 novembre.
MAGNETI
MARELLI: SCIOPERO
Il 13 ottobre i lavoratori dei sistemi di sospensioni della Magneti
Marelli di Sulmona hanno scioperato compatti contro gli atteggiamenti vessatori
e provocatori da parte dell’azienda, in particolare contro gli invalidi.
La società Tnt-Arvil di Cassino, azienda terziarizzata della Fiat, che
effettua lo stoccaggio e la movimentazione dei materiali di produzione
all’interno dello stabilimento, ha comunicato il ricorso ad un periodo di
cassa integrazione straordinaria per un periodo di 2 anni dal 29 novembre 2004
al 28 novembre 2006 per un numero massimo di 530 dipendenti.
La Tnt Arvil nello stabilimento di Cassino ha 530 dipendenti. “Questa
comunicazione - ha detto il Sin.Cobas - interviene in un periodo nel quale tutti
i lavoratori sono stati sospesi per la metà delle settimane dell’anno 2004,
mentre 60 dipendenti della Tnt Arvil sono già in cassa integrazione da 2 anni.
Il programma produttivo della ditta che gestisce i componenti automobilistici
dello stabilimento la dice lunga sulla salute e sulle prospettive dello stesso
stabilimento Fiat”.
GENERAL
MOTORS: 12 MILA POSTI TAGLIATI IN EUROPA
Il colosso USA dell’auto General Motors taglierà 12 mila posti in
Europ un quinto del totale dei suoi addetti nel Vecchio Continente. Oltre la metà
dei tagli sarà concentrata in Germania e in particolare alla Opel. Secondo la
stampa tedesca, “i tagli alla Opel potrebbero aiutare la rivale Volkswagen a
superare lo scoglio dei negoziati coi sindacati, mostrando ai lavoratori
tedeschi cosa può avvenire se rifiuteranno di tagliare del 30% il costo del
lavoro, come chiede l’azienda”. Contro i provvedimenti sciopero di 5 giorni
allo stabilimento della Opel di Bochum, con difficoltà nella produzione
dell’Astra in altri impianti tedeschi della Opel.
7 novembre 1917: 87°
anniversario della Rivoluzione d’Ottobre
Per il quarto anniversario della Rivoluzione d’Ottobre Lenin
scriveva:
”…Il problema delle guerre imperialiste, di quella politica
internazionale del capitale finanziario che oggi predomina in tutto il mondo che
fa nascere inevitabilmente delle nuove guerre imperialiste e che genera
inevitabilmente un rafforzamento inaudito dell’oppressione nazionale, del
saccheggio, del brigantaggio, del soffocamento delle piccole nazioni deboli,
arretrate per opera di un pugno di potenze “più avanzate”, questo problema,
è stato, fin dal 1914, il problema fondamentale di tutta la politica di tutti i
paesi del mondo. E’ questa una questione di vita o di morte per decine di
milioni di uomini. La questione sta in questi termini: nella prossima guerra
imperialista - che la borghesia prepara sotto i nostri occhi - si massacreranno
20 milioni di uomini (invece di 10 milioni uccisi nella guerra 1914-1918 e nelle
piccole guerre complementari non ancora finite); saranno mutilati – in questa
prossima guerra, inevitabile (se si manterrà il capitalismo) – 60 milioni di
uomini (invece di 30 milioni mutilati nel 1914-1918)? Anche in questa questione
la nostra Rivoluzione d’Ottobre ha iniziato una nuova epoca nella storia
mondiale. I servitori della borghesia e i loro portavoce schernivano la parola
d’ordine della “trasformazione della guerra imperialista in guerra
civile”… Con tutto il loro torrente di malvagità, di calunnie e di menzogne
essi non oscureranno il fatto d’importanza storica mondiale che, per la prima
volta dopo centinaia e migliaia di anni, gli schiavi hanno risposto alla guerra
tra i padroni di schiavi con l’aperta proclamazione della parola d’ordine:
trasformiamo questa guerra tra schiavisti per la ripartizione del loro bottino
in una guerra degli schiavi di tutte le nazioni contro gli schiavisti di tutte
le nazioni.
Per la prima volta dopo centinaia e migliaia di anni questa parola d’ordine si
è trasformata, da confusa e impotente aspettazione, in un programma chiaro e
preciso, in una lotta attiva di milioni di oppressi sotto la giuda del
proletariato, in una prima vittoria del proletariato, in una prima vittoria
della causa della soppressione delle guerre, in una prima vittoria della causa
dell’unione degli operai di tutti i paesi contro l’unione della borghesia
delle diverse nazioni, di quella borghesia che fa la guerra e conclude la pace a
spese degli schiavi del capitale, a spese degli operai salariati, a spese dei
contadini, a spese dei lavoratori.
Questa prima vittoria non è ancora una vittoria definitiva ed è stata ottenuta
dalla nostra rivoluzione d’Ottobre attraverso ostacoli e difficoltà senza
uguali, sofferenze inaudite, attraverso una serie di insuccessi e di errori
grandissimi da parte nostra. Come se, da solo, un popolo arretrato avesse potuto
vincere senza insuccessi e senza errori le guerre imperialiste dei paesi più
potenti e più avanzati del mondo!
Noi non abbiamo paura di riconoscere i nostri errori e li esamineremo
spassionatamente per imparare a correggerli. Ma il fatto rimane: per la prima
volta, dopo centinaia e migliaia di anni, la promessa di “rispondere” alla
guerra tra schiavisti con la rivoluzione degli schiavi contro tutti gli
schiavisti è stata mantenuta fino
in fondo…ed è stata mantenuta contro tutte le difficoltà.
Noi abbiamo cominciato quest’opera.
Quando, entro che termine precisamente i proletari la condurranno a termine? Ed
a quale nazione apparterranno coloro che la condurranno a termine? Non è questa
la questione essenziale. E’ essenziale il fatto che il ghiaccio è rotto, la
via è aperta, la strada è segnata…”.
Riportiamo alcuni articoli
del numero di dicembre 2004 del giornale "Lotta
Unità"di Linearossa e Assembea NazionaleAnticapitalista (e-mail:lotta.unita@libero.it)
Riprendere in mano il
nostro destino
Siamo al 5° numero di “Lotta Unità”, a metà strada del
percorso che Linearossa e Assemblea Nazionale Anticapitalista hanno avviato e
che consiste nell’aver sospeso, per un periodo di tempo determinato, le
rispettive testate (Linearossa e Assalto al Cielo) per dar vita al nuovo
giornale.
Nel 1° numero abbiamo ricordato il 3° anniversario della morte di Carlo
Giuliani. Quando avvenne l’assassinio del compagno, la mattanza di Genova, i
pestaggi alla Diaz e le torture di Bolzaneto, abbiamo sentito da parte di molti
affermare che “niente sarà più come prima”.
Anche se consideriamo solo i cinque mesi di uscita del giornale, quanti sono i
fatti per cui questa frase rimane valida? Dal massacro di Falluja, bombardata e
rasa al suolo, all’assassinio del compagno Dax a Milano, alle gravi condizioni
in cui versa il compagno Paolo Dorigo a causa della detenzione e del lungo
sciopero della fame...
Di contro, abbiamo ricevuto due contributi, che pubblichiamo a pag.3, uno
sull’ambiente e uno sulla morte di un giovane operaio, che terminano allo
stesso modo: “o socialismo o barbarie”.
La questione potrebbe essere posta così: quali sono le tappe, i compiti, le
campagne, gli interventi concreti affinché quel “niente sarà più come
prima” trovi la sua realizzazione alla luce della nostra prospettiva: la nuova
società, il socialismo?
Gramsci, dopo il ritrovamento, avvenuto il 16 agosto, del corpo di Giacomo
Matteotti ucciso dai fascisti il 10 giugno del 1924, legava all’assassinio di
Matteotti, la ragione della richiesta di un gruppo di operai riformisti, di
tesserarsi al Partito Comunista d’Italia e scriveva: “ … e noi abbiamo
sentito che in questo atto vi è qualcosa che spezza il circolo vizioso degli
sforzi vani e dei sacrifici inutili …”.
Il sacrificio di Matteotti diventava, così, insegnamento per la classe operaia
che vuole diventare libera e padrona del proprio destino.
Ma oggi il proletariato italiano non ha ancora il suo Partito.
Sempre nel 1° numero, per spiegare la scelta di chiamare la testata “Lotta
Unità”, abbiamo messo in evidenza la necessità del confronto, della
discussione, della critica, della lotta, come mezzi per distinguere ciò che è
giusto da ciò che è sbagliato, come mezzi per vincere l’errore e far
apparire la verità. Un grande compito che conferma, in primo luogo a noi stessi
che, se è difficile comprendere cosa va fatto, metterlo in pratica è ancora più
difficile. Abbiamo capito che oggi il nostro compito, il compito principale del
giornale, consiste proprio nella battaglia per affermare che la verità si
forgia e si sviluppa nel corso della lotta contro l’errore. Su questo
misuriamo e misureremo i reali passi avanti.
Con il giornale abbiamo dato, quindi, spazio all’informazione e alla denuncia,
alle interviste e alle inchieste, al confronto delle opinioni attraverso le
lettere, oltre all’orientamento e agli insegnamenti che siamo riusciti a
trarre dalla realtà.
Il lavoro svolto sulla lotta degli operai di Melfi ci è sembrato, alla luce del
compito che “Lotta Unità” si è posto, quello più significativo: 1) per
l’importanza della lotta tra gli stessi lavoratori come condizione per una
loro unità più salda; 2) per il fatto che, nonostante questo tipo di lotta sia
sicuramente di lunga durata e sia, oggi, condotta con grande difficoltà, è la
strada per far emergere dalla massa dei lavoratori l’esperienza che si è
accumulata in anni di sfruttamento e di oppressione.
Siamo stati a Melfi nei giorni della lotta, nella primavera scorsa, poi, grazie
alla disponibilità attiva di due dei compagni protagonisti della mobilitazione,
è stato possibile costruire iniziative e incontri a Viareggio, Roma, Firenze,
Milano e Pordenone (promossi da realtà sindacali locali insieme ad altri
compagni) per spiegare a lavoratori/trici compagni/e di altre città
l’importanza di quella lotta. Un primo dato significativo è che a queste
iniziative hanno partecipato dai 350 ai 400 tra compagni/e, delegati e attivisti
sindacali, lavoratrici e lavoratori.
Un altro dato è che un buon numero di lavoratori ed operai d’avanguardia si
sono conosciuti, confrontati, scambiati esperienze di lotta e preso accordi per
proseguire i rapporti.
Un altro dato ancora è che l’esperienza di Melfi ha mostrato che è
possibile, oltre che necessario, contrastare le divisioni (dalle aziende
terziarizzate alla messa in libertà degli operai di Melfi causa gli scioperi di
altre aziende), la repressione (dai licenziamenti ai provvedimenti disciplinari,
fino alle manganellate della polizia), l’isolamento (dal tentativo di accordi
separati a quello di rievocare la “marcia dei 40mila”) attraverso l’unità
di tutti i lavoratori (Sata, aziende terziarizzate e dell’indotto) e di questi
con settori i popolari della piana di Melfi e dei paesi limitrofi, forme di
lotta e di organizzazione adeguate alla gravità della situazione (i blocchi, i
presidi, la lotta ad oltranza, l’assemblea permanente …), l’aver imposto
la presenza e la partecipazione dei protagonisti della mobilitazione alle
trattative e l’aver reso vincolante il voto assembleare sulle forme e nella
definizione della lotta e quello referendario sull’approvazione
dell’accordo.
Abbiamo riportato in un opuscolo, “i 21 giorni che sconvolsero la
Fiat” ,questa esperienza (come già avevamo fatto con la lotta a Mirafiori
contro il Tmc2 e, ancora prima, con l’esperienza del call center Atesia di
Roma) emersa dai racconti di alcuni protagonisti e dai dibattiti svolti.
Questo ci ha permesso di riportare il confronto e il contributo anche di
compagni impegnati in altre lotte: della Piaggio di Pontedera, dei Nuovi
Cantieri Apuania di Marina di Carrara, dei ferrovieri dell’Or.S.A.
Pensiamo che i compagni organizzati, coloro che vogliono diventare comunisti,
devono unirsi concretamente a queste lotte ed appoggiarle, perché i compagni
che lottano a Melfi, come a Mirafiori, alla Piaggio, all’Atm a Milano (per
fare esempi noti), avvertano e riscuotano simpatia e sostegno per quello che
hanno fatto e stanno facendo, ricevano attestati di fiducia e di
incoraggiamento. Dobbiamo, cioè, fare un’operazione contrapposta a quella del
nemico di classe, impegnato a tutto campo per dividerli, isolarli, scoraggiarli
e per denigrare le loro lotte (vedi, in particolare, i lavoratori dell’Atm di
Milano e del Trasporto Pubblico Locale di altre città).
Noi dobbiamo, di contro, agire perché si sviluppino solidarietà, unioni ed
alleanze, sostegno politico ed economico intorno alle loro lotte e alle ragioni
che le hanno mosse.
Che cosa, in modo più preciso e approfondito di prima, abbiamo imparato? Uno
degli insegnamenti che abbiamo tratto dalle esperienze e dal rapporto con i
compagni di Melfi, confermato dalla conoscenza delle lotte alla Piaggio, a
Mirafiori, ecc. è che, per essere pronti a lottare, come è avvenuto nei 21
giorni alla Fiat-Sata, è necessario che ci sia, nei posti di lavoro chi, anche
come piccolo gruppo, lavora nel tempo con costanza e tenacia, pagando spesso in
prima persona a causa della repressione padronale (come accaduto ad uno dei
compagni di Melfi: prima confinato e poi, nel febbraio ‘04, licenziato) senza
mai scoraggiarsi, per “gettare la rete” verso i lavoratori.
Negli interventi dei compagni di Melfi si è avuta netta questa evidenza:
informazioni sui fatti interni ed esterni alla fabbrica, continue discussioni,
confronti “testa a testa”, paziente opera di sensibilizzazione e persuasione
(che loro chiamano proselitismo alla causa e alla necessità della lotta).
E’ quanto dice anche, e bene, il compagno delegato della Piaggio,
nell’intervento a Viareggio all’iniziativa del 9 luglio scorso: “Queste
situazioni, attraverso il lavoro umile del giorno per giorno, iniziano a venire
a galla e si comincia a capirne la pesantezza. Uno dei nostri padri storici
diceva “i fatti hanno la testa dura”. I fatti vengono sempre fuori, ma c’è
bisogno del lavoro dei compagni come è stato fatto a Melfi, come cerchiamo di
fare noi”.
Una rete che si ritira quando il padrone attacca: è il momento della lotta,
come quella straordinaria di Melfi, come quelle, meno intense ma costanti, per i
diritti e contro i soprusi, promosse alla Piaggio dai delegati Rsu più
combattivi (e proprio per questo espulsi dalla Fiom), senza mai mollare.
Senza un gruppo, anche se piccolo, ma saldo, compatto e organizzato che getta
quotidianamente la rete, difficilmente questa sarà piena di pesci quando è il
momento di ritirarla, nel momento in cui il padrone attacca; difficilmente, cioè,
ci sarà la gran parte dei lavoratori disposta finalmente a difendersi e a
battersi.
Molti ostacoli si frappongono però a chi si assume la responsabilità di
gettare la rete: i padroni, i loro tirapiedi (infiltrati anche fra i
lavoratori), i sindacati di regime che lavorano incessantemente per rompere
questa rete, perché sanno che, per la crescente gravità delle situazioni, una
volta partita la lotta, è assai difficile fermarla. Lo testimoniano bene, in
tante occasioni, le avanguardie di lotta, i lavoratori più coscienti, come
quelli della Piaggio che stanno subendo il tentativo di divisione al loro
interno e di separazione dal resto dei lavoratori, con l’obiettivo di ridurli
all’immobilismo.
Per ora noi sappiamo che, da parte nostra, informare, socializzare e valorizzare
una lotta (per questo anche lo sforzo di organizzare iniziative, comunicati,
opuscoli, interviste, inchieste …) aiuta, da una parte, coloro che sono
attaccati e hanno ritirato la rete, e dall’altra, coloro che sono impegnati a
gettarla, nel rapporto che hanno con i lavoratori nel proprio posto di lavoro,
per svolgere meglio il ruolo di “attrazione” (unire a sé per mobilitare),
nei confronti dei lavoratori incerti e arretrati.
Pensiamo che faccia parte dei nostri compiti dare il massimo contributo per
imparare a gettare sempre meglio questa rete e perché, quando si ritira, i
frutti siano sempre maggiori: compito, anche questo, che il nemico di classe
contrasta in tutti i modi, attraverso la repressione e vere e proprie campagne
di denigrazione.
Con l’obiettivo di mantenere, a tutti i livelli, la falsa unità delle sigle
sindacali rispetto all’unità dei lavoratori, la passività rispetto
all’attivismo, l’immobilismo rispetto alla lotta.
Il prossimo numero del giornale uscirà a fine gennaio, pertanto salutiamo e
auguriamo ai lettori e alle lettrici, ai compagni e alle compagne che
collaborano al giornale un buon anno.
Uniamoci ai lavoratori, alle lavoratrici, alle classi sfruttate e ai popoli
oppressi che ovunque lottano per riprendere in mano il loro destino.
FS: Solidarietà a Fabrizio
Lo scorso 25 novembre, presso il Tribunale di Roma, è iniziato il
processo, intentato da Trenitalia (Fs Spa) contro Fabrizio Acanfora;
l’azienda, dopo aver rifiutato il ricorso presso l’Ufficio Provinciale del
Lavoro, ha denunciato Fabrizio per ottenere il riconoscimento della legittimità
del provvedimento disciplinare di dieci giorni di sospensione, comminatogli
nell’agosto 2003 dalla dirigenza ligure “per aver rilasciato senza alcuna
autorizzazione dichiarazioni lesive dell’immagine di Trenitalia”. Perché
Fabrizio, capotreno genovese e delegato
Rsu, in una lettera inviata al quotidiano “Il Secolo XIX, solidarizzava con
gli utenti e attribuiva la responsabilità dei disservizi e della mancanza di
sicurezza alla politica di privatizzazione e di tagli perseguita da Trenitalia.
All’udienza, a porte chiuse, non si sono presentati i rappresentanti
dell’azienda (sarà stabilita una nuova data). Fabrizio invece sì, insieme a
lavoratori di diverse città e settori che lo hanno sostenuto, e ha
spiegato al giudice come si sono svolti i fatti.
A Fabrizio, e al Comitato di Solidarietà costituito in suo sostegno, sono
arrivati, in questi mesi, decine di attestati di solidarietà. Anche noi,
compagni e compagne di “Lotta Unità”, diamo a Fabrizio la nostra solidarietà,
come a tutti i lavoratori e le lavoratrici che lottano con coraggio contro i
soprusi e le intimidazioni padronali.
L’ultimo, Arnaldo De Arcangelis ammalato da anni, è morto a novembre. Aveva
lavorato in uno dei capannoni della Breda dal ’72 al ’90. Ad ottobre era
deceduto un altro ex dipendente Breda, iscritto nel fascicolo in quanto
ammalato.
In Italia le vittime da amianto, 4.000 l’anno, sono in continua crescita;
infatti questo tipo di cancro ha tempi di maturazione tanto implacabili quanto
lunghi.
“Se per ottenere giustizia dobbiamo fare azioni clamorose le faremo” hanno
scritto i lavoratori del Comitato ex-Savio, una vetreria situata in provincia di
Firenze, dove da 9 anni 46 di loro attendono la pensione in base alla legge
n.257 del ‘92: in attesa due sono già morti.
A Monfalcone, bacino della Fincantieri più colpito d’Italia con 600 morti,
c’è addirittura già il monumento alle vittime d’amianto.
A Casale Monferrato, ex sede Eternit, 1.500 vittime e parenti stanno preparando
il ricorso; a Gorizia sono state unificate centinaia di singole cause in
procedimento e chiesto il rinvio a giudizio dei vertici Fincantieri.
A Bari, in 10 anni, 201 (!) sono i morti da amianto: 147 operai della Fibronit,
23 familiari e 31 residenti in zone a rischio. Oltre ad essere stati vietati 15
km di spiaggia perché: “c’è più amianto che sabbia”.
Il capitale distrugge l’ambiente
In Italia ricordiamo la lotta contro la discarica di Scanzano che ha diviso la
nazione in due a causa di un blocco ferroviario, la lotta contro
l’inceneritore di Acerra, dove i manifestanti sono stati caricati e picchiati
dalla polizia, proprio come è successo agli operai di Melfi, durante i famosi
21 giorni.
Oltre queste vicende, che hanno guadagnato l’onore delle cronache nazionali,
assistiamo ovunque al sorgere di comitati di cittadini che protestano contro
inceneritori, discariche, abusi edilizi, istallazioni di antenne per la
telefonia mobile.
Questi cittadini scendono in piazza spontaneamente, al di fuori delle
organizzazioni partitiche e sindacali, mossi dalla consapevolezza che la difesa
dell’ambiente è prioritaria per la salvaguardia della salute di oggi e di
domani, per il futuro dell’umanità.
A questa prima consapevolezza, quasi istintiva, bisogna però aggiungere
valutazioni ed analisi di carattere politico che ci consentano di rispondere a
questa domanda fondamentale: cosa ha portato il mondo intero ad essere inquinato
nell’aria e nell’acqua da ogni tipo di sostanza chimica, tossica e
radioattiva, depauperato progressivamente delle proprie foreste e di numerose
specie animali, sconvolto irreversibilmente nel clima, destinato quasi
sicuramente alla desertificazione?
E’ il capitalismo con la sua storia di quasi 300 anni ad avere sconvolto
l’ambiente, con una fortissima accelerazione negli ultimi decenni, dovuta alla
globalizzazione che ha esportato i modelli di sviluppo occidentale nel sud del
mondo, riprendendo il processori colonizzazione e distruggendo habitat sociali e
naturali in maniera selvaggia.
E’ evidente che la politica industriale produttivistica, le inique strategie
commerciali delle multinazionali di ogni settore,in particolare di quelle
agro-alimentari, la lotta devastante dell’imperialismo per l’accesso alle
fonti di energia (guerre afgane, irachene, ecc.), in una parola
l’organizzazione capitalistica, ha alterato e continua ad alterare i delicati
equilibri ecologici della natura.
Ogni tentativo di porre un freno a questo processo come il protocollo di Kyoto,
è destinato al fallimento, perché non viene ratificato da paesi come gli Stati
Uniti d’America, che non accetteranno mai di porre un freno a consumi sempre
più smodati e con ciò di far calare i profitti dei petrolieri.
L’attuale fase del sistema capitalistico, caratterizzata da deregolamentazione
e privatizzazione sempre più selvaggia di ogni servizio e bene essenziale, si
pensi all’acqua, ha provocato un arretramento generalizzato dei diritti dei
lavoratori dei paesi sviluppati, un impoverimento dei lavoratori dell’est, un
totale asservimento, come servi della gleba, dei lavoratori del terzo mondo.
Parallelamente a questo si distrugge l’ambiente, a ritmo costante da noi, a
ritmo accelerato nel terzo mondo a causa di fenomeni come la massiccia
deforestazione, la costruzione di colossali dighe (Cina), l’emissione di
sostanze tossiche a causa della industrializzazione feroce e senza alcune regole
a cui questi popoli sono costretti per produrre in modo tale da poter rimborsare
i debiti contratti con i vari enti, cani da guardia del capitalismo, come il FMI
o la BM, preposti ad accrescere i lauti profitti delle multinazionali.
L’allineamento forzato alle regole del capitalismo mondializzato sta uccidendo
per fame, sfruttamento, povertà, milioni e milioni di persone e devastando la
terra al punto che adesso il problema ecologico si pone in termini di
sopravvivenza.
Il capitalismo, con la sua ideologia del profitto, si colloca al di fuori della
legge fondamentale della natura che tende sempre a salvaguardare la specie.
E’ ora che la lotta di classe e la lotta per l’ambiente si saldino in
un’unica battaglia per il superamento di questo sistema e l’avvento di una
nuova società di liberi, uguali e non inquinati.
Diceva una grande donna e compagna, Rosa Luxemburg, con intuire profetico: “O
socialismo o barbarie”.
Una compagna del Collettivo dell’Ospedale Unico della Versilia
PALESTINA*
Gli Israeliani hanno incentrato la loro politica di
aggressione sulla questione della difesa e della sicurezza. Inizialmente, con lo
scoppio dell’Intifada nel settembre 2000 e malgrado la ferocia della
repressione (i Palestinesi venivano ammazzati come mosche), gli Israeliani hanno
voluto far apparire che tutto era colpa dei Palestinesi che rifiutavano la pace
offerta loro.
Sotto i colpi dei soldati israeliani caddero i dirigenti politici palestinesi
legati all’ANP, ma la popolazione decise di intensificare la lotta e,
soprattutto, di armarla. Malgrado la devastazione che si è creata in questi 4
anni di lotta, la popolazione è determinata a proseguire la lotta fino al
raggiungimento degli obiettivi prefissati, cioè indipendenza e Stato sovrano,
con Gerusalemme capitale, il ritorno dei profughi ecc.
Checché ne dica Sharon, il ritiro unilaterale è una fuga dalla Striscia di
Gaza; la presenza dei 6-7 mila coloni su questo piccolo fazzoletto di terra,
densamente popolato dai Palestinesi, esige un continuo presidio militare per la
sorveglianza. I costi materiali sono enormi, come sono ingenti i costi in vite
umane.
Dal punto di vista politico, l’operazione deve essere concepita come un atto
“generoso” da parte di Israele, che apre unilateralmente uno spiraglio per
la pace. La situazione dello Stato sionista, per effetto della dura repressione
dell’esercito, diventa grave: cresce il rifiuto dell’opinione pubblica
europea, fino a costituire una minaccia per gli interessi economici israeliani.
Tale minaccia ha spinto il governo israeliano
e i suoi apparati di
sicurezza ad emanare una lista di raccomandazioni per i turisti Israeliani in
giro per il mondo: spicca, fra tutte, quella di non farsi notare come israeliani
né di fermarsi nello stesso posto per più di un giorno. Questo fatto indica
che il rapporto politico più o meno organico tra il vecchio continente e
Israele è ai minimi livelli, malgrado l’attività diplomatica dei governi per
recuperare il terreno perduto nei confronti dell’opinione pubblica.
Certo, questi sono tra i risultati che la caparbia resistenza palestinese è
riuscita a raggiungere. Ma ciò non vuol dire che possiamo cantar vittoria; c’è
ancora molto da fare, e credo altresì che queste condizioni agevolino coloro
che si battono in sostegno della causa del popolo palestinese per una soluzione
giusta.
Tornando al ritiro unilaterale, per concludere, occorre dire grazie al rifiuto
popolare di considerare questa azione come apertura alla pacificazione (e,
quindi, come passo avanti per porre termine al contenzioso politico con
Israele), la dirigenza palestinese e le diplomazie mondiali hanno dovuto
ammettere che questo passo non è sufficiente, chiedendo agli Israeliani di
porre fine all’occupazione e all’annessione dei territori Cisgiordani.
Per la gente comune che popola la Palestina, questo passo non cambia la
situazione; è vero che ci sarebbe uno smantellamento delle colonie della
Striscia di Gaza e il successivo ritiro dell’esercito dai centri abitati
palestinesi, ma gli Israeliani intendono esercitare il pieno controllo su questi
territori dall’esterno, con il controllo sui confini e sugli spazi marittimi e
aerei. Chiudere la Striscia di Gaza in una morsa ermetica e soffocante. Le
attuali devastazioni territoriali, industriali e dei servizi mirano ad annettere
l’economia palestinese a quella israeliana, in quanto essi costituiscono uh
bacino e un mercato molto significativo per le industrie sioniste.
Consci di questi disegni, i Palestinesi non sono disposti a offrire Ia
possibilità agli Israeliani di normalizzare i loro rapporti con il resto del
mondo. Questa normalizzazione rafforzerebbe Israele in un momento in cui si
comincia a intravedere la fine del sionismo e, quindi, di quell’ideale su cui
si è fondato lo Stato di Israele. Questo sfaldamento lo si nota attraverso le
minacce di guerra civile (anche se credo che al momento si tratti di pura
finzione e di gioco tra le parti), del ritorno degli ebrei con doppio passaporto
verso i loro Paesi d’origine, un ritorno con ondate massicce degli Ebrei russi
(gli ultimi arrivati in Israele) nuovamente in Russia. Questo declino
dell’idea sionista di Stato ebraico rischia di costituire l’inizio della
fine del sionismo e la distruzione dello Stato israeliano attraverso
l’implosione.
Questa è la minaccia più pericolosa che la cricca militare al potere in
Israele deve affrontare; ecco da dove nasce realmente l’idea del disimpegno e
della separazione dai Palestinesi che, attraverso una guerra di logoramento,
sono riusciti a far emergere tutte le contraddizioni insite nella società
israeliana nei suoi diversi strati.
Chissà se i Palestinesi e le masse che sostengono la loro lotta, con il pantano
irakeno e le difficoltà della coalizione occidentale capeggiata dagli USA, non
riusciranno stavolta a smembrare lo Stato razzista dalle sue fondamenta. La
partita è ancora molto aperta e i diversi scenari potrebbero drasticamente
mutare: diamo tempo al tempo e armiamoci di perseveranza e determinazione. Non
lasciamo che la sfiducia possa offuscare le nostre menti e danneggiare la nostra
lotta.
* Stralci da un articolo di un compagno dell’UDAP
(Unione Democratica
Arabo-Palestinese)
NEPAL
I partecipanti, il 21 novembre 2004, al Seminario “Sulla guerra
popolare in Nepal” organizzato dal “Collettivo Comunista A.Gramsci” di
Trento, al termine dei lavori e in considerazione dell’iniziativa
internazionale di Francoforte che si terrà il 15 gennaio 2005, hanno deciso di
inviare il loro comune saluto internazionalista alla Conferenza indetta dal
Maoist Communist Party (Turkey-North Kurdistan) e da altri gruppi e
organizzazioni che sostengono la guerra popolare in Nepal ed il PCN(M).
Questa conferenza, che si tiene in occasione del 20° Anniversario della
Fondazione del MRI, è per noi un’ importante occasione per poterci incontrare
con comunisti rivoluzionari che sono rappresentativi di movimenti che lottano
per far avanzare la rivoluzione proletaria mondiale.
In particolare vogliamo portare il nostro sostegno al Partito Comunista del
Nepal (Maoista). In questi anni in diverse forme e modi abbiamo sviluppato in
Italia un lavoro di informazione, formazione e dibattito teorico-politico
intorno alla realtà della guerra popolare in Nepal.
Abbiamo sempre considerato questo lavoro come un contributo allo sviluppo della
rivoluzione nel nostro Paese.
La formidabile avanzata della guerra popolare in Nepal indica, ai proletari di
tutto il mondo, che oggi è possibile contrastare in modo efficace la
contro-rivoluzione e che è possibile lavorare per la sconfitta totale
dell’imperialismo.
Riteniamo ci sia molto da imparare da questa esperienza e pensiamo che possiamo
fare questo solo se siamo capaci di assimilarla traducendola nel linguaggio
della rivoluzione italiana. L’esperienza del Nepal va dialettizzata, per noi,
a partire dai momenti più alti della lotta rivoluzionaria del proletariato
italiano e del pensiero rivoluzionario elaborato dai comunisti italiani, il
quale trova nel pensiero di Antonio Gramsci un punto fondamentale di
riferimento.
Oltre che in Nepal, in altri paesi del mondo ci sono forze comuniste ed
antimperialiste che stanno cercando e trovando la chiave capace di aprire le
porte al concreto sviluppo della rivoluzione nei propri paesi servendo la causa
della rivoluzione mondiale.
Questo è quello che siamo impegnati a fare anche in Italia nella ferma
convinzione che il migliore internazionalismo è quello che pone al centro il
problema della rivoluzione nel proprio paese alla luce di un’assimilazione
creativa, in forma specifica, dell’ideologia scientifica e dell’esperienza
rivoluzionaria proletaria del passato e soprattutto del presente. Questo vuol
dire per noi sviluppare la costruzione in Italia del partito comunista capace di
legarsi alle masse sfruttate del nostro Paese sulla strada della lotta per il
comunismo.
Riportiamo alcuni articoli
del numero di gennaio 2005 del giornale "Lotta
Unità"di Linearossa e Assembea NazionaleAnticapitalista (e-mail:lotta.unita@libero.it)
Uno tsunami quotidiano
Generosi. Davvero generosi. I Paesi "a capitalismo
avanzato", più correttamente definibili imperialisti, sembrerebbero essere
diventati improvvisamente dei munifici benefattori dell'umanità diseredata. In
una sorta di gara per il maggior stanziamento di fondi USA, UE e Giappone, ma
anche Gran Bretagna, Australia, Cina e quant'altro, stanno mettendo "mano al portafogli" per, come
viene costantemente ripetuto su tutti gli organi d'informazione ufficiali,
correre in soccorso delle popolazioni colpite.
Correre, senza dubbio, ma siamo certi in soccorso alle popolazioni?
Notiamo innanzitutto che i cosiddetti sistemi anti-tsunami esistono ormai da
molti anni, ma a differenza di quanto avviene negli USA e in Giappone, non sono
presenti nelle zone colpite; qual è il motivo? A dispetto dell'indignazione
generale che questo sembra aver causato, vale la pena ricordare che si tratta di
Paesi in cui la vita media supera di poco i quarant’ anni, dove si muore per
un banalissimo morbillo, dove la maggior parte delle abitazioni sono (ormai
possiamo dire erano…) costruite in legno e paglia e dove, soprattutto, le
principali risorse economiche sono saldamente in mano agli imperialisti
occidentali: ecco il motivo.
La Francia ha proposto di procedere con gli impianti anti-tsunami anche in Asia;
tanta generosità nasconde qualcosa? Questi impianti sarebbero finanziati con i
fondi per la ricostruzione, quindi si prevedono enormi incassi per le imprese
del settore. Tra l'altro, i finanziamenti che stanno arrivando in Indonesia, Sri
Lanka, Thailandia, ecc. non sono, si badi bene, donazioni a fondo perduto, bensì
prestiti a tasso d'interesse ridotto, secondo le direttive impartite di recente
dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dal "Club di
Parigi", che riunisce i Paesi creditori del mondo (gli strozzini
internazionali). La stessa operazione mediatica della "cancellazione del
debito", annunciata come un atto di forte solidarietà, è naufragata
quando "il Club di Parigi" ha deciso di non cancellare alcunché, ma
di congelare per uno o due anni i debiti dei paesi asiatici che ammontano,
secondo le stime della Banca Mondiale, a 400 miliardi di dollari suddivisi come
segue: Indonesia 132,2 miliardi, India 104,4, Thailandia 59,2, Malaysia 48,6,
Sri Lanka 9,6, Somalia 2,7, Seychelles 560 milioni di dollari, Maldive 270
milioni di dollari. Per Indonesia e Sri Lanka l'ammontare del debito è pari
all'80% e al 59% del PIL.
Per Stati Uniti, Unione Europea,
Giappone & C., davvero ogni occasione è valida per estorcere profitti;
quando, inoltre, questo si può conciliare, complice una martellante quanto
ipocrita campagna mediatica, con l'apparire come gli umanitari soccorritori del
pianeta, allora davvero si tratta di un colpo fortunato. Altro aspetto di questo
colpo di fortuna è la possibilità di far entrare nella regione le proprie
forze armate, senza dover dichiarare nessuna guerra, celandosi dietro la cortina
fumogena degli aiuti internazionali. E’ in atto, infatti, una vera e propria
corsa tra potenze imperialiste con il fine di ridefinire le aree d'influenza e
gli equilibri nella regione, nel tentativo da parte di ognuno di accrescere il
proprio peso, con gli immaginabili vantaggi in termini economici e
geo-strategici.
Ecco quindi la ragione dell'entità degli "investimenti" nella
ricostruzione dell'area, 350 milioni di dollari dagli USA, 500 dalla Germania,
oltre 100 dall'Italia; investimenti che, in base alle previsioni degli
imperialisti, torneranno decuplicati nel giro di qualche anno e che
consentiranno di tenere ancora di più al "guinzaglio" i governi
locali.
Non è un caso che il governo indonesiano abbia lanciato una sorta di ultimatum
a quello statunitense, intimandogli di ritirare i propri soldati dal suo
territorio, così come non è un caso che l'India, la cui popolazione costiera
è stata duramente colpita, abbia rifiutato i cosiddetti aiuti internazionali.
C'è la necessità, infatti, di impedire un ulteriore appesantimento della
presenza occidentale nella regione e di non apparire, agli occhi dei famigerati
investitori internazionali, come un paese "debole".
A proposito dell'aggettivo "umanitario", tanto usato negli ultimi
tempi, giova ricordare che fu usato, 6 anni or sono, per sganciare qualche
tonnellata di uranio impoverito sulla Yugoslavia, ben consapevoli del fatto che,
sul medio periodo, le vittime saranno molte più di 150.000.
Rimaniamo nella vecchia, civile Europa, rammentando il fatto che la
Francia, così generosa con le popolazioni asiatiche, non ha esitato a compiere
test nucleari nell'atollo di Mururoa, pochi anni fa, con buona pace della salute
delle popolazioni locali.
Potrebbe l'Italia, patria di santi, fascisti e stragisti essere da meno?
Ovviamente no, ed eccola quindi impegnata in prima linea nell'invasione
dell'Iraq, schierando i carabinieri a Nassirya, guarda caso proprio dove l'Eni
aveva e ha tuttora numerosi pozzi petroliferi, difesi dai prodi soldati
italiani. Naturalmente, anche in questo caso, si tratta di un intervento
puramente umanitario, attuato in soccorso delle popolazioni colpite (vi ricorda
qualcosa?), dimenticando, però, che in questo caso il "colpevole del
colpo" non è un maremoto, bensì le truppe d'occupazione a guida
statunitense, eufemisticamente definite "coalizione", responsabili di
massacri e torture al modico prezzo di 35 milioni di dollari al giorno.
35 milioni necessari, ma che si rivelano insufficienti, per torturare i
prigionieri di Abu Ghraib e Guantanamo, per radere al suolo Falluja
(paurosamente simile a quanto i nazisti fecero a Guernica) e per tentare di
contrastare la legittima resistenza arabo-irachena.
Gli imbellettati pennivendoli di casa nostra fanno a gara per tentare di
mascherare tanta barbarie, ma il loro compito sta diventando sempre più
difficoltoso; non è facile giustificare le torture e i massacri, non è facile
motivare il fatto che milioni di persone, specialmente nel continente africano,
vengano fatte morire di malattie curabilissime. Sono necessari sempre più
arzigogoli per spiegare il disastro di Crevalcore e la morte di 17 persone su un
treno o la strage dei lavoratori di Porto Marghera per la quale non esistono
colpevoli. Il loro tentativo di spacciare il capitalismo, sistema cinico e
violento, come il migliore dei mondi possibili, si scontra con ciò che provoca
tutti i giorni, ben più che uno tsunami quotidiano.
ANNIVERSARI
Congresso di fondazione
del Partito Comunista d'Italia
…La tarda origine e la debolezza dell'industrialismo fecero mancare l'elemento
chiarificatore dato dall'esistenza di un forte proletariato, ed ebbero come
conseguenza che anche la scissione degli anarchici dai socialisti si ebbe con un
ritardo di una ventina di anni (1892, Congresso di Genova).
Nel Partito socialista italiano come uscì dal congresso di Genova due erano le
correnti dominanti. Da una parte vi era un gruppo di intellettuali che non
rappresentavano più della tendenza a una riforma democratica dello Stato: il
loro marxismo non andava oltre il proposito di suscitare e organizzare le forze
del proletariato per farle servire alla instaurazione della democrazia (Turati,
Bissolati, ecc.). Dall'altra un gruppo più direttamente collegato con il
movimento proletario, rappresentante una tendenza operaia, ma sfornito di
qualsiasi adeguata coscienza teorica (Lazzari). Fino al '900 il partito non si
propose altri fini che di carattere democratico. Conquistata, dopo il '900, la
libertà di organizzazione e iniziatasi una fase democratica, fu evidente la
incapacità di tutti i gruppi che lo componevano a dargli la fisionomia di un
partito marxista del proletariato.
Gli elementi intellettuali si staccarono anzi sempre più dalla classe operaia,
né ebbe un risultato il tentativo, dovuto a un altro strato di intellettuali e
piccolo borghesi, di costituire una sinistra marxista che prese forma nel
sindacalismo. Come reazione a questo tentativo trionfò in seno al partito la
frazione integralista, la quale fu la espressione, nel suo vuoto verbalismo
conciliatorista, di una caratteristica fondamentale del movimento operaio
italiano, che si spiega essa pure con la debolezza dell'industrialismo, e con la
deficiente coscienza critica del proletariato. Il rivoluzionarismo degli anni
precedenti la guerra mantenne intatta questa caratteristica…
Nel seno di questa corrente rivoluzionaria si incominciò, già prima
della guerra, a differenziarsi un gruppo di "estrema sinistra" il
quale sosteneva le tesi del marxismo rivoluzionario, in modo saltuario però e
senza riuscire ad esercitare sullo sviluppo del movimento operaio una influenza
reale.
In questo modo si spiega il carattere negativo ed equivoco che ebbe la
opposizione del Partito socialista alla guerra e si spiega come il partito
socialista si trovasse, dopo la guerra, davanti a una situazione rivoluzionaria
immediata, senza aver risolto, né posto nessuno dei problemi fondamentali che
la organizzazione politica del proletariato deve risolvere per attuare i suoi
compiti: in prima linea il problema della "scelta di classe" e della
forma organizzativa ad essa adeguata; poi il programma del partito, quello della
sua ideologia, e infine i problemi di strategia e di tattica la cui risoluzione
porta a stringere attorno al proletariato le forze che gli sono naturalmente
alleate nella lotta contro lo Stato e a guidarlo alla conquista del potere. La
accumulazione sistematica di una esperienza che possa contribuire in modo
positivo alla risoluzione di questi problemi si inizia in Italia soltanto dopo
la guerra. Soltanto col Congresso di Livorno sono poste le basi costitutive del
partito di classe del proletariato il quale, per diventare un partito bolscevico
e attuare in pieno la sua funzione deve liquidare tutte le tendenze antimarxiste
tradizionalmente proprie del movimento operaio.”
Il brano è tratto dalle Tesi approvate dal III Congresso del Partito comunista italiano tenutosi nel gennaio del 1926 a Lione.
Dai ferrovieri di Genova
Abbiamo chiesto un incontro ai ferrovieri promotori del
"Comitato di solidarietà per i colleghi licenziati e per Fabrizio" di
Genova, per capire più a fondo le questioni legate alla solidarietà che si è
sviluppata verso Fabrizio (sospeso dal lavoro per 10 giorni per aver dichiarato
sul "Secolo XIX" i motivi
veri della mancanza di sicurezza in Ferrovia e per aver solidarizzato con i
pendolari) e verso i 4 ferrovieri licenziati per aver contribuito alla
trasmissione "Report" andata in onda su Rai3 nell'ottobre 2003 (in cui
veniva documentata la grave situazione relativa alla sicurezza).
La nostra richiesta è precedente al disastro di Crevalcore. Quanto accaduto ha
confermato le nostre intenzioni. Le domande, che non riportiamo, vertevano
infatti sulle seguenti questioni: indagare sulla solidarietà, che significato
ha, fin dove arriva, capire se e quanto esiste la tensione, la volontà, e a che
livello, di superare l'ambito di un comitato nato per sostenere alcuni
lavoratori per aprirsi a un'attività più ampia, più generale in termini di
coscienza, di organizzazione, di mobilitazione, in una situazione che
"chiama" a questa necessità sempre più e più velocemente.
I comitati di cui si parla sono due: uno è il "Comitato di solidarietà ai ferrovieri licenziati"attivo in Liguria e nel Piemonte, l'altro è il "Comitato di solidarietà a Fabrizio e ai colleghi licenziati" di Genova con cui abbiamo avuto l'incontro. Ciò che segue è quanto ci hanno riferito.
Questi colleghi in precedenza non si erano mai esposti, né sindacalmente, né
politicamente. Il fatto che il Comitato sia circoscritto geograficamente e
limitato ai 4 colleghi licenziati può costituire un limite, ma nello stesso
tempo è un'esperienza da valorizzare per la caratteristica di essere nata in
questa maniera spontanea.
Tra l'altro alcuni di loro, iscritti alla Cgil, hanno avuto momenti di aspra
polemica con la burocrazia sindacale e questo li ha fatti crescere, ha aperto
loro gli occhi su una serie di questioni che prima non avevano affrontato:
l'aderenza del sindacato alle esigenze dei lavoratori, la democrazia sindacale,
la lontananza del sindacato dai luoghi di lavoro. Per noi (ndr: del Comitato di
Genova) che abbiamo sempre avuto un
approccio più politico alle questioni, questi erano passaggi scontati, per loro
invece è stato un passaggio difficile. Di fatto, questa è l'unica realtà che
continua nel sostegno fattivo ai 4
lavoratori licenziati. Anche quando la Cgil, dopo la costituzione del Comitato e
nonostante l'attività già in corso, ha lanciato la richiesta ai lavoratori
iscritti di trattenersi 2 euro al mese dalla busta paga da destinare ai
licenziati (di cui non ha mai reso conto e di cui più niente si è saputo) non
si sono fermati, hanno continuato il loro lavoro. Di contro, sarebbe importante
che un comitato come questo venisse esteso a tutti i lavoratori colpiti dalle
sanzioni disciplinari. Nonostante si avverta
l'iniziativa di questo Comitato come ancora legata alla situazione e ai 4
licenziamenti, pensiamo che possa assumere aspetti di interesse più generale,
fare un salto di qualità. Bisogna dare il tempo a questi colleghi di avanzare
nel processo di comprensione. Certo, il pericolo è che riassumano i licenziati
e che l'esperienza finisca…però speriamo di no, cioè che li riassumano prima
possibile e che l'esperienza vada avanti. Noi cerchiamo che facciano questo
percorso in maniera autonoma, ovviamente introducendo nuove questioni, altri
elementi di comprensione più generale della situazione.
Dopo il disastro ferroviario, il Comitato ha ribadito l'importanza che si parli
dei licenziamenti, perché il fatto conferma quanto denunciato dai colleghi
licenziati e vede il legame fra le due questioni.
Anche l'assemblea dei ferrovieri, che ha proclamato lo sciopero del 16/17
gennaio, collega la protesta per la sicurezza e contro le morti in ferrovia alla
richiesta della riassunzione dei 4 colleghi e al ritiro dei procedimenti
disciplinari come quello di Fabrizio. Pensiamo che questa esperienza, associata
a quello che sta maturando in ferrovia, ai nodi che stanno venendo al pettine,
porterà ad una presa di coscienza superiore da parte di molti ferrovieri. Il
livello di presa di coscienza dipende anche dall'intervento nostro e di quelli come noi, da
quello che saremo in grado di costruire, dal fatto che non perdiamo la memoria
di quello che è stato fatto in passato. Noi in questi anni abbiamo
cercato di ricostituire un tessuto di base, di lotta; questa esperienza
si colloca a pieno diritto in questo percorso.
Per ciò che concerne invece il nostro "Comitato di solidarietà per
Fabrizio e i lavoratori licenziati" di Genova
con un procedimento disciplinare di quella natura (10 giorni di sospensione…)
hanno voluto colpire un'avanguardia di lotta, anche delegato Rsu: la nostra
risposta è stata a tutto campo. Abbiamo formato il Comitato, affrontato la
questione anche da un punto di vista legale, fatto conoscere
la questione a livello nazionale e internazionale. Il nostro Comitato è
nato dal "Collettivo del Personale Viaggiante di Genova", perciò con
un retroterra di organizzazione, mobilitazione e lotta più sperimentato. Ogni
iniziativa, sindacale o politica che facciamo, la leghiamo alla questione di
Fabrizio. La sanzione è una conseguenza di ciò che succede, perciò ogni volta
che viene promossa una mobilitazione, ricordiamo che ci sono lavoratori
sanzionati, lavoratori sospesi o licenziati. Quindi il nostro è un Comitato che
sostiene Fabrizio e i lavoratori licenziati indifferentemente e se dovessero
colpire altri lavoratori, il Comitato sarebbe intitolato anche a loro. Il
Comitato è anche un modo per far capire ai lavoratori che, anche se in un certo
periodo e individualmente possono un po' migliorare la loro condizione,
la situazione non è cambiata, in ogni momento potrebbe toccare ad ognuno
di loro. Per questo abbiamo "spersonalizzato" il Comitato e reso la
questione di Fabrizio non privata, ma collettiva. Questo contribuisce a ricreare
quel tessuto di solidarietà fra i ferrovieri che in questi ultimi anni è
venuto un po' a mancare. Ecco, abbiamo trovato che la solidarietà si è
espressa proprio perché la questione è stata posta in termini generali: la
lettera scritta al quotidiano denunciava problemi irrisolti al materiale e
riguardo alla sicurezza, affrontava i rapporti con i pendolari, soprattutto
conteneva una denuncia verso la politica di privatizzazione del trasporto
ferroviario. Poi abbiamo visto, dal ricorso presentato dall'Azienda contro
Fabrizio, che è stato proprio questo attacco alla privatizzazione che ha
infastidito maggiormente, l'aver sostenuto che "queste cose non avvengono a
caso, ma avvengono perché c'è una volontà politica, c'è un processo che
porta allo smembramento delle Ferrovie intese come servizio pubblico e
sociale".
Noi abbiamo ripreso proprio quei contenuti e abbiamo ricevuto la solidarietà
non solo dai ferrovieri, ma da tanti ambiti del mondo del lavoro, da operai,
insegnanti, disoccupati, organismi sindacali e politici e da tanti iscritti a
Cgil, Cisl e Uil (organizzazioni che, al contrario, non hanno sostenuto
Fabrizio).
Inoltre, alla prima udienza del processo di Fabrizio del 25 novembre erano
presenti decine di ferrovieri e attivisti da varie parti d'Italia (fra cui una
rappresentanza del "Comitato di solidarietà ai ferrovieri licenziati"
di cui trattavamo prima) e di diversi settori delle Ferrovie.
Stiamo andando avanti e contiamo, anche attraverso questa vicenda, di
contribuire all'affermarsi di una cultura della solidarietà legandola alla
questione dei colleghi licenziati, a quanto avvenuto in passato a livello di
repressione nei confronti dei lavoratori e degli attivisti sindacali e a quello
che purtroppo avverrà in futuro perché la situazione non si presenta certo
tranquilla".
La legge non …legge!!!
Lunedì 20-12-2004 è stata effettuata una perquisizione nella
sezione speciale (composta da 14 detenuti fra politici e non), del carcere di
Biella, da parte della polizia penitenziaria agli ordini del comandante, da poco
arrivato in questo carcere.
Ritornati nelle celle i detenuti hanno trovato non solo tutto sottosopra, con
modalità particolarmente barbariche, ma quel che è peggio e più importante,
era stata fatta una vera e propria “razzia”. E’ stato portato via tutto
quanto di scritto abbiano trovato (blok notes, posta), tutte le foto dei
familiari, gli atti giudiziari; cartoline, buste da lettera, francobolli,
musicassette (tranne alcune), gran parte del vestiario, coperte (ne hanno
lasciate due, come pare da regolamento interno, sufficienti a parer loro a far
fronte al clima gelido di Biella!). E, cosa più importante, libri e riviste,
dalla Bibbia al Capitale di Marx (han portato via anche i libri presi in
prestito dalla biblioteca di Biella!), lasciandone in tutto solo 4, cioè 2
libri e 2 riviste o 1 libro e 3 riviste, 2 libri e 2 riviste… In tutta la loro
esperienza carceraria i compagni non ricordano un fatto del genere: neanche nei
momenti peggiori, in cui tutto gli era stato tolto, è stata messa in
discussione la possibilità di leggere e studiare. Anche la storia ci ricorda
come, durante il ventennio fascista, persino a Gramsci non avessero imposto
limitazioni sulla quantità di libri da utilizzare. L’assunto, da parte della
direzione carceraria è che, intanto, i libri si leggono uno alla volta!
Poco inclini alla lettura, non sanno che per chiunque studi o legga,
2 libri e 2 riviste non sono nulla e ci si fa ben poco.
E’ chiaro che togliere ai compagni (alcuni dei quali stanno vivendo da più di
vent’anni questa condizione), la possibilità di leggere e studiare equivale a
togliergli praticamente tutto. [...] Non sappiamo se questa sia stata
un’iniziativa intrapresa autonomamente da zelanti esecutori locali o disposta
a livello ministeriale, certo è che quest’azione aderisce perfettamente alla
figura e allo spessore del ministro leghista Castelli e alla sua gestione
politica del carcere, che va dall’avvallo e mistificazione dell’operato dei
suoi “uomini” durante i selvaggi pestaggi al G8 sino alle recenti rivolte
carcerarie. Non ci stupirebbe, quindi, che le direttive finalizzate alla
privazione di quelle poche cose indispensabili alla sopravvivenza, così come la
negazione di ogni legame con la realtà attraverso la limitazione della
conoscenza, l’informazione, la cultura, provengano direttamente dal Ministero
di grazia e giustizia.
D’altronde comprendiamo che, per il ministro Castelli e i suoi accoliti,
leggere un libro alla volta, almeno che non si tratti di letture pornografiche,
le uniche forse a non richiedere ulteriori consultazioni, sia già un’impresa
titanica e comprendiamo ancor di più che si stupiscano che qualcuno riesca a
leggere più di 4 libri alla volta!
Del resto, anche S.Tommaso diceva: “Diffida dall’uomo che legge un solo
libro”.
Contro:
.i reiterati insulti all’intelligenza;
.i censori tentativi di impedire di allargare e approfondire
la conoscenza soggettiva;
.la volontà di svuotare le nostre menti da ogni pensiero di ribellione o
trasgressione all’ordine vigente.
INVITIAMO tutti ad aderire all’iniziativa promossa da chi è abituato a
leggere “un libro in più di Castelli”, ad inviare con raccomandata più
libri e/o riviste possibili al carcere di Biella, in particolar modo alla
sezione speciale, ai seguenti nominativi:
Nicola De Maria, Cesare Di Lenardo, Ario Pizzarelli
Casa circondariale
Via Dei Tigli, 14 - 13900 Biella
Amici e familiari dei prigionieri rivoluzionari
email: unlibroinpiu@libero.it
Riportiamo alcuni articoli del numero di febbraio 2005 del giornale "Lotta Unità"di Linearossa e Assembea NazionaleAnticapitalista (e-mail:lotta.unita@libero.it)
Anniversari
2 febbraio 1943
si conclude la battaglia di Stalingrado
Le truppe hitleriane invasero l’Urss il 22 giugno 1941 con
migliaia di carri armati, milioni di uomini delle truppe motorizzate e migliaia
di aerei da bombardamento.
La battaglia di Mosca fu la prima grande sconfitta dell’esercito tedesco, con
questa battaglia fu demolita la sua fama di esercito invincibile e l’illusione
reazionaria di “guerra lampo”. E mentre l’Armata Rossa aumentava
rapidamente e costantemente le sue forze e diminuiva l’iniziale vantaggio
nazista dato dal numero di uomini e armamento, esperienza e qualità tecnica
delle armi, iniziò la battaglia di Stalingrado.
Nell’estate del 1942 Hitler aveva ordinato di prendere Stalingrado ad ogni
costo. La sua caduta avrebbe significato accerchiare Mosca da sud, eliminare gli
ostacoli sulla via del petrolio di Baku, fino all’Iran e all’India e
ricongiungersi con i giapponesi nel Turkestan cinese.
Ma come dice Anna Louise Strong nel libro “L’era di Stalin”: “Sugli
uomini e le donne di Stalingrado si infranse l’ondata dell’attacco tedesco
per soggiogare il mondo”.
Stalingrado fu la chiave del rapido mutamento che vide l’aggressione
hitleriana trasformarsi da ritirata a disfatta, fu una grande vittoria
dell’esercito e del popolo sovietico e fu enorme l’influenza che esercitò
su tutti gli antifascisti che lottavano nelle diverse parti del mondo.
L’esercito tedesco si arrese il 2 febbraio 1943. Nell’estate del ’44
veniva respinto al di là delle frontiere sovietiche. Nell’aprile del 1945
l’Armata Rossa entrò a Berlino.
Riportiamo (tratto dal “L’Urss nella seconda guerra mondiale” Vol.2°)
un episodio che ha un posto leggendario nella battaglia di Stalingrado e che
porta il nome di “casa di Pavlov”. Una casa di 4 piani molto importante per
la sua posizione: si trovava in uno spazio aperto, perpendicolare al Volga e
dominava tutto attorno. La “casa di Pavlov” prende il nome in onore del
comandante della prima pattuglia entrata nell’edificio.
“In una notte di settembre, fra il 25 e il 28, la pattuglia di Pavlov avanzò.
Superata una distanza di 150 metri, i 4 soldati si impadronirono della casa e
per due giorni da soli respinsero con successo i ripetuti attacchi delle forze
soverchianti del nemico che tentava di recuperare
a qualsiasi prezzo l’importante caposaldo.
Successivamente il comandante del reggimento inviò rinforzi alla “casa di
Pavlov”. Nel caposaldo si istallarono un plotone di mitraglieri, cioè 7
uomini e una mitragliatrice, 6 uomini con 3 fucili anticarro e 4 soldati armati
di fucili automatici. Giunsero anche 3 artiglieri con 2 obici da 50 cm. In tal
modo il presidio del caposaldo salì da 4 a 23 uomini.
Per lungo tempo - quasi 3 mesi - l’eroica guarnigione della “casa di Pavlov”
mantenne l’importante caposaldo del settore difeso dalla 13° divisione della
Guardia, respingendo tutti gli attacchi dei nemici.
Il 24 novembre il presidio della “casa di Pavlov” passava all’attacco e si
inseriva nella controffensiva delle truppe sovietiche nella regione tra il Volga
e il Don.
Gli eroici difensori della “casa di Pavlov” erano soldati di diverse
nazionalità sovietiche: 11 russi, 6 ucraini, 1 kazacho, 1 uzbeco, 1 tagico, 1
tartaro e 1 ebreo.”
La guerra di tutto un popolo, al di là delle etnie e nazionalità diverse, come
nell’esempio degli eroici difensori della “casa di Pavlov”, è la risposta
al “Mai più” proferito in pompa magna dai capi di Stato in visita ad
Auschwitz per il 60° anniversario della liberazione di questo campo di
concentramento. Questo, come altri disseminati nell’ Europa orientale,
liberato ( ricordiamolo) dall’esercito dell’Unione Sovietica.
Per gli imperialisti che non possono vivere senza sfruttare e mantenersi con la
forza in ogni angolo del mondo il loro “Mai più” non può svolgere altro
che la solita funzione mistificatrice e di sviamento delle masse dalla lotta
decisa contro di loro.
Foibe: perché si costruisce un falso storico
“La voragine nota come “foiba” di Basovizza è in realtà il
pozzo di una vecchia miniera abbandonata. Il suo nome tradizionale è “Soht”,
è profonda 254 metri e la sua imboccatura è più o meno un rettangolo di 3
metri per 4. Già dopo la prima
guerra mondiale fu usata come discarica, anche di materiale bellico; fu anche
tristemente nota come meta di suicidi.
Dichiarata monumento nazionale dal presidente della Repubblica Italiana Scalfaro
nel 1992, è sempre stata usata dalla propaganda reazionaria come “esempio”
della “barbarie slavocomunista”. Il numero dei corpi di infoibati che
conterrebbe, sempre secondo gli “storici” delle organizzazioni di destra,
varia dai 2.500 di un articolo apparso nel febbraio 1996 su “La Repubblica”,
ai “cento metri cubi di carne ed ossa” (sic!) dichiarati dall’ex-deputata
di Forza Italia Marucci Vascon in una lettera dell’agosto 1996 pubblicata sul
“Piccolo”.
Ma anche storici più seri hanno accreditato la presenza nello Soht di 300-400
corpi. Come mai? Andiamo con ordine.
Dopo la battaglia di Basovizza (30.4.45) la gente del posto vi gettò dentro
corpi di militari, soprattutto tedeschi, carcasse di cavalli (morti durante i
raid effettuati dagli aerei britannici nel corso della battaglia) ed anche
materiale militare. Tra il settembre e l’ottobre del 1945 gli angloamericani
recuperarono quanto poterono dal pozzo. Ma sentiamo cosa dice l’articolo
apparso sul “Piccolo” di Trieste il 10.1.95, a firma Pietro Spirito e
Roberto Spazzali:
«È del 13 ottobre 1945 il rapporto che elenca sommariamente i risultati delle
esumazioni, effettuate utilizzando la benna... questo documento (...) permette
di avere la conferma che almeno una decina di corpi umani furono recuperati
dagli anglo-americani. “Le scoperte effettuate - si legge nel rapporto - si
riferiscono a parti di cavallo e cadaveri di tedeschi, e si può dedurre che
ulteriori sopralluoghi potrebbero eventualmente rivelare cadaveri di italiani”».
Sempre nella stessa pagina del “Piccolo” vengono riportati dei brani tratti
dal “rapporto segreto” sopra citato, nel quale risulta la reale entità dei
recuperi effettuati: 8 corpi umani interi (di questi due presumibilmente
tedeschi ed uno di sesso femminile), alcuni resti umani (per lo più arti) ed
alcune carcasse di cavallo. Continua l’articolo: «Ma una decina di corpi
smembrati e irriconoscibili non dovevano sembrare un risultato soddisfacente e
alla fine si preferì sospendere i lavori».
Ma come mai gli angloamericani decisero di recuperare quanto “infoibato” nel
pozzo della miniera? Già il 29 luglio 1945 apparve questa notizia (noi la
citiamo da “Risorgimento Liberale”, organo del Partito Liberale):
«Grande e penosa impressione ha destato in tutta l’America la notizia,
proveniente da Basovizza presso Trieste, circa il massacro di oltre 400 persone
da parte dei partigiani di Tito, le cui salme sono state scoperte dalle autorità
alleate nelle cave di quella zona. Particolare rilievo viene dato al fatto che
ivi compresi si trovano 8 cadaveri di soldati neozelandesi e si temono di
conseguenza complicazioni internazionali».
Ma già due giorni dopo appare, sullo stesso quotidiano, questo titolo:
“Smentita alleata sul pozzo di cadaveri a Trieste”. Ed ecco l’articolo: «Il
Comando generale dell’Ottava Armata britannica ha ufficialmente smentito oggi
le notizie pubblicate dalla stampa italiana secondo cui 400 o 600 cadaveri
sarebbero stati rinvenuti in una profonda miniera della zona di Trieste. Alcuni
ufficiali dell’Ottava Armata hanno precisato inoltre che non si hanno
indicazioni circa i cadaveri degli italiani ma per quanto riguarda l’asserita
presenza di cadaveri di soldati neozelandesi essa viene senz’altro negata».
Si può notare in queste poche righe come iniziò a lavorare la provocazione
reazionaria per creare, come si direbbe oggidì, l’”immaginario” della
foiba […]”
Il 10 febbraio è stata istituita, dal governo Berlusconi,
la “Giornata del ricordo” dedicata alle “vittime delle foibe”.
Il brano riportato, tratto da “Operazione foibe a Trieste” di Claudia
Cernigoi, intitolato “La foiba di Basovizza” spiega molto chiaramente come
si costruisce un falso storico. Agendo prima sul fattore quantità, cioè su un
numero di morti che non ci sono mai stati, si è potuto poi arrivare
all’equiparazione tra fascisti e comunisti, assassini e liberatori,
torturatori e torturati, questi sì che ebbero, per mano nazifascista, nei
territori adriatici (per fare un esempio) tra Sloveni, Croati e antifascisti
italiani, 45.000 morti, 7.000 invalidi, 95.460 arrestati, internati e deportati
in campi di concentramento italiani e tedeschi, 19.357 case distrutte totalmente
e 16.837 parzialmente, il tutto con atrocità in cui si distinsero sia italiani
che tedeschi.
Pensiamo che monumenti, strade, piazze, giornate della memoria e del ricordo si
erigono e si dedicano per l’oggi. La revisione della storia, insomma, non è
finalizzata tanto a riscrivere il passato, ma prima di tutto a condizionare il
presente per tentare di annichilire le potenzialità di lotta delle classi e dei
popoli sfruttati e oppressi.
Cosa succede in
Palestina?
Ormai la prova delle elezioni è stata superata e non appare nulla di
nuovo sull’orizzonte politico palestinese. Fosche manovre politiche israeliane
sono volte a creare condizioni irreversibili sul territorio, come a Gerusalemme
(vedi articolo “Creare condizioni irrreversibili...”) dove, per recarsi nei
territori sottoposti al governo dell’ANP, bisogna munirsi di un permesso del
governatore militare israeliano. Una specie di visto d’ingresso che ribadisce
le intenzioni sioniste di annettere questi territori in maniera definitiva.
Abu Mazen è stato eletto presidente dell’ ANP. In molti, in Occidente,
si aspettano un cambiamento nel segno della rinuncia e della resa alle pretese
israelo-statunitensi: compromesso su Gerusalemme, rinuncia al diritto al ritorno
dei rifugiati e, soprattutto, combattere le forze della resistenza palestinesi,
anche con le armi e rischiando la guerra civile. Abu Mazen ricerca un dialogo
con tutte le forze politiche palestinesi per raggiungere un accordo che gli
permetta di manovrare politicamente alla pari nell’arena dei lupi
internazionali, occidentali ed arabi. D’altronde, sa che è stato eletto con
il 40% dei voti, risultato raggiunto con investimenti economici enormi e con
molte facilitazioni israeliane: è stato l’unico candidato a poter raggiungere
tutti gli angoli dei Territori Occupati, l’unico ad avere un capitale
smisurato da poter spendere rispetto agli altri e ad avere l’appoggio
mass-mediatico, in Palestina e non solo. È un 40% che non lo lascia tranquillo.
Il risultato delle elezioni palestinesi dimostra che i gruppi dissidenti hanno
un grande seguito tra le masse e ciò potrebbe mettere in gioco il potere stesso
della dirigenza nei Territori Occupati. Se da una parte i gruppi organizzati
esercitano una pressione politica sull’ ANP, dall’altra il dibattito
generale sulla stampa palestinese chiede espressamente riforme drastiche e
democratizzazione delle istituzioni. Un dibattito che nessuno al governo potrà
né ignorare né rinviare. Nel momento in cui Abu Mazen lascia dichiarare ai
suoi generali che nessuna arma al di fuori di quelle in dotazione alle forze di
sicurezza è legale, accennando con ciò all’eventualità del disarmo dei
gruppi di resistenza con la forza, l’opinione pubblica legittima questi gruppi
e l’uso delle armi. Questo è di ostacolo alle intenzioni bellicose dei
generali legittimati dagli accordi di Oslo, ormai seppelliti anche dagli
Israeliani e rifiutati da gran parte dei gruppi palestinesi che, a loro volta,
sono legittimati dalla resistenza popolare quotidiana all’occupazione.
Nel momento in cui i dirigenti dell’ ANP chiedono una tregua ai gruppi
palestinesi, questi ultimi hanno messo sul tavolo della trattativa argomenti che
riguardano da una parte le riforme democratiche e dall’altra un programma
politico che si ispira alle rivendicazioni storiche del popolo palestinese: il
diritto al ritorno, la questione di Gerusalemme, la scarcerazione di tutti i
prigionieri politici nonché il sostegno politico alla resistenza e alla lotta
del popolo palestinese. Per il
resto lo stillicidio di vite innocenti nei Territori Occupati continua
quotidianamente, e con esso la confisca dei terreni sia per l’ampliamento
delle colonie sia per la costruzione del muro. Attività frenetica concentrata
tutta attorno Gerusalemme in direzione sud-est e nord-est, tagliando la città
fuori dal contesto palestinese. Abu
Mazen potrà scegliere la via dello scontro con le masse popolari palestinesi,
scegliendo la via dei compromessi con gli Israeliani e continuando la strada
delle precedenti politiche dell’ ANP, oppure esso potrà scegliere di portare
le istanze e le rivendicazioni palestinesi sul tavolo del negoziato senza
dimostrare segni di cedimento o di resa. Come vediamo, si tratta di una
battaglia politica feroce e, spetta ai Palestinesi e alle masse amiche
dimostrare di poterla vincere. Occorre un’offensiva politica e propagandistica
forte per poter vincere la campagna israeliana e imperialista loro compiacente
ed alleata. Mentre scrivo giunge la notizia della discussione in parlamento sul
disegno di legge per un trattato di cooperazione militare di ferro tra Israele
da una parte e l’Italia dall’altra. Un trattato che rafforza lo scambio tra
i due Paesi in tecnologie e nozioni scientifiche tutte volte a rendere ancora più
micidiali le feroci armi e mezzi di morte. L’Italia, attraverso questo
trattato strategico, offre un ombrello politico che rafforza l’egemonia
israeliana in tutta la regione, legittimando le pallottole assassine
dell’esercito e dei coloni israeliani. Questo atto allontana l’Italia dal
Mediterraneo e la trapianta nell’Atlantico sempre più vicina agli USA con
tutte le implicazioni politiche ed economiche che ne derivano.
Stralci da un articolo di un compagno dell’Unione Democratica Arabo Palestinese
Riportiamo alcuni articoli
del numero di marzo 2005 del giornale "Lotta
Unità"di Linearossa e Assembea NazionaleAnticapitalista (e-mail:lotta.unita@libero.it)
Fratelli Coltelli
Le “esaltanti” elezioni irachene sembrano essere letteralmente
scomparse dalle pagine dei nostri quotidiani, così come dai servizi dei
telegiornali, contravvenendo all’ aspettativa che le avrebbe volute
protagoniste di un’incessante propaganda da parte dei “vincitori”.
Probabilmente, chi davvero ne è uscito vittorioso sta continuando l’opera di
“propaganda” ai danni dei soldati occupanti, dei loro servitori della
Guardia Nazionale Irachena (ING) e di buona parte degli oleodotti, ormai in
grado di trasportare tanto liquido quanto ne basterebbe appena per ricaricare un
accendino, con buona pace della Halliburton.
Sembrerebbe, così, che la marcia di Bush & C. non sia tanto trionfale
quanto l’auspicavano i frettolosi e incauti stati maggiori statunitensi, che
in passato avevano impresso l’accelerazione bellica per distaccare il
concorrente europeo, consapevoli del fatto che l’Unione Europea avrebbe
incontrato grosse difficoltà a scendere sul terreno di guerra, essendo dotata
di importanti eserciti, ma non ancora in grado di muoverli all’unisono. Così
fu, i più importanti stati europei rimasero a guardare il proprio antagonista
per il dominio del pianeta avventarsi sullo strategico stato arabo, ma
guadagnarono almeno la simpatia di parte del movimento “pacifista” che
elesse Francia e Germania come paesi paladini della pace. Sono ormai trascorsi
due anni dall’inizio ufficiale della guerra (non considerando i 10 anni di
embargo ONU) e interessanti “novità” si affacciano all’orizzonte.
Cina e Russia hanno stilato importanti accordi con l’Iran per la fornitura al
paese arabo di materiale nucleare, con la tutela della Germania e della Francia
protagoniste nei mesi scorsi di un accordo con Teheran che prevedeva il loro
beneplacito per scopi puramente civili, mettendo così in difficoltà
l’amministrazione statunitense che sperava di “addomesticare” la patria
dei Persiani attraverso la minaccia di “un altro Iraq”. Nel frattempo una
nuova “operazione Ucraina” sta iniziando in Libano, dove, con una tempistica
eccezionale, è stato ucciso da “mano ignota” l’ex capo del governo Hariri,
alleato dell’occidente e dichiarato avversario della Siria, paese che da
sempre si oppone alla presenza imperialista e sionista nel mondo arabo.
In questo contesto di conflitti sempre più dispiegati, il presidente degli USA,
George W. Bush, è venuto in visita ufficiale in Europa, scatenando “l’ansia
da dichiarazione” in buona parte dell’establishment del vecchio continente.
Cosa dirà? Cosa farà? Che toni userà?
“Bussate con i piedi” è un tipico sollecito che, tra il serio e il faceto,
l’ospite rivolge agli invitati per far loro intendere di presentarsi con in
mano qualche dono per il padrone di casa; Bush, per così dire, ha “bussato
con i piedi”. Con toni suadenti ed amichevoli ha invitato gli ex avversari
europei ad abbandonare le antiche frizioni in nome di una rinnovata battaglia
“per la democrazia”, ricordando che USA e UE non saranno mai “nemici”.
Ha altresì invitato gli europei che non l’avessero già fatto ad impegnarsi
nel conflitto iracheno, stante la benedizione dell’ONU sul processo
elettorale. Tradotto: non riusciamo a venire a capo della situazione, se ci
prestate aiuto siamo disposti a fare importanti concessioni, anche le Nazioni
Unite sono d’accordo. Balsamo per il cuore (ma soprattutto capitali per il
portafogli) degli affannati governanti e padroni europei, i quali dopo essere
stati esclusi a forza dalla spartizione dell’antica Babilonia, vedono ora il
loro arrogante contendente chiedere sostegno. La prevedibile risposta è stata
in larga parte positiva, stante la ghiotta occasione di poter mettere le mani su
qualcosa che si considerava definitivamente perduto e viste le difficoltà che i
paesi del vecchio continente hanno nel rispettare i vincoli economici che essi
stessi hanno sancito a Maastricht. In prima fila nell’esprimere apprezzamento
sono stati gli “ex pacifisti” nostrani, con Prodi saldamente alla guida (e
Bertinotti buon passeggero…), che da qualche mese a questa parte sembrano aver
dimenticato la condanna contro la guerra espressa “senza se e senza ma”.
C’è da scommettere che incontreranno qualche difficoltà a scendere con
determinazione in piazza il 19 marzo, nel secondo anniversario dell’invasione,
durante la “Giornata mondiale contro la guerra all’Iraq”. Quanti
“distinguo” inizieranno? Quanti “se” e quanti “ma” compariranno
questa volta?
Con un minimo di attenzione si può notare un’interessante somiglianza delle
posizioni del centro-sinistra con quelle dei paesi leader dell’UE e del
centro-destra con quelle degli USA; all’inizio apparentemente distanti,
riflettevano solo l’impossibilità europea di investire uomini e mezzi,
contrariamente alla necessità statunitense di accelerare il passo, vista la
crescente concorrenza d’oltre oceano. Riscontrate difficoltà maggiori del
previsto, ecco che questi novelli “fratelli coltelli” si coalizzano di
nuovo, ben attenti a calibrare le opportune spartizioni sulla pelle del
battagliero Popolo iracheno. Una dinamica sorprendentemente (ma non troppo)
simile a quella che gli esponenti dei due poli mostrano di saper condurre con
maestria qui in “casa nostra”; si combattono senza esclusione di colpi
quando c’è da contendersi pezzi di potere, ma quando si sentono messi in
discussione corrono gli uni nelle braccia degli altri. Troppi scioperi che
riducono i profitti? Non c’è scranno del Parlamento da dove non si sbracci
qualche deputato per avanzare la propria proposta in merito. Troppe garanzie nei
contratti? Una gara di salti mortali per spacciare la precarietà come una fonte
di maggiori opportunità. Poche automobili vendute? Incentivi statali come se
piovesse, pagati ovviamente con i prelievi erariali dalle nostre tasche. Pochi
volontari nel nuovo esercito mercenario? Ecco comparire un finta “parità”
per le donne, tanto brave e tanto belle con la divisa verde-oliva.
Un buon promemoria per quei lavoratori e proletari che, ancora sensibili al
richiamo delle “sirene” elettorali, si stanno attualmente arrovellando per
scegliere il candidato delle regionali; “lorsignori” si stringono la mano
destra e si accoltellano con la sinistra, ma sono sempre pronti ad usarle
entrambe per piantarlo (il coltello) bene al centro della nostra schiena. Sono
“coltelli” finché si vuole, ma sempre “fratelli” rimangono.
8 MARZO
L’8 marzo 1908, a New York, numerose operaie vengono
chiuse dentro un cotonificio, in occupazione per la difesa del posto di lavoro,
e bruciate vive. Nel 1910, su suggerimento di Clara Zetkin, venne istituita,
durante la Seconda conferenza internazionale delle donne socialiste a Kopenhagen,
la Giornata internazionale della donna. Questa prima Giornata aveva come
obiettivo immediato la mobilitazione in favore del suffragio femminile.
L’8 marzo ci ricorda, ogni anno, il lungo e difficile cammino di lotta
percorso dalle donne lavoratrici e ancora di più la lunga e difficile strada
che abbiamo di fronte.
Marx aveva sintetizzato il legame tra le donne e la rivoluzione dicendo che
chiunque conosca un po’ di storia sa che i grandi rivolgimenti sociali sono
impossibili senza il fermento femminile; Lenin dicendo che non ci può essere
rivoluzione socialista se un numero stragrande di lavoratrici non vi prendono
parte attivamente; Mao che le donne rappresentano la metà della popolazione. E
che lo stato economico delle donne e il fatto che esse soffrano l’oppressione
in modo del tutto particolare prova non soltanto che le donne hanno bisogno
urgente della rivoluzione, ma anche che esse costituiscono una forza decisiva
per il buon esito della rivoluzione stessa.
Insegnamenti, questi, che anche la classe dominante, a suo modo, coglie e
utilizza. Vediamo come.
E’ di pochi giorni fa un rapporto dell’Onu sull’attuazione della
Convenzione del ’79 per le pari opportunità sottoscritta da 179 Stati. Per
l’Italia il rapporto evidenzia: una bassa rappresentanza femminile in
politica, uno scarso accesso a posti dirigenziali, bassi salari e impieghi
sempre più precari. Oltre al fatto che la donna è rappresentata ancora e
soprattutto come madre o oggetto sessuale.
Il ministro delle pari opportunità, Prestigiacomo (F.I), si è affrettata a
dire che i dati sono vecchi e si basano su documenti del precedente governo.
Dato che i fatti hanno la testa dura questi
mostrano
- lo inequivocabile e generale erosione e cancellazione di diritti e conquiste
delle classi lavoratrici;
- il continuo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di queste;
- la sostanziale unità dei vari schieramenti politici quando si tratta di
colpire lavoratori e lavoratrici.
Non c’è nessuna “sfida epocale” in favore della condizione femminile come
non ce ne possono essere altre, se dirette dalla borghesia, contro guerra,
disoccupazione, fame, miseria, inquinamento, o ignoranza.
La posta in gioco, per la borghesia, è come, e fino a che punto, legare le
masse femminili al suo carro: alle sue concezioni, al suo Stato, al suo potere o
come dicono alla “democrazia”.
Anche il fascismo ha avuto bisogno di questo legame e lo ha fatto. Lo ha fatto
con la coercizione e la violenza. Ha segregato le donne con disposizioni e
normative sul lavoro, percorsi scolastici differenziali, premi di natalità e
prestiti matrimoniali. Le ha costrette nel ruolo di mogli e madri. Le ha anche
inquadrate in modo sistematico e progressivo nelle molte organizzazioni
fasciste: Fasci femminili, Massaie rurali, Sezioni Operaie e Lavoranti a
Domicilio (S.O.L.D.).
La Resistenza ‘43-’45 la conosciamo, come conosciamo la partecipazione delle
donne alla Resistenza. Ma ancora prima gli scioperi delle mondine, il mancato
aumento del tasso di natalità, il rifiuto a partire per le colonie per scopi
riproduttivi manifestarono alcune forme di lotta al progetto di legittimazione
del regime fascista.
In questi anni “nuovi illuminati”, in contrapposizione a
vecchi reazionari, si incaricano di dare legittimazione alla dittatura
della borghesia. Chi sono costoro? Sono coloro (maschi, femmine) che decantano
le virtù e le capacità morali delle donne come altruismo, indole pacifica,
pazienza, attenzione alle relazioni quotidiane e ai bisogni intimi delle
persone, capacità di ascolto (per rispondere a questi bisogni), intraprendenza
(per trovare soluzioni ai problemi). Insomma tutte le competenze che le donne
apprendono dal lavoro di cura che da centinaia di anni svolgono in famiglia e che ora dovrebbero mettere al servizio della sfera
pubblica.
Sul lavoro, gli “illuminati”, non propongono certo la vecchia idea
reazionaria che, a causa della disoccupazione, le donne lascino il lavoro agli
uomini, ma sempre riferendosi alle virtù delle donne, come flessibilità e
cooperazione, le spingono di fatto ad accettare ogni genere di sacrificio.
Chi, tra gli “illuminati” guarda anche al governo del Paese può spingersi
anche oltre affermando che, con queste virtù e capacità morali, i nostri
parlamenti sarebbero luoghi ben diversi da quello che sono ora.
Nei periodi di crisi le varie ricette di “un mondo diverso è possibile” si
affollano. Questo chiama le donne a puntellare la democrazia. A puntellare
quella democrazia, oggi anche “guerra per la democrazia” cioè l’orrenda
maschera a copertura della guerra tra i briganti capitalisti per la spartizione
del mondo, che altro non è che piena libertà di sfruttare e opprimere.
A marzo è anche l’anniversario della Comune di Parigi (18-26 marzo 1871).
Lenin disse che un osservatore della Comune, in un giornale inglese nel 1871,
aveva scritto: “Se la nazione francese fosse composta soltanto di donne, che
nazione orribile sarebbe!” L’osservatore aveva visto come le donne si battevano a
fianco degli uomini e insieme a loro ragazzi dai tredici anni in su. Chissà se
i nostri “illuminati”, in quella situazione, si sarebbero ricreduti sulle
virtù delle donne quando queste virtù sono investite nella battaglia per
rovesciare la borghesia.
Per il comandante partigiano Gracco
Un anno fa, il 9 marzo 2004, moriva a Firenze il compagno Angiolo
Gracci, "Gracco", Comandante della Brigata "Sinigaglia" che
partecipò attivamente alla Liberazione di Firenze dal nazifascismo.
E' giusto e doveroso ricordare il compagno "Gracco" per due, tra gli
altri, grandi insegnamenti che ci ha lasciato: il primo per essersi sempre
schierato dalla parte giusta della barricata, dalla parte delle classi sfruttate
e dei popoli oppressi; il secondo per aver condotto, senza alcun tentennamento,
una lotta instancabile per tutta la sua vita.
Siamo fermamente convinti che se il compagno "Gracco" fosse ancora con
noi, avrebbe dato, in queste settimane, come sempre ha fatto, il suo prezioso
contributo a contrastare e a respingere la campagna velenosa e diffamatoria che,
attraverso la vicenda "Foibe", forze reazionarie e revisionisti, hanno
condotto contro il movimento dei partigiani comunisti.
Poste italiane: privatizzazione,
ristrutturazione e scioperi
Negli ultimi anni i dirigenti delle poste italiane
hanno avviato un preciso processo di ristrutturazione: -
esternalizzazione di servizi (la consegna dei pacchi data alla S.D.A, trasporti
nazionali appaltati a ditte che operano con lavoratori immigrati turchi),
riduzione dei servizi viaggianti che ha già prodotto tre licenziamenti nelle
ditte d’appalto fiorentine; - chiusura dell’80% di Centri Postali Operativi
(CPO), in Toscana hanno già chiuso i CPO di Arezzo, Siena, Prato, Pistoia e
Livorno con lavoratori trasferiti nelle città più vicine, vedi il caso di
lavoratori livornesi trasferiti a Pisa; - aumento vertiginoso di lavoratori
atipici (attualmente nelle poste 40.000 addetti sono ricorrenti part-time e
full-time, che lavorano sotto ricatto licenziamento perché hanno ancora in
corso la causa per l’assunzione a tempo indeterminato), sensibile aumento del
lavoro part-time e job on call; chiusura delle mense aziendali che erode il già
basso salario postale; peggioramento generale delle condizioni di vita e di
lavoro con orari notturni impossibili che costringono i lavoratori a recarsi al
lavoro sempre in auto; peggioramento graduale del servizio postale.
Tutto questo all’insegna del risparmio per “risanare” un‘azienda
destinata, dal governo Berlusconi, alla privatizzazione, cioè, ad essere data
in pasto a qualche pescecane che eliminerà tutti i servizi non remunerativi a
danno dei cittadini e peggiorerà ancora di più le condizioni di lavoro dei
postali.
Quest’attacco ha prodotto la mobilitazione dei lavoratori postali.
A Roma il 4 marzo, davanti alla Sede delle poste italiane c’è stata la
manifestazione dei ricorrenti che chiedono l’assunzione a tempo indeterminato
senza il ricatto della mobilità obbligatoria; al Centro meccanizzato postale di
Firenze è stata aperta una vertenza che riguarda la riduzione dei servizi
viaggianti, mentre al CPO di Pisa, contro la nuova organizzazione del lavoro che
peggiora notevolmente i turni dei reparti Smistamento e Trasporti, il 17/02 c’è
stato uno sciopero di due ore a fine turno, seguiranno altri scioperi, sempre di
due ore, il 7/03 e il 24/03.
Si è arrivati agli scioperi, nonostante la volontà delle segreterie
provinciali e regionali di Cgil-Cisl-Uil di accettare la nuova organizzazione
aziendale, con qualche aggiustamento senza rilievo.
È stata la volontà e la determinazione di un gruppo di lavoratori del reparto
Trasporti, nell’ultima assemblea generale, ad unire la quasi totalità dei
lavoratori interessati sulla parola d’ordine: “se lottiamo possiamo anche
perdere, se non lottiamo abbiamo già perso, tanto vale lottare”, costringendo
i sindacati ad andare alla rottura della trattativa e a dichiarare gli scioperi.
La risposta dei lavoratori è stata fortissima, più del 90% ha aderito, grazie
anche alla solidarietà di tanti lavoratori e lavoratrici che hanno partecipato
allo sciopero nonostante non fossero toccati dai nuovi turni.
Questa è la risposta all’arroganza e alla cecità della dirigenza aziendale
che porta avanti i processi di ristrutturazione passando sopra le esigenze e i
bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici.
Questa è la risposta a tutti coloro che denigrano i lavoratori (“vedrai la
gente non ha voglia di scioperare” o “la gente pensa a se stessa”) e che
non hanno fiducia nella forza collettiva e organizzata dei lavoratori.
I ferrovieri in piazza: per la sicurezza,
contro i licenziamenti
e i provvedimenti disciplinari
Roma. Dopo lo sciopero del 16-17 gennaio (indetto a pochi giorni dal
disastro di Crevalcore del 7/1) per la sicurezza e il ritiro dei licenziamenti e
delle sanzioni disciplinari, l'Assemblea autoconvocata del 12 gennaio, ha
aderito, per rafforzare l'unità della categoria e l'unione con gli utenti e le
loro associazioni, con la propria piattaforma, allo sciopero del 10-11 febbraio
proclamato da Cgil-Cisl-Uil e Or.s.a.
Anche questo sciopero nazionale ha avuto, per le intere 24 ore, un'alta
adesione, nonostante il ministro Lunardi avesse tentato, con un’ordinanza, di
ridurlo a 8 ore.
- Il 5 febbraio si è svolto a Firenze un Convegno "sulla precarietà del
lavoro in ferrovia", al quale hanno partecipato diversi giovani,
soprattutto macchinisti, con contratto part-time. L'Assemblea ha deciso
iniziative sia contro la precarietà, sia per sviluppare l'unità e
l'organizzazione fra i giovani precari e con il resto della categoria.
- Il 25 febbraio si è svolta a Roma la "Marcia per la sicurezza
nelle ferrovie e nei trasporti". Alla manifestazione hanno partecipato
circa 2.500 lavoratori/trici: ferrovieri di ogni settore, tanti giovani (da
Genova alcune decine di macchinisti quasi tutti giovani part-time), i lavoratori
aeroportuali, in solidarietà ai ferrovieri in lotta, i ferrovieri francesi del
sindacato di base "Sud Rail", i parenti dei ferrovieri morti nei
disastri, lavoratori delle società di ristorazione ferroviaria, associazioni di
utenti e, alla testa del corteo, i 4 ferrovieri licenziati per aver partecipato
alla trasmissione "Report" che denunciò, appunto, la mancanza di
sicurezza in ferrovia. Molti ferrovieri portavano, appesi al collo, cartelli con
i nomi dei viaggiatori e dei colleghi morti nei disastri ferroviari e negli
incidenti sul lavoro, compresi gli operai delle ditte di appalto.
Erano presenti e visibili gli striscioni dei ferrovieri e di altri lavoratori,
le bandiere del Sult e della Cub nazionali, della Uil Toscana e dell'Or.s.a di
alcune realtà.
Assenti Cgil-Cisl-Uil e Or.s.a. nazionali che non hanno aderito, come accaduto
per lo sciopero del 16-17 gennaio, mostrando mancanza di volontà e di
responsabilità per l'unità della categoria e approfondendo, così, il solco
fra delegati Rsu, Rls (addetti alla sicurezza) e attivisti sindacali da una
parte che, partecipando allo sciopero dei confederali del 10-11 febbraio, hanno,
invece, favorito l'unità dei ferrovieri e, dall’altra, dirigenti e
rappresentanti di questi sindacati prigionieri di interessi burocratici di
apparato e di compromessi al ribasso.
Costretti,questi ultimi, come avvenuto per lo sciopero del 10-11 febbraio, a
promuovere uno sciopero nazionale
per non separarsi maggiormente dalla volontà di lotta della categoria e degli
utenti.
Il corteo è terminato con un presidio in Piazza della Croce Rossa, sede
centrale delle Fs, dove si sono susseguiti numerosi interventi ed è stato
deciso un nuovo sciopero di 24 ore (20-21 marzo) e lanciato l'appello perché
tutti contribuiscano, dai loro impianti, a completare l'elenco di tutti gli
incidenti avvenuti, con i nomi dei colleghi morti e dei viaggiatori, perché
nessuno dei caduti a causa della mancanza della sicurezza sia dimenticato.
Nepal: la partecipazione delle donne nell’esercito popolare
La guerra popolare in Nepal, iniziata dal Partito Comunista del Nepal
(Maoista) nel 1996 ha, tra le caratteristiche maggiori, quella di vedere una
larga partecipazione di donne a tutti i livelli dello scontro, e in particolare
nelle fila dell’esercito popolare.
Le ragioni di questo vasto impegno al femminile sono da ricercarsi anzitutto
nelle condizioni materiali in cui vivono le donne in Nepal, ove vige un sistema
sociale sostanzialmente fermo al medioevo, con una rigida divisione in caste in
cui le minoranze etniche vengono sistematicamente oppresse e alle donne è
riservato un ruolo assolutamente subalterno. Spesso gli uomini lavorano lontano
da casa, o emigrano in altri paesi, lasciando le donne sole a provvedere ai
figli o agli anziani e rimanendo in tal modo facili vittime di “secondi
matrimoni” imposti, o di violenze e sfruttamento di ogni tipo. Le possibilità
di miglioramento o di riscatto sociale per le donne nepalesi sono pochissime:
solo uno stravolgimento della struttura sociale ora esistente permetterebbe loro
di lavorare, fare politica, avere rapporti paritetici con gli uomini. Per
questo, le donne nepalesi hanno incanalato la propria rabbia secolare nella
lotta che, a livello più generale, il partito comunista nepalese ha iniziato
per abbattere la monarchia, comprendendo che solo una battaglia complessiva di
questo tipo può rimuovere strutture sociali e culturali profondamente radicate
nella popolazione.
L’incontro tra il desiderio di emancipazione delle donne oppresse e quello
degli oppressi nepalesi tutti, ha dato vita ad una relazione di reciproco
arricchimento che ben si concretizza nell’esercito, essendo questo il più
immediato terreno di scontro col nemico e quello dove con più evidenza si
manifestano i cambiamenti.
L’esercito popolare ha permesso alle donne di uscire dalle proprie case,
istruirsi, avere di sé una coscienza non limitata al proprio ruolo di
mogli-madri, conoscere il paese attraverso le battaglie e, combattendo fianco a
fianco con uomini e donne di ogni etnia, superare la visione di casta o di
razza. Il fatto che le donne siano in prima fila nei combattimenti ha dato loro
prestigio e autorità agli occhi degli uomini, che toccano con mano quanto siano
errate le teorie sull’inferiorità “naturale” delle donne. Attraverso
l’organizzazione popolare, i problemi legati alle gravidanze, che da sempre
pesano sulle donne, ora vengono affrontati come problemi di tutti, creando nelle
zone liberate strutture di assistenza e di sostegno alla maternità che
permettono alle donne di non mollare il fucile e continuare la lotta.
Ma anche l’esercito popolare ha avuto dei grossi benefici dalla partecipazione
delle donne. Esse infatti hanno dimostrato, nella pratica dei combattimenti, di
essere più determinate dei loro compagni uomini, soprattutto nei momenti
difficili o in casi di arresti e torture; la pazienza e il sangue freddo
acquisiti in secoli di sottomissione sono divenuti strumento per disciplinare la
forza combattente e renderla meno “facilona”; la presenza delle donne
inoltre è servita per eliminare i comportamenti negativi come il gioco
d’azzardo, la ricerca di prostitute o il consumo di alcool.
Un esercito che vanti molte combattenti tra le sue fila è inoltre più vicino
al popolo: perché le donne, che da sempre sorreggono il peso dell’andamento
della vita quotidiana, sanno rapportarsi meglio con le masse oppresse,
guadagnandone facilmente la fiducia e facendo così fare passi da gigante
all’esercito popolare nel suo radicamento tra la popolazione. Se oggi la
guerriglia comunista in Nepal può dirsi multirazziale, riconosciuta dalle masse
e da esse in larga parte appoggiata, in larga misura si deve proprio alla
partecipazione di tante donne, che garantiscono in ultimo anche la continuazione
della lotta e la non arrendevolezza di fronte alle difficoltà: dovendo
liberarsi dalla doppia oppressione, di classe e di genere, esse infatti
lotteranno fino a conquistare entrambi questi obiettivi!
Abbiamo potuto fare questo articolo grazie al documento: “LA PARTECIPAZIONE
DELLE DONNE NELLE FILE DELL’ESERCITO POPOLARE” della compagna Parvati
dirigente del PCN (M).
Chi fosse interessato a questo documento può richiederlo al seguente indirizzo e-mail: gramsci_mao@tin.it
Riportiamo alcuni articoli
del numero di aprile 2005 del giornale "Lotta
Unità"di Linearossa e Assembea NazionaleAnticapitalista (e-mail:lotta.unita@libero.it)
Ora e sempre Resistenza!
Sessanta anni fa l’Italia veniva liberata dal nazifascismo dopo
quasi 3 anni di resistenza armata (’43-’45) condotta dai partigiani, con il
fondamentale contributo della classe operaia e dei comunisti.
Da allora, negli anni, abbiamo assistito, nel nostro Paese, ad una progressiva
“revisione storica” di quel periodo, ad opera dei governi che si sono
succeduti, DC, di centro-sinistra e di destra.
Revisione storica che parte dall’appello a “dimenticare il passato”, dal
momento che tutti, fascisti e antifascisti, hanno le stesse colpe e gli stessi
meriti, fino agli ultimi anni in cui l’obiettivo diventa: ribaltare i ruoli,
riabilitare il fascismo e i suoi agenti e denigrare la Resistenza e i
partigiani, fino a far diventare vittime gli assassini, torturati i torturatori,
oppressi gli oppressori.
Un processo che non si ferma, che sempre più si avvicina all’”Achtung
banditi” del periodo nazifascista, rivolto ai partigiani che combattevano per
la libertà, che criminalizza la Resistenza e legittima il fascismo.
A questo sono funzionali, e sono solo alcuni esempi:
- la campagna propagandistica sulla “questione foibe” aperta dal primo
governo di centro-sinistra nella logica della “pacificazione nazionale” e
cavalcata poi con forza dalla destra al governo che chiede “giustizia per i
crimini delle foibe”, dove i criminali sono naturalmente i partigiani
comunisti jugoslavi e le vittime i nazisti, i fascisti, i collaborazionisti
(vedi art. “Perché si costruisce un falso storico” sul n.di febbraio di
“Lotta Unità” e “Ancora sulle Foibe” su questo numero). Ma chi sono gli
infoibati? In larga misura coloro che, direttamente e indirettamente, tedeschi,
italiani e jugoslavi, si sono resi responsabili verso il popolo jugoslavo di
oltre 300.000 morti, decine di migliaia di deportati e internati nei campi di
concentramento italiani e tedeschi, terre confiscate e interi villaggi
distrutti. Questo per noi significa collocare l’esistenza delle “Foibe”
(per quello che veramente sono state nelle forme e nei numeri, alcune centinaia
e non migliaia!) come giusta e inevitabile risposta popolare a fascisti,
repubblichini, spie e delatori. L’unica giustizia possibile. Infatti i 1.300
criminali di guerra italiani, responsabili dei crimini in Africa prima e in
Jugoslavia poi, non sono mai stati consegnati ai paesi coinvolti, ma sono
rimasti impuniti e spesso hanno assunto posti di comando dopo la guerra;
- l’attacco ai partigiani che compirono l’azione di via Rasella, il 23 marzo ’44, accusati di avere, con quel gesto (“attentato”) causato la rappresaglia nazista della Fosse Ardeatine, dove 335 persone furono trucidate. Non solo: si processano i partigiani (come avvenuto in una trasmissione Rai) che non avrebbero risposto all’appello tedesco e non si sarebbero consegnati per scongiurare (!?) la ritorsione nazista. Ma un tale appello non è mai esistito: il comando nazista ha emesso il comunicato ai romani il 25 marzo, a strage avvenuta (il 24 marzo ’44). Il fascista Storace (presidente della regione Lazio) ha presieduto la commemorazione del 24 marzo scorso alle Fosse Ardeatine ed è stato contestato da alcuni giovani (“Via i fascisti dalle Ardeatine” ) e da alcuni ex deportati che hanno abbandonato la cerimonia;
- il progetto di legge presentato da AN al Senato, che equipara i repubblichini di Salò ai partigiani, considerati cobelligeranti, cioè combattenti: ciò significa che acquisterebbero dignità di combattenti l’esercito del criminale Graziani, le Brigate Nere, la famigerata Muti, la Guardia Nazionale Repubblicana, le bande di assassini comandate dai Carità, Bardi, Kock e perfino il reparto SS italiano costituito in seguito ad un accordo fra il governo di Salò e lo Stato Maggiore SS a Berlino. Combattenti a favore del nazifascismo, della dittatura, delle leggi razziali, dei campi di sterminio, della strage delle razze cosiddette inferiori. Il progetto di legge rivendica la piena legittimità morale e politica della Repubblica Sociale di Salò. Per questo viene proposta la pensione ai “Militari di Salò”.
Oggi, per il 60° della Liberazione ci preme ricordare che
coloro i quali, a suo tempo, con la propria inerzia non hanno fatto niente per
combattere il fascismo, hanno immediatamente promosso la prima revisione storica
per indebolire la Resistenza. Come? Negando il suo fondamentale carattere di
movimento partigiano organizzato e, nei suoi reparti più coscienti, finalizzato
a prendere in mano il proprio destino e trasformare radicalmente la società.
Un’operazione che, a ben vedere, lascia le vittime nel mero ruolo di vittime,
isolate, senza forza, organizzazione e prospettiva. E’ su questa base che si
apre la strada alla successiva parificazione fra quelle vittime e i loro
carnefici e all’attuale ribaltamento dei ruoli necessario per la continuazione
dell’esercizio del potere da parte dei nuovi carnefici attraverso il loro
sistema economico, il loro Stato, in definitiva, la loro dittatura.
Ogni cambiamento, come la sempre più evidente necessità della guerra (alla
faccia dell’art.11 della Costituzione), l’oppressione religiosa e il nuovo
oscurantismo clericale (alla faccia dello Stato laico), gli attacchi a scuola,
lavoro (alla faccia dello Statuto dei lavoratori), diritti, salute, fino a
riscrivere (è di questi giorni) la Carta Costituzionale (l’attuale è sempre
più inapplicata nella parte che riguarda gli interessi popolari, ma ormai
inadeguata per quanto riguarda la protezione aperta degli interessi della
borghesia), non sono che l’espressione dei carnefici che, pur combattendosi
fra di loro, vogliono mantenere a tutti i costi il loro dominio. Come non
cambiano, nella sostanza, tutti i reazionari, così non cambia la resistenza
delle classi sfruttate e dei popoli oppressi.
Per questa ragione, oggi come ieri, rispondiamo: “Ora e sempre Resistenza!”.
Gramsci
Il 27 aprile del 1937 moriva, a Roma, Antonio Gramsci.
La sera dell'8 novembre 1926, da poco rientrato a casa da Montecitorio, veniva
arrestato, nonostante l'immunità parlamentare, in seguito alle "leggi
eccezionali" adottate dal governo fascista.
All'inizio del '27 saranno 1.000 i militanti arrestati e poi incarcerati o
"deportati" al confino di polizia. E risulterà al Comitato Centrale
del Partito comunista la perdita della metà dei suoi componenti.
Nel '28 Togliatti interviene sul fatto che il Partito non aveva capito in tempo
il passaggio da un regime di semilegalità all'illegalità assoluta e la nuova
situazione creatasi in Italia. Anche Pietro Secchia afferma: "…Noi
vedevamo il lato buono della nostra attività ma non pensavamo al resto, non
pensavamo che se le leggi eccezionali erano venute, erano venute per non
lasciarci fare quello che volevamo, non pensavamo che le leggi eccezionali
sarebbero state applicate sul serio e avrebbero mietuto, abbondantemente
mietuto. Noi non pensammo un solo momento alla forza del fascismo. Noi non ci
ponemmo per un solo momento il problema: avrà il fascismo la forza di applicare
le sue leggi? Una applicazione di queste leggi per un periodo prolungato dove ci
porterà?... Noi volevamo dare una risposta allo scioglimento del partito, alla
privazione di ogni libertà, e ci gettammo a capofitto in questa lotta... Era
giusto che il nostro partito rispondesse, era giusto che il nostro partito
facesse sentire alle masse lavoratrici e al fascismo la sua esistenza. Era
giusto che il partito dicesse agli operai che non li avrebbe abbandonati …
Ma vi era modo e modo di rispondere. Noi potevamo e dovevamo lottare, ma
su un terreno che ci consentisse un minimo di difesa, una possibilità di
resistenza …".
Gramsci viene portato nel carcere di Regina Coeli dove subirà 16 giorni di
isolamento assoluto e di disciplina carceraria rigorosissima. Poi al confino ad
Ustica e quindi al carcere di San Vittore a Milano, sempre in regime di
isolamento.
L'istruttoria sarà lentissima. Il dibattimento, al Palazzo di Giustizia di
Roma, durerà una settimana: dal 28 maggio al 4 giugno 1928. Alla sbarra, tra
gli altri, oltre a Gramsci, anche Terracini, Scoccimarro, Roveda, Riboldi: quasi
tutto l'intero gruppo dirigente del PCd'I.
Gramsci è imputato di attività cospirativa, di istigazione alla guerra civile,
di apologia di reato e di incitamento all'odio di classe.
Nell'udienza del 30 maggio Gramsci afferma: "Sono comunista e la mia
attività politica è nota per averla esplicata pubblicamente come deputato e
come scrittore de L'Unità". Ricorda anche come da anni venga esercitata
nei suoi confronti una sorveglianza che dice "diviene oggi la mia miglior
difesa".
Viene condannato a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni di reclusione. E' assegnato alla
casa penale speciale di Turi di Bari. Lascia, in seguito, Turi
per una clinica a Formia dove arriva nel '33.
Anche negli ultimi anni di vita e in condizioni fisiche disastrose sarà
piantonato giorno e notte da un manipolo di carabinieri. Il 24 settembre del '34
inoltra l'istanza per la libertà condizionale che viene accolta il 25 ottobre.
Nel '35 lascia la clinica di Formia per la clinica "Quisisana" di Roma
dove, nel '37, muore per emorragia celebrale.
La sentenza del Tribunale Speciale fascista si è rivelata, per Antonio Gramsci,
una condanna a morte solo formalmente non scritta. L'obiettivo pronunciato dal
Pubblico Ministero ("Dobbiamo impedire a questo cervello di
funzionare") invece non è stato raggiunto.
Gramsci chiede da subito, ad un amico, "qualche libro", da subito
persegue l'idea di occuparsi intensamente e sistematicamente di qualche soggetto
che assorbisse e centralizzasse la sua vita interiore. Sempre affamato di libri,
giornali, riviste, vuole leggere, studiare e seguire le cose del mondo. E ci
riesce attraversando le mille vessazioni dei regolamenti carcerari e usufruendo
di tutto ciò che questi stessi regolamenti consentono. Scriverà:
"Quaderni del carcere" e "Lettere dal carcere".
Non tutti i prigionieri politici ci hanno lasciato quello che ci ha lasciato
Gramsci, ma l'insegnamento è uno solo. Emerge dai loro racconti, di come si
sono sforzati per racimolare, all'epoca, "43 centesimi al giorno per il
sopravitto" e, nonostante la grande fame, per destinarne parte per
l'acquisto di libri. O quando nascondono confidando, allora, nell'ignoranza
delle guardie carcerarie, camuffati sotto titoli innocenti, scritti di Marx e
Lenin.
Gramsci, ma non solo, ci insegna la grande lotta contro l'abbrutimento
intellettuale, per il quale invece la borghesia, ieri come oggi, lavora
alacremente e con tutti i mezzi sia dentro (vedi articolo "La legge non…
legge" apparso su "Lotta Unità" di gennaio) che fuori dal
carcere.
Scrive Gramsci: "Il mondo è davvero grande e terribile e, specialmente per
chi è in carcere, incomprensibile". Come possiamo trasformare un mondo che
ci è incomprensibile oltre che grande e terribile? La risposta è: finché non
lo conosciamo non possiamo trasformarlo. Il contributo che ci lascia Antonio
Gramsci è perché lo possiamo conoscere e trasformare.
"Ero un combattente
che non ha avuto fortuna nella lotta immediata,
e i combattenti non possono e non debbono essere compianti,
quando essi hanno lottato non perché costretti,
ma perché così essi
hanno voluto consapevolmente"
Roma, 11 marzo: Pezzotta conferma…i fischi
Due anni fa, Pezzotta salì agli onori della cronaca come il
sindacalista più fischiato nelle piazze d’Italia (Roma, Milano, Assisi,
Lucca, ecc.) per aver sottoscritto patti ed accordi antioperai ed essersi
schierato arrogantemente contro la difesa dell’art.18. A due anni di distanza,
in occasione della manifestazione di venerdì 11 marzo a Roma, a cui hanno
partecipato migliaia di lavoratori e lavoratrici del gruppo Fiat, Pezzotta è
stato nuovamente fischiato; questa volta sono stati i 250 operai della
delegazione di Melfi. I lavoratori e le lavoratrici della Sata-Fiat e delle
aziende dell’indotto di Melfi non possono aver dimenticato il ruolo svolto
dalla Cisl nella straordinaria mobilitazione dei 21 giorni di Melfi.
Un ruolo tanto nefasto per gli operai quanto necessario per la Fiat.
Necessario, ma inutile perché, comunque, non ha impedito la lotta ed i
significativi risultati strappati con quella lotta.
Prima con un accordicchio separato, poi, iniziata la lotta, con una marcetta
miseramente fallita (chiaro era il tentativo di riesumare la famigerata marcia
del 1980 a Torino contro la lotta dei 35 giorni a Mirafiori), con il plauso alle
cariche della polizia e il boicottaggio dei blocchi e degli scioperi, fino alla
provocazione di una delegata Fim che s’inventò di sana pianta una
“aggressione” dovuta alla sua azione di crumiraggio.
Nonostante la “ritrovata unità” sul contratto dei metalmeccanici tra Fiom e
Fim, i proclami di Pezzotta sui bassi salari, sui sacrifici
e sui mancati impegni del governo (su “La Repubblica” del 28 febbraio
si è pure lamentato del fatto che da tre anni aspettano i 750 milioni per gli
ammortizzatori sociali sottoscritti con il “Patto per l’Italia”), gli
operai di Melfi hanno, in questo modo (con i fischi), voluto ricordargli il
ruolo da “5^ colonna” al servizio della Fiat svolto durante la mobilitazione
dei 21 giorni a Melfi.
Gli operai, così, confermano il fatto di avere lunga memoria e di sapere di chi
non debbono proprio fidarsi.
Strappato l’accordo sull’orario di lavoro
al Centro Postale Operativo (CPO) di Pisa
Dopo il secondo sciopero di due ore del 7 marzo, al quale hanno
partecipato anche gli autisti, con un’adesione quasi totale, la dirigenza
aziendale, due giorni prima del terzo sciopero, ha convocato i sindacati e le
Rsu del CPO, mostrandosi disponibile ad un orario a otto ore per il reparto
trasporti (quanto rivendicavano i lavoratori) e un orario a sei ore, con il
turno di notte a otto ore, per il reparto smistamento.
I lavoratori, nell’assemblea successiva per la ratifica dell’ipotesi di
accordo, hanno approvato la proposta. Anche se non sono state ottenute tutte le
richieste - le otto ore per tutti i turni al reparto smistamento - questa
proposta viene, comunque, incontro alle esigenze dei lavoratori,
sufficientemente soddisfatti dell’esito della vertenza.
Questo risultato è stato possibile grazie: - alla volontà e alla
determinazione di un gruppo di lavoratori del reparto trasporti che hanno
sostenuto la difesa di tutti i lavoratori con la lotta e lo sciopero, cosa che,
invece, i sindacati volevano evitare; - all’unità
ritrovata tra lavoratori e tra i lavoratori e i delegati Rsu; - alla compattezza
(mai registrata nella storia del CPO) dimostrata nei due scioperi effettuati.
L’esperienza della straordinaria lotta degli operai e delle operaie di Melfi
è stata di insegnamento ed utile anche per i lavoratori postali di Pisa.
Assemblee alla Piaggio: gli operaia bocciano
il sabato lavorativo
Pontedera (Pi). Nelle assemblee della prima decade di marzo, gli
operai della Piaggio hanno fatto capire ai sindacati che non ci stanno a
lavorare il sabato. C’è stata una vera rivolta contro quell’accordo. In
seguito, nella riunione delle Rsu, la maggioranza dei delegati ha bocciato
l’ordine del giorno presentato dalla minoranza Fiom, che prevedeva il blocco
dei sabati lavorativi sino a quando l’azienda non avesse rispettato gli altri
punti del contratto integrativo. Lo stesso o.d.g., bocciato dalle Rsu, è stato,
invece, presentato nelle assemblee e approvato all’unanimità.
L’ipotesi del contratto integrativo fu approvata con il referendum del
21 giugno, che vide la fabbrica dividersi in due, infatti passò con il 55,81%
contro il 44,18: una maggioranza risicata grazie al voto degli impiegati. Senza
questi ultimi l’ipotesi di accordo sarebbe stata bocciata. Inoltre, bisogna
tener conto che nei reparti dove si sta alla catena la quasi totalità dei
lavoratori ha votato contro.
Questo accordo prevede: - in termini di salario, l’aumento in busta paga verrà
utilizzato per il calcolo della pensione (pochissimi euro), poi un’una tantum
e il resto attraverso un premio di produzione legato a parametri, tra i quali
anche “la soddisfazione del cliente”; da qui si evince che sarà sempre
l’azienda a dare la sua interpretazione se sarà raggiunto il risultato o no
(infatti il 2 dicembre c’è stato uno sciopero proprio contro la valutazione
del premio al minimo salariale fatta dall’azienda); - l’introduzione del
sabato lavorativo e della banca ore, che sancisce il lavoro stagionale, cioè
lavorare di più in primavera-estate - oggi 56 ore settimanali, domani 64 - e
meno in autunno-inverno; - assunzioni a tempo indeterminato per il turn-over,
che si traduce in operai sempre più precari part-time e sempre meno full-time,
infatti sono stati assunti 53 operai a part-time verticale, 7 mesi su 12.
Dal punto di vista sindacale l’accordo è stato sostenuto da Fiom-Fim-Uilm,
contro la sola minoranza Fiom, che ha dimostrato, con questo referendum, di
essere radicata tra i lavoratori Piaggio.
Nelle assemblee, precedenti l’applicazione di quell’accordo - applicazione
richiesta dall’azienda a partire da marzo - gli operai e le operaie hanno
detto no al sabato lavorativo, che a suo tempo avevano già respinto. Inoltre,
di questo accordo viene applicata soltanto la parte che riguarda il maggior
sfruttamento, mentre le altre voci in “favore” (premio di produzione,
assunzioni a tempo indeterminato), pur sottoscritte, non sono garantite.
I segretari provinciali dei sindacati, attraverso interviste alla stampa,
sostengono il sabato lavorativo una vittoria ma non è quello che pensano gli
operai (qualche delegato ha scritto su un manifesto: se il sabato è una
vittoria, a quando la conquista della domenica?); si trovano, invece,
d’accordo con l’azienda, tanto che proprio l’amministratore delegato,
subito dopo l’esito del referendum, ha affermato: “È un accordo molto
positivo perché sancisce ufficialmente la chiusura di un lungo periodo di
diffidenza e ostilità reciproche … l’iter dell’accordo ha visto tutte le
componenti sindacali muoversi in maniera unitaria”.
FS: l’impegnativo programma dei padroni
Il 1° aprile si è tenuta, a Roma, la 2^ udienza del processo a
Fabrizio Acanfora, il lavoratore, capo treno di Genova, sospeso per dieci giorni
da Trenitalia per aver inviato al quotidiano “Il Secolo XIX” una lettera,
pubblicata, dove denunciava la mancanza di sicurezza e solidarizzava con i
pendolari per i disagi quotidiani.
Il giudice ha ascoltato i testimoni [per Trenitalia il responsabile dell’Area
Nord-Ovest (sic!) dal quale Fabrizio dipende, per Fabrizio una collega attivista
sindacale ora delegata Rsu]. Ha poi fissato per il 18 novembre l’ultima
udienza per la discussione, le conclusioni e poi la sentenza.
Fare scempio di diritti e conquiste, colpire chi si difende e denuncia è
l’impegnativo programma dei padroni.
Per averlo chiaro, riportiamo le dichiarazioni (che si fondano su una ricerca
effettuata per la rivista dei ferrovieri “Ancora in Marcia”) di chi rischia
la vita sul serio e, alle volte, solo per fortuna ritorna a casa: “Di
sicurezza ce n’era di più negli anni ’50. Fra il 1950 e il 1985 sono morti,
in incidenti ferroviari, 7 macchinisti. Dal 1985 ad oggi sono morti 53
ferrovieri alla guida dei treni (46 macchinisti e 7 capitreno). Negli ultimi 20
anni gli incidenti ferroviari in Italia sono stati 127. I morti complessivi sono
stati 136 e i feriti 850, molti dei quali rimasti invalidi. Non si contano gli
scampati e gli incidenti miracolosamente evitati (…). Quasi tutti gli
incidenti avvenuti negli ultimi anni non sarebbero accaduti se i regolamenti e
le normative fossero rimasti quelli delle Ferrovie di 30-50 anni fa, quando la
sicurezza era affidata alla responsabilità contemporanea del macchinista, del
capotreno e del capostazione. Se sbagliava uno gli altri avevano la possibilità
di rimediare” .
A conferma, purtroppo: l’8 marzo, in Calabria, fra le stazioni di Mileto e
Rosarno, si scontrano due carrelli per la manutenzione. Muore Giuseppe Fotia, 32
anni, dipendente di RFI e rimangono feriti, uno gravemente, altri quattro
lavoratori.
Ancora sulle Foibe
Dall’intervento del compagno
Sandi Volk, storico e presidente
dell’Associazione Promemoria di Trieste, all’iniziativa del 4 marzo alla
Croce Verde di Pietrasanta
Un esempio illuminante:
- Ermanno Calligaris risulta tra i cosiddetti infoibati. In realtà è stato
arrestato ed è morto in prigionia, probabilmente in Jugoslavia, dopo essere
stato arrestato.
Con la sentenza della Corte straordinaria d’Assise di Trieste, istituita dal
governo militare alleato, non dagli Jugoslavi, una sentenza che riguarda anche
molte altre persone, Calligaris viene citato come agente delle SS che ha
individuato, consegnato e fatto arrestare dalle SS tre militari italiani mandati
dal governo Badoglio nella zona occupata dai nazisti per fare azioni di
spionaggio in favore degli angloamericani.
I nazisti, una volta arrestati, li hanno torturati, fucilati e poi cremato i
corpi alla Risiera.
Ora, accanto al monumento ai martiri della Risiera di San Sabba, verrà eretto
un monumento anche a Ermanno Calligaris. Poiché viene annoverato tra i
cosiddetti infoibati, una tra le tante “vittime innocenti” della “barbarie
slavocomunista”. E non è il caso più eclatante.
In risposta alla domanda: “Cosa pensano gli sloveni
della “Giornata del ricordo”?
- Ha suscitato una grande bagarre. Indignazione soprattutto nelle
organizzazioni degli ex partigiani, non solo in Slovenia, ma anche in Croazia e
a Trieste, dove l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) si è
mobilitata contro la fiction televisiva “Il cuore nel pozzo” che, per come
è costruita, è una vera e propria operazione di propaganda di tipo nazista.
In Slovenia, la fiction è stata trasmessa, scelta giusta, perché gli Sloveni
devono sapere come vengono dipinti. Da tener presente che questa fiction è
stata costruita in modo abile, anche se dal punto di vista artistico è una
schifezza.
Non è un caso che il comandante si chiami “Novak”, pur essendo ambientata
in un’ Istria non ben definita (tenete conto che oggi gran parte dell’Istria
fa parte della Croazia), il primo paese oltre confine è la Slovenia: Novak è
il nome più diffuso in Slovenia. Inoltre tutta la storia viene vista dagli
occhi di un bambino che, per dichiarazione dello stesso regista, “è stato
fatto apposta perché a un bambino non si può non credere” e sono state
utilizzate scene che vengono tratte di peso dai film sulla Shoa, con l’arresto
di interi paesi, portati via con i camion.
Che questo non corrisponde a ciò che avvenne in Istria, dove non esistevano
questo tipo di operazioni, non lo dico io, lo afferma Anna Maria Musi, esule
istriana.
Tutto ciò ha suscitato in Slovenia e Croazia grande sdegno, perché in questo,
e nella “Giornata del ricordo” del 10 febbraio ancora di più, vi è un
nuovo tentativo di fomentare in Italia l’odio anti-slavo.
Bentornato
Paolo!
Comunicato redatto,
immediatamente dopo l’udienza, dalle/i compagne/i presenti al presidio del 23
marzo a Perugia.
Oggi 23 marzo alle ore 11.45, il Procuratore Generale del Tribunale di
Sorveglianza di Perugia ha espresso parere favorevole alla istanza di
domiciliazione della pena presso la sua casa di Mira (Ve) presentata dalla
difesa di Paolo.
Paolo Dorigo dovrà lasciare entro cinque giorni il carcere di Spoleto! A Mira,
Paolo avrà la piena facoltà di accedere alle strutture sanitarie per
effettuare gli esami obbiettivi che ne accertino le condizioni psico-fisiche.
E’ un passaggio decisivo della battaglia per la verità che Paolo Dorigo
combatte da anni per dimostrare quanto da lui denunciato riguardo alle torture,
alle vessazioni e alle tecniche di annientamento praticate contro di lui e gli
altri detenuti.
E’ un risultato significativo per tutte/i le/i compagne/i che hanno sostenuto
la sua battaglia e continueranno a lottare per la sua liberazione e per la
solidarietà di classe in difesa di tutti i prigionieri politici rivoluzionari e
dei proletari colpiti dalla repressione dello Stato borghese.
Libertà per Paolo e per tutti
i prigionieri politici
Perugia, 23/03/’05 ore 12,30
Compagne/i di Perugia del Comitato per la liberazione di Paolo Dorigo - Soccorso Rosso Proletario - Comitato Promotore per la Campagna nazionale contro il 270 e tutti i reati associativi - Csa ex Mattatoio di Perugia
Dopo un calvario ininterrotto di 11 anni e 6 mesi, Paolo sta tornando nella
sua Venezia (Mira), dove, almeno agli inizi, sarà sottoposto a detenzione
domiciliare. A Paolo è stato altresì concesso di poter liberamente uscire
dalla propria abitazione dalle ore 10 alle ore 12 di ogni giorno, salvo
protrarre il rientro a casa per motivi e accertamenti sanitari. La lotta per
Paolo non conoscerà soste fino a quando non gli verrà celebrato un giusto
processo e fino a quando non si accerterà la verità su anni ed anni di torture
anche psicologiche. Fuorilegge non è Dorigo, bensì chi proditoriamente non si
adegua a quanto intimato dal Comitato dei Ministri presso il Consiglio
d’Europa. Uno Stato che non rispetta le leggi, le sentenze e le convenzioni
internazionali, non può pretendere nemmeno di far osservare le proprie. Per il
momento, e dopo oltre 11 anni, bentornato Paolo!
Vittorio Trupiano
Discorso
pronunciato da Felipe Pérez Roque, Ministro degli Esteri della Repubblica di
Cuba, nella 61^ sessione della Commissione dei Diritti Umani
Ginevra (16 marzo
del 2005)
Eccellenze:
La Commissione dei Diritti Umani, nonostante gli sforzi di coloro che credono, come noi, onestamente nella sua importanza e che lottano per farla ritornare allo spirito di rispetto e cooperazione dei suoi fondatori, ha perso la sua legittimità. (…) Tutti sappiamo che la Commissione dei Diritti Umani è vittima della manipolazione politica dei suoi lavori perché il governo degli Stati Uniti e i suoi alleati hanno usato questa Commissione come una proprietà privata e l’hanno fatta divenire una sorta di tribunale inquisitore dei paesi del sud e specialmente di quelli che si oppongono attivamente alle sue strategie di dominio neocoloniale. Nell’ultimo anno però sono accaduti fatti che hanno cambiato la natura del dibattito che sosterremo in questi giorni. Il primo è stato il rifiuto dell’Unione Europea di patrocinare e votare a favore del nostro progetto di risoluzione che voleva realizzare un’investigazione delle flagranti e sistematiche violazioni di massa dei diritti umani che ancora oggi si commettono contro i circa 500 prigionieri detenuti nella base navale di Guantánamo che gli Stati Uniti mantengono contro la volontà del popolo di Cuba. (…) La garanzia del riconoscimento dei diritti umani oggi dipende dal fatto di vivere o meno in un paese sviluppato o no; dipende inoltre dalla classe sociale alla quale si appartiene. Per questo non ci sarà rispetto reale dei diritti umani per tutti sino a che non conquisteremo la giustizia sociale nelle relazioni tra i paesi e dentro gli stessi paesi. Per un gruppo di piccole nazioni qui rappresentate, gli Stati Uniti e altri alleati sviluppati, il diritto alla pace è già stato conquistato! Saranno sempre loro gli aggressori e mai gli aggrediti! La loro pace si basa sul loro potere militare! Inoltre hanno già conquistato lo sviluppo economico basato sulla spoliazione delle ricchezze degli altri paesi poveri allora colonie, che soffrono e si dissanguano per quelli che sciupano! Tuttavia nei paesi sviluppati, anche se sembra incredibile, i disoccupati, gli immigranti, i poveri non hanno gli stessi diritti umani che invece sono garantiti ai ricchi. Potrebbe un povero negli Stati Uniti essere eletto senatore?... No che non può! La campagna elettorale costa circa 8 milioni di dollari! I figli dei ricchi vanno a combattere nella guerra ingiusta e illegale contro l’Iraq? No di certo, non ci vanno! Se si vive in un paese sottosviluppato la situazione è peggiore perché è l’immensa maggioranza quella che, povera e spogliata, non può esercitare i propri diritti! Come paese non si ha il diritto alla pace. Un paese sottosviluppato può essere aggredito con la scusa di essere terrorista, di essere “un oscuro angolo del mondo”, un “avamposto della tirannia” e con il pretesto di liberarlo lo si bombarda e lo si invade: per liberarlo! (…) Non esiste democrazia senza giustizia sociale; non esiste libertà possibile se non sulla base dell’accesso all’educazione e alla cultura. L’ignoranza è la catena che attanaglia i poveri. Essere colti è il solo modo di essere liberi e questa massima sacra noi cubani l’abbiamo imparata dall’Apostolo della nostra indipendenza. Non esiste esercizio dei diritti umani se non ci sono uguaglianza ed equità; i poveri e i ricchi non avranno mai gli stessi diritti nella vita reale, anche se sono stati proclamati e riconosciuti sulla carta. Questo noi cubani l’abbiamo capito da tempo e per questo abbiamo costruito un paese diverso e siamo solo all’inizio. Sappiamo che questo molesta l’impero. Siamo un esempio pericoloso, siamo il simbolo che solo in una società giusta e solidale, cioè socialista, esiste la possibilità di esercitare tutti diritti per tutti i cittadini. (…)
Eccellenze:
La Commissione dei Diritti Umani che oggi ci convoca
riflette un mondo ingiusto e disuguale, nel quale viviamo, e in lei non esiste
nulla dello spirito fraterno e rispettoso dei suoi fondatori, dopo la vittoria
sul fascismo.
Per questo la delegazione cubana non insisterà sul fatto che dobbiamo
trasformare la Commissione: quello che va fatto è cambiare il mondo, andare
alle radici! Una Commissione dei Diritti Umani dove non esista selezione,
politicizzazione, doppia morale, ricatto e ipocrisia. Questo sarà possibile
solo in mondo diverso. Cuba non crede che sia una chimera, ma una causa per la
quale vale la pena di lottare. Per
questo Cuba lotta e continuerà a farlo! Grazie.
Versione ufficiale tradotta da “Granma Internacional”