Intervento
di Linearossa al 2° Simposio Internazionale
"contro
la tortura e l'isolamento carcerario" -
Firenze, 19-20-21 dicembre 2003
Tratteremo in modo
molto generale il tema della repressione e dedicheremo più attenzione e tempo
agli insegnamenti che, a nostro avviso, emergono da questo quadro.
Seguendo l'indicazione, quindi, che i nostri nemici sono dei formidabili
maestri e ci forniscono molti elementi che possiamo trarre a nostro vantaggio,
elementi che in questa sede tratteremo in senso generale anche se il nostro
lavoro specifico, e di tutti i giorni, consiste proprio nell'entrare nei dettagli
per essere in grado di calibrare in modo preciso la nostra azione.
L'azione repressiva dello Stato capitalista, nell'epoca imperialista, riflette
la lunga esperienza elaborata per contrastare le prime rivoluzioni proletarie,
in primo luogo quelle vittoriose del secolo scorso, tutta l'esperienza delle
colonie e semicolonie nelle loro lotte di liberazione, tutti i movimenti rivoluzionari
dei paesi imperialisti. Un processo della conoscenza, inoltre, che non si
ferma al passato, ma che deve essere sempre all'"altezza" della situazione,
soprattutto quando la realtà mostra una crisi generale e mondiale, come quella
attuale, che rende, nel suo concreto procedere, antagoniste le contraddizioni
dell'epoca imperialista (tra paesi imperialisti, tra questi e i paesi coloniali
e semicoloniali, tra borghesia e proletariato), producendo, in ogni paese,
movimenti di resistenza disuguali: più o meno sviluppati a secondo
delle condizioni specifiche di ogni paese.
Il primo dato, che vogliamo mettere in evidenza, riguarda dunque la conoscenza,
sia delle forze della rivoluzione, sia delle forze della controrivoluzione,
che hanno la necessità di conoscere l'avversario per poterlo battere. Questa
conoscenza, e l'azione corrispondente, non può essere né superficiale né limitata
a ciascuno nel proprio paese.
Proprio il Simposio che si tiene dal 19 al 21 dicembre qui a Firenze deve
essere uno sforzo per confrontare le nostre rispettive conoscenze, i nostri
orientamenti, la nostra azione.
Un Simposio che lotta contro determinate posizioni innanzitutto, perché
solo attraverso la lotta possiamo sviluppare quel confronto di cui
parlavamo prima. Posizioni come appelli al "buon cuore" e al senso umanitario
della borghesia o il riconoscimento e la sottomissione alla sua democrazia
contrastano con quanto è stato denunciato in questi due giorni e con un altro
aspetto che volevamo sottolineare.
Ogni paese imperialista,
nel suo lavoro controrivoluzionario, ha sviluppato, accanto ad una azione
legale modificata continuamente in senso peggiorativo (le "liste nere" contro
organizzazioni rivoluzionarie e progressiste, mandati di cattura internazionali,
articoli come il 4 e il 41bis dell'Ordinamento Penitenziario o come il 270
ter del Codice Penale che trasforma in reato la solidarietà internazionalista,
etc.), una "guerra sporca" o "controrivoluzione preventiva" o "guerra
extralegale" che dir si voglia.
Una guerra sporca che contraddistingue non solo l'Italia, ma tutti gli stati
imperialisti. Pochi giorni fa, il 12 dicembre era il 34° anniversario della
strage di Piazza Fontana (12 morti e oltre 100 feriti), ma non possiamo non
ricordare l'azione della mafia in Sicilia a metà degli anni '40 (la strage
di Portella delle Ginestre, 1° Maggio del '47) o le schedature alla Fiat degli
anni '70 per colpire gli operai d'avanguardia in fabbrica, per fare alcuni
esempi.
Una guerra sporca che riguarda stragi, intimidazioni, omicidi politici, schedature,
infiltrazioni, condizionamenti dell'opinione pubblica attraverso vere e proprie
campagne di stampa.
Una guerra che ci da modo di capire la natura dello Stato, per lottare con
fermezza contro posizioni che relegano tutto questo a fatti accidentali o
a deviazioni o a incapacità politica della borghesia. Una guerra che ci orienta
nella nostra azione di propaganda, denuncia e controinformazione (come è stato
ad es. il libro "La strage di Stato").
Una guerra sporca che ci deve spingere a mostrare, nel nostro lavoro politico,
per ogni sua manifestazione, non la forza di questo sistema, ma la sua sostanziale
fragilità strategica (non essendo in grado di garantire altro che sfruttamento,
oppressione, miseria e guerre).
La repressione ha
come presupposto politico l'isolamento degli elementi combattivi e
avanzati dalla massa dei lavoratori e delle lavoratrici. Il nostro lavoro
contro la repressione può dare dei risultati soddisfacenti se comprendiamo
e mettiamo a frutto la comprensione che la massa dei lavoratori e delle lavoratrici
solidarizza con chi è colpito dalla repressione, se li riconosce come partigiani
della propria causa e che la solidarietà non può precedere questo riconoscimento,
altrimenti non sarebbe che umanitarismo borghese.
Questo punto ci
introduce all'ultima considerazione che volevamo fare. Considerazione che
traiamo come bilancio storico, o se guardiamo alla realtà a livello mondiale
(i popoli e i movimenti nel mondo danno sicuramente forza alla lotta contro
l'imperialismo, ma ciascuno può contribuire alla lotta per eliminarlo solo
se c'è il partito comunista alla loro testa) o se vediamo nell'opera dello
Stato il tentativo di privare le classi oppresse di determinati strumenti
e mezzi di lotta per rovesciare gli oppressori: in ogni caso ricaviamo la
necessità di costruire la forma di organizzazione superiore del proletariato.
Nel nostro paese, e questo è il nostro bilancio, la mancanza, da lungo tempo,
del partito comunista fa sì che terreni importanti di intervento, come quello
contro la repressione, non abbia la possibilità di essere un intervento di
carattere permanente, di accumulo delle forze e di educazione delle forze,
e di dar luogo, invece, nel tempo, a scadenti forme organizzative sempre più
ristrette o transitorie e, se va relativamente bene, soffocate nel localismo.
Per concludere volevamo ringraziare per l'opportunità che è stata offerta,
come Linearossa, di ribadire, attraverso una riflessione sulla repressione,
quello che abbiamo affermato nella lettera aperta sul giornale "la Linearossa
per l'Assalto al cielo" del 28 settembre '03: "Per le avanguardie rivoluzionarie,
è necessario uscire dal pantano della divisione, del settarismo e del gruppettarismo,
dar vita alle forme di organizzazione necessarie, riuscire ad individuare
la strada per affrontare e fare i conti, a nostro avviso, con tre nodi irrisolti:
- la costruzione della forma superiore della coscienza e dell'organizzazione
politica del proletariato, il Partito Comunista; - l'azione di inserimento
e di radicamento nella classe attraverso un tenace ed incessante lavoro di
ricomposizione anticapitalista ed antimperialista per una società socialista;
- l'approfondimento del contenuto internazionalista della lotta di classe,
attraverso la solidarietà, la collaborazione ed il coordinamento con tutti
quei popoli, reparti della classe internazionale e quelle forze, in lotta
senza quartiere contro l'imperialismo"
Firenze, 20 dicembre 2003
Linearossa
Con gli autoferrotranvieri in lotta
Innanzitutto, vogliamo esprimere la nostra solidarietà ai lavoratori dei bus, dei tram, delle metropolitane che si sono mobilitati per tutto dicembre
Dopo una vertenza di 2 anni (8 scioperi
dei sindacati confederali e 4 dei sindacati di base) senza alcun risultato,
il 1° dicembre, quando i lavoratori dell'Atm di Milano si sono ribellati scioperando
senza preavviso (prima e dopo le 8 ore dello sciopero sindacale), è iniziata
la vera vertenza dei 116.500 autoferrotranvieri. Il 15 dicembre, sull'esempio
milanese, si sono fatti sentire i lavoratori di Torino e Brescia, poi
quelli di Genova, di Firenze e di numerose altre città.
Se nessuno, a cominciare dagli autoferrotranvieri milanesi, avesse infranto
le regole di quella che comunemente viene definita legge antisciopero,
"coinvolgendo" nella vertenza la popolazione e "la politica", la trattativa
non sarebbe iniziata. E' il primo insegnamento sul quale dobbiamo riflettere.
Questa spallata ha dato voce alle ragioni di questa categoria di lavoratori:
il riconoscimento dei 106,39 euro di aumento medio lordo mensili come l'equivalente
del recupero della differenza tra inflazione programmata e reale per il 2000-01
e di recupero dell'inflazione programmata per il 2002-03, rispetto alla provocatoria
proposta delle controparti datoriali di 12 (!) euro per stipendi medi che
variano da 800 a 1.250 euro al mese.
Per aver infranto più volte le regole della legge antisciopero (la 146 del
'90, rivista poi, peggiorata con la legge 83 del 2000), questi lavoratori
sono stati attaccati e denigrati da governo, forze politiche, associazioni
padronali, etc. Gli stessi sindacati (confederali) hanno tenuto una posizione
di "equidistanza": " ... dalla ragione sono passati al torto ...".
Le forze reazionarie e antioperaie hanno fatto leva, come sempre, sui pesanti
disagi che utenti e pendolari hanno subìto a causa degli scioperi, per screditare
le ragioni della lotta e attaccare quanto ancora rimane in materia di diritto
di sciopero. Inoltre, nei confronti dei lavoratori in lotta, hanno minacciato
provvedimenti disciplinari e sanzioni penali. Senza dimenticarsi di far uso
della precettazione e delle forze di polizia.
Sabato 20 dicembre governo, regioni, associazioni e sindacati confederali
hanno firmato l'accordo che prevede 81 euro mensili più un' una tantum
di 970 euro in tre tranches entro settembre come recupero degli anni
di vacanza contrattuale a fronte delle richieste: 106 euro e un' una tantum
di almeno 1.200 (anziché i 2.500 euro a cui ammonterebbe il reale recupero).
Dopo l'accordo, definito "indecente" da molti lavoratori, in numerose
città vi sono state proteste di massa con scioperi, presìdi e blocchi. In
alcuni casi è dovuta intervenire la polizia, perché neppure la precettazione
era stata sufficiente a "convincere" i lavoratori a tornare al lavoro.
L'esperienza di questo mese ci fornisce altri insegnamenti:
- l'abolizione del diritto di sciopero o la stessa precettazione prefettizia,
non possono impedirne il suo esercizio quando le condizioni sono tali da costringere
i lavoratori alla lotta. Le limitazioni di questo diritto (tra l'altro, riconosciuto
all'art. 40 della stessa Costituzione) possono sì ostacolarne l'esercizio,
come avvenuto in questi anni, ma non possono assolutamente eliminarlo. Neppure
il fascismo ne fu capace!
- La partecipazione di massa alla lotta è un deterrente che ostacola forme
di repressione nei confronti dei lavoratori più combattivi e coraggiosi. Ma
l'esperienza dimostra che i lavoratori debbono sapersi misurare anche sul
terreno della repressione per difendere la capacità di lotta e le proprie
reali avanguardie.
- L'unità con gli altri lavoratori è fondamentale per il buon esito di una
vertenza contrattuale. E' necessario, quindi, organizzare le proprie forze
e mobilitare quelle amiche (altre categorie di lavoratori, pendolari, utenti
...) per far conoscere a livello di massa le ragioni della lotta e per denunciare
l'attacco che quotidianamente governo, istituzioni e datori di lavoro conducono
nei confronti dei pendolari e degli utenti attraverso la privatizzazione,
il peggioramento ed ogni tipo di devastazione dei servizi pubblici, in particolare
di trasporti, sanità e istruzione.
Il fatto che la lotta abbia avuto carattere di massa, che anche gli scioperi
cosiddetti "selvaggi" abbiano visto l'adesione dell'80, del 90, addirittura
del 100% dei lavoratori, che in alcuni casi sia saltata perfino la precettazione,
significa che qualsiasi lavoratore di ogni categoria (tra questi anche coloro
che hanno subìto il disagio e/o si sono lamentati) di ogni categoria, in quella
situazione concreta e a quelle condizioni, avrebbe partecipato senza alcuna
esitazione alla lotta! Lo dimostrano le percentuali di adesione e di partecipazione.
Il disagio di un giorno provocato da una giusta lotta è ben altra cosa dai
disagi che i pendolari e gli utenti sono condannati a subire quotidianamente
per mancanza di personale e di assistenza, ritardi, servizi scadenti, sovraffollamento,
aumento dei prezzi, incidenti, traffico, smog, etc.
Noi ci auguriamo che questa vertenza si concluda nel modo migliore per i lavoratori,
ben oltre l'accordo di sabato 20 dicembre. E siamo convinti che da questa
importante esperienza sia possibile, per i lavoratori e le lavoratrici, trarre
insegnamenti utili a sviluppare forme di lotta e di organizzazione in difesa
dei propri interessi.
28/12/2003
Linearossa
Chi
sono i selvaggi ?!
Chi si difende lottando oppure chi
ha sfasciato, e continua a farlo, i servizi pubblici !?
I lavoratori dell'Atm di Milano hanno
dato il via con lo sciopero particolare dell'1 dicembre, poi hanno
continuato quelli di Brescia, Genova, Torino, Firenze, Venezia, Roma, Livorno
e di tante altre città. Dopo 2 anni di una vertenza a perdere (le controparti
avevano proposto 12 (!) euro lorde di aumento medio mensile per stipendi medi
da 800 a 1.250 euro), questi lavoratori sono stati costretti a far sentire
la loro voce rompendo i lacci e i lacciuoli della legge antisciopero (la 146/90,
peggiorata poi con la 83/2000).
Gli autoferrotranvieri hanno, così, obbligato governo, associazioni
padronali e sindacati confederali, a misurarsi concretamente sulla vertenza
e ad avviare una vera trattativa. Il 20 dicembre un primo accordo, definito
dagli stessi lavoratori "indecente", perché al disotto dei 106 euro
previsti (come recupero dell'inflazione programmata e reale dal 2000) e dell'una
tantum di vacanza contrattuale.
Gli autoferrotranvieri hanno ripreso in mano la vertenza con gli scioperi,
i presìdi, i blocchi, le manifestazioni. In alcuni casi è persino intervenuta
la polizia, perché neppure le precettazioni erano sufficienti a "convincere"
i lavoratori a riprendere il lavoro. La mobilitazione contro l'accordo del
20 dicembre rappresenta la volontà reale della maggioranza dei lavoratori!
Non occorre, quindi, alcun referendum, perché nei fatti i lavoratori si sono
già espressi.
Le proteste di dicembre (tali da far partire la trattativa) e quelle a seguito
dell'accordo del 20 (tali da rinviarlo al mittente), hanno avuto carattere
di massa, con la partecipazione della quasi totalità dei lavoratori. Queste
adesioni mostrano che qualsiasi lavoratore, di qualsiasi categoria (e tra
questi anche coloro che hanno subìto disagi e si sono lamentati), in quella
situazione concreta e in quelle condizioni avrebbe partecipato senza tentennamenti
alla lotta!
Il 9 gennaio di nuovo la mobilitazione della categoria (promossa dai sindacati
di base) con l'adesione allo sciopero estesa a tante altre città, grandi e
piccole: del Friuli, dell'Umbria, della Puglia, della Sicilia ...
Il 12 gennaio i lavoratori dell'Atm di Milano e di Brescia sono scesi ancora
in sciopero nonostante la precettazione del prefetto. Questa categoria di
lavoratori ha avuto il coraggio e la determinazione di ribellarsi alle leggi
di uno Stato che lega loro mani e piedi ed in questa fase, pertanto, rappresenta
il punto più avanzato nella difesa degli interessi di classe dei lavoratori.
Dobbiamo esprimere loro solidarietà e sostegno per contrastare chi li vuole
isolare, scoraggiare, denigrare e reprimere.
In queste settimane gli autoferrotranvieri sono stati attaccati da governo,
forze politiche e politicanti, associazioni padronali e istituzioni, che prima
hanno minacciato provvedimenti punitivi e sanzioni penali esemplari per far
cessare le lotte (operazione fallita) e poi hanno diffuso il messaggio pubblicitario
che la lotta "illegale" (come sono soliti definire ciò che a loro non
conviene) non paga.
Infatti, lor signori sono fortemente preoccupati per il fatto che quel tipo
di lotta possa generalizzarsi ed estendersi ad altre categorie di lavoratori.
Gli autoferrotranvieri hanno lottato per difendere il salario, i diritti,
la dignità e per questo sono stati bollati come selvaggi. Selvaggi, invece,
sono chi li prende per il c... da due anni e chi in questi anni ha ridotto
il servizio pubblico allo sfascio, con continui guasti, sovraffollamenti,
ritardi quotidiani, incidenti permanenti e aumenti delle tariffe!
Il disagio di un giorno, o di alcuni giorni, provocato da una giusta lotta
non è minimamente paragonabile (e va nella direzione opposta) ai disagi che
i pendolari e gli utenti sono condannati a subìre per tutto l'anno a causa
di una politica che ha devastato i servizi pubblici.
L'esperienza degli autoferrotranvieri favorisce le possibilità di lotta di
altre categorie di lavoratori, difende le condizioni dei pendolari e degli
utenti dall'aggressione che subiscono quotidianamente al loro diritto a un
trasporto sicuro, efficiente, pubblico.
In questi anni anche noi ferrovieri
abbiamo lottato contro la privatizzazione del servizio, per la sicurezza
e la qualità del trasporto, contro un contratto che taglia posti di lavoro,
diritti e conquiste, che peggiora le normative e l'orario di lavoro. Anche
in ferrovia la situazione è drammatica: continui guasti, ritardi e incidenti,
ore e ore di lavoro straordinario, aumento degli incidenti mortali. In due
giorni, il 19 e il 20 dicembre, sono morti tre lavoratori (due macchinisti
a Viterbo, un manovratore a Calambrone) e a Pisa S.Rossore è deragliato un
treno merci, danneggiando un Eurostar in transito e solo per un puro caso
non ha causato un disastro!
Chi ha avuto il coraggio di denunciare pubblicamente i disservizi e di solidarizzare
con i pendolari e gli utenti, che sono i primi a subirne le pesanti conseguenze,
è stato perseguito dalla dirigenza Fs, come accaduto ad un delegato Rsu di
Genova, colpito da 10 giorni di sospensione o come ai 4 ferrovieri licenziati
in questi giorni per aver sollevato problemi sulla sicurezza nella trasmissione
di Rai3 Report. Le punizioni cosiddette esemplari vanno estendendosi,
con giorni di sospensione dal servizio contro quei lavoratori che, per far
partire il treno, di fronte al menefreghismo dell'azienda Fs, chiedono che
siano garantite, come da normativa, le condizioni a tutela della sicurezza
e della salute di viaggiatori e lavoratori. Quando hanno difficoltà ad assumere
provvedimenti contro i ferrovieri che pretendono il rispetto delle norme di
sicurezza, anziché sostituire le vetture insicure a viaggiare, non trovano
di meglio che sostituire d'ufficio questi lavoratori con altri disponibili.
Questi dirigenti e funzionari di Stato mostrano non solo la loro irresponsabilità
nei confronti dell'utenza ma anche la loro arroganza giocando, in nome del
profitto aziendale, della propria carriera o di altro tornaconto, sulla pelle
degli utenti e degli stessi lavoratori.
Solidarietà ai lavoratori in lotta:
la solidarietà è un'arma, usiamola!
Impariamo a difenderci sempre meglio da qualsiasi rapina, sopruso e ricatto
di questo sistema.
16 gennaio 2004
I ferrovieri di Linearossa
Solidarietà al S.A.R.S.
Linearossa
esprime solidarietà militante ai compagni e alle compagne del Centro
sociale "Spazio Antagonista di Resistenza Sociale" (S.A.R.S.) di Viareggio
per il grave atto subìto domenica 1° febbraio.
Alle ore 06,30 circa di domenica sono stati dati alle fiamme i locali del
Centro sociale e i container, a circa 200 metri di distanza dal Centro, abitati
da immigrati, che fortunatamente sono usciti illesi dall'incendio.
Dall'inizio della sua attività il S.A.R.S. si è distinto come momento significativo
di aggregazione sociale e giovanile nella zona e come punto di riferimento
per il dibattito e le mobilitazioni dell'ultimo anno: contro la guerra imperialista,
contro il fascismo vecchio e nuovo, contro la repressione, a fianco della
resistenza dei popoli oppressi, a sostegno degli immigrati e dei compagni
colpiti dalla repressione.
Vogliamo ricordare che i giovani compagni del S.A.R.S., assieme ad altre forze,
sono stati protagonisti sia del presidìo di sabato 10 gennaio in piazza a
Pietrasanta in sostegno della resistenza irachena e palestinese, sia del presidìo
di sabato 30 gennaio di fronte al Comune di Viareggio in difesa dei diritti
degli immigrati, oltre che della manifestazione contro la repressione tenuta
a Viareggio sabato 15 novembre, manifestazione che aveva visto la partecipazione
di oltre 300 compagni e compagne.
Proprio per questo, fin dall'inizio, il S.A.R.S. è stato oggetto di pesanti
attacchi da parte di forze reazionarie e della stampa locale. In questi ultimi
giorni gli attacchi si erano trasformati in una vergognosa campagna che ha
visto unite, per l'occasione, forze politiche (Alleanza Nazionale e Forza
Italia), il locale direttore della S.I.A.E. e la stampa locale (in primis
"La Nazione").
Linearossa denuncia la duplice vigliacca provocazione di domenica mattina come opera di squadristi fascisti o come azione di qualche balordo incitato dalla campagna di questi giorni che ha fomentato veleni e discredito nei confronti di chi promuove e organizza la lotta e la mobilitazione contro il fascismo, la guerra, il razzismo, la xenofobia.
Linearossa solidarizza con quanti sono colpiti dalla repressione e sono oggetto di provocazioni perché attivi e organizzati contro le tante e brutali manifestazioni che questo regime genera e alimenta e invita alla più ampia mobilitazione per stroncare questa guerra sporca contro giovani, studenti e lavoratori.
La
solidarietà è una potente arma nelle mani del proletariato!
Promuovere e organizzare la solidarietà è un dovere di classe!
Trasformare la solidarietà di classe in coscienza rivoluzionaria!
Viareggio, 02 febbraio 2004
Scioperi a Mirafiori contro
il Tmc-2 e la serrata
Torino.
Gli operai e le operaie delle Carrozzerie di Mirafiori sono alla quarta settimana
di scioperi contro il Tmc-2 (Tempi dei movimenti collegati - seconda versione).
Il Tmc-2 è l'applicazione scientifica di studi per l'intensificazione
dello sfruttamento che, in pratica, si concretizza con l'aumento dei carichi
di lavoro di oltre il 20%!
A Mirafiori il Tmc-2 è stato introdotto nei mesi di giugno-luglio '03. Da
una produzione di 270 auto al giorno, per turno, della Punto gli operai passano
a 296-298 auto con lo stesso organico. Un aumento che si fa sentire e la reazione
degli operai si traduce subito in tre settimane di scioperi articolati e a
scacchiera.
La produzione sale ancora fino a 302 auto, poi ancora a 316: riprendono, così,
gli scioperi di un'ora a turno come forma di protesta al peggioramento delle
condizioni di lavoro. Oltre alla lotta in fabbrica, i delegati Rsu della Fiom
decidono di avviare un esposto alla magistratura contro i danni alla salute
provocati dal Tmc-2. Decisione che non si sostituisce alla lotta, ma nella
volontà degli operai serve a rafforzarla.
Da anni vi sono inchieste sul lavoro alla catena di montaggio, sul fatto che
simili sforzi ripetuti provocano una serie di patologie, sia agli arti inferiori
che alla colonna vertebrale.
Il famigerato Tmc-2, introdotto per la prima volta nel '93 a Melfi, ha fatto
registrare, in questi anni, un numero altissimo di patologie, quali tendiniti,
tunnel carpali, ernie al disco addirittura tra i giovani operai!
L'esposto contro i danni alla salute provocati dal Tmc-2, attestati di solidarietà
alla lotta e altre informazioni possono essere richieste ai delegati della
Fiom delle Carrozzerie di Mirafiori (ugogool@hotmail.com).
Ora gli operai e le operaie delle Carrozzerie
sono alla quarta settimana di scioperi (ripresi dalla metà di gennaio). Così
la Fiat ha pensato bene di contrapporsi, con la serrata di ritorsione
(il contro sciopero da parte dei padroni), alle rivendicazioni degli operai.
Con la serrata il padrone mette in libertà i lavoratori con la conseguente
perdita della retribuzione.
Lunedì 9 febbraio gli scioperi erano ripresi al reparto del montaggio della
Carrozzeria: il primo iniziato alle ore 12.30; al 2° turno, ore 17,45-18,45
c'è stata la protesta contro l'aumento dei ritmi sulla linea Punto/Idea, ripresa
dopo la pausa mensa. Lo sciopero è continuato fino alla fine del turno perché
la Fiat ha messo in atto la provocazione di mettere tutti gli addetti della
Punto/Idea in libertà. Gli operai e le operaie hanno respinto con lo sciopero
la rappresaglia aziendale! La provocazione, invece di intimidire gli
operai, ha avuto l'effetto opposto ed al corteo interno si sono uniti tutti
gli addetti alla produzione. Le lotte sono proseguite e si sono estese nei
turni degli addetti della Lybra. Mercoledì 11 febbraio sono scesi in lotta
anche gli operai della Lastratura contro i carichi di lavoro e per respingere
la provocazione della serrata.
Solidarietà agli operai di Mirafiori in lotta!
Il Tmc-2 viene introdotto per la prima volta nel '93 nella nuova fabbrica della Fiat a Melfi (Pz). Con il ricatto dei posti di lavoro in un'area depressa, i sindacati (Cgil-Cisl-Uil) accettano condizioni di lavoro pesantissime: 20 turni di lavoro su 21 e una nuova metrica dei tempi, il Tmc-2. Nel '95, con promesse di nuova occupazione, il Tmc-2 passa, con il voto degli impiegati, in quanto la maggioranza degli operai si era schierata contro, anche alla Piaggio di Pontedera (Pi), dove scioperi e lotte contro la nuova metrica non sono mai cessati. Dal giugno-luglio '03, dopo la rivolta operaia in difesa dell'occupazione da Termini Imerese (Pa) ad Arese (Mi), la Fiat introduce il Tmc-2 anche a Torino, a Cassino (Fr) e a Termini Imerese. Da allora a Mirafiori sono iniziati scioperi articolati e a scacchiera contro il Tmc-2. R.S.U., delegati Rsu, organizzazioni e organismi sindacali che intendono esprimere la solidarietà agli operai e alle operaie della Fiat Mirafiori possono rivolgersi ai delegati Rsu della Fiom delle Carrozzerie: ugogool@hotmail.com
Solidarietà agli operai
di Mirafiori in lotta!
Torino. Gli operai e le operaie delle Carrozzerie di Mirafiori scioperano
da mesi contro il Tmc-2. Dopo 4 settimane consecutive di lotte, la Fiat ha
messo in atto la provocazione della serrata che, a sua volta, ha provocato
nuovi scioperi.
Il Tmc-2 viene introdotto per la prima volta nel '93 nella nuova fabbrica
della Fiat a Melfi (Pz). Con il ricatto dei posti di lavoro in un'area depressa,
i sindacati (Cgil-Cisl-Uil) accettano condizioni di lavoro pesantissime: 20
turni di lavoro su 21 e una nuova metrica dei tempi, il Tmc-2. Nel '95, con
promesse di nuova occupazione, il Tmc-2 passa, con il voto degli impiegati,
in quanto la maggioranza degli operai si era schierata contro, anche alla
Piaggio di Pontedera (Pi), dove scioperi e lotte contro la nuova metrica non
sono mai cessati.
Dal giugno-luglio '03, dopo la rivolta operaia in difesa dell'occupazione
da Termini Imerese (Pa) ad Arese (Mi), la Fiat introduce il Tmc-2 anche a
Torino, a Cassino (Fr) e a Termini Imerese. Da allora a Mirafiori sono iniziati
scioperi articolati e a scacchiera contro il Tmc-2.
R.S.U., delegati Rsu, organizzazioni e organismi sindacali che intendono esprimere
la solidarietà agli operai e alle operaie della Fiat Mirafiori possono rivolgersi
ai delegati Rsu della Fiom delle Carrozzerie: ugogool@hotmail.com
Cos'è il Tmc-2
La sigla Tmc-2 (Tempi dei movimenti collegati - seconda versione) indica uno
dei "modelli cronotecnici" preposti alla quantificazione dei tempi d'esecuzione
delle mansioni operaie nella produzione di serie (si parla, naturalmente,
di lavoro a cottimo). Quando un operaio dell'industria (metalmeccanico e non
solo) varca la soglia di uno stabilimento, il suo tempo di presenza in fabbrica
viene letto e gestito dagli uffici tecnici (analisi lavoro) in un modo particolare,
così ripartito: tempi attivi o effettivi, fattori di riposo, fattore fisiologico,
pausa/e (dove sono previste). Assegnando base 100 al tempo di presenza in
officina, detta ripartizione, a prescindere dall'entità di ogni valore, che
può variare da ciclo a ciclo, può essere suddivisa così: tempi attivi 84%
circa, fattori di riposo 6-8%; fattore fisiologico 4-6%; pausa 4%.
Gli ultimi tre punti possono essere contrattati, perché i riferimenti nazionali
e internazionali sono diversi e l'entità delle pause per nocività e vincolo
sono frutto delle condizioni oggettive, degli usi e delle consuetudini presenti
in azienda e dei rapporti di forza operanti. Il primo punto (tempo attivo),
che è l'elemento centrale per la determinazione del tempo d'esecuzione, non
è contrattabile, perché è scelto dal padrone (l'art.11 del CCNL prevede la
sola comunicazione del sistema usato, mentre al sindacato è concessa unicamente
la possibilità di contestazione dell'eventuale divario tra previsione e realtà
applicativa). Ovviamente, la possibilità di contrattazione si esercita sull'uso
scorretto del modello stesso. Questo aspetto dell'art.11 non è mai stato modificato,
perché l'insieme dei modelli usati in Italia nell'ambito cronotecnico (sistemi
cronometrici o sistemi tabellari) doveva portare a risultati simili; rendimento
133,33 come massimale, che significa maggiorare di 1/3 la normale velocità
d'esecuzione a 100, scelta che recupera il più tradizionale rapporto del sistema
Bedaux 60-80.
A cura di Linearossa e dell'Assemblea Nazionale Anticapitalista
Primo importante risultato per Stefano Teotino!!!
I compagni e le compagne di Linearossa
esprimono soddisfazione per il primo importante
risultato riguardo alla riassunzione di Stefano Teotino, rappresentante RdB
licenziato in tronco "per giustificato motivo" il 15 maggio 2003 da Geofor
di Pisa (consorzio pubblico-privato per lo smaltimento dei rifiuti) con un
pretesto escogitato mediante il pedinamento quotidiano da parte di un "investigatore"
privato.
Il giudice del lavoro di Pisa ha ordinato all'azienda di
"reintegrarlo immediatamente nelle stesse mansioni da questo ricoperte
al momento del licenziamento".
La vicenda Geofor riempì di polemiche la stampa locale e nazionale per il
servizio di "Striscia la notizia" che mostrò come Geofor non differenziasse
e riciclasse i rifiuti. La Geofor aveva licenziato Stefano per rappresaglia,
perché aveva contribuito a che ciò emergesse.
Pensiamo che la sentenza che decreta la
riassunzione di Stefano rappresenti una prima, importante vittoria:
-impedisce ai "padroni" Geofor di isolare e allontanare dal resto dei lavoratori
un delegato determinato e combattivo;
-rafforza concretamente la difesa dell'art.18 dello Statuto dei lavoratori;
-respinge il tentativo di Geofor di colpire Stefano per scoraggiare, con questo
esempio, altri lavoratori dall'alzare la testa e denunciare i soprusi verso
i lavoratori e la collettività tutta, così come accaduto lo scorso gennaio
ai 4 ferrovieri licenziati da Trenitalia per aver denunciato a "Report" (trasmissione
andata in onda ad ottobre su Rai3) le vere cause della mancanza di sicurezza
e dei disservizi in ferrovia. Pensiamo anche, come già ha dimostrato il Consiglio
di Amministrazione Geofor rifiutando di far rientrare Stefano al suo posto
di lavoro, pur corrispondendogli lo stipendio, che la battaglia sia ancora
dura, che altri ostacoli dovranno essere superati per la positiva conclusione
della vertenza.
Oltre alla soddisfazione, quindi, esprimiamo a Stefano la nostra solidarietà
e ci impegniamo, nei limiti delle nostre forze, a far conoscere la vicenda
e a partecipare e contribuire alle iniziative che saranno promosse per sostenere
Stefano.
18 febbraio 2004
Oggi, 9 marzo 2004, è morto il comandante partigiano "Gracco" Angiolo Gracci
Il foglio "Linearossa" e la rivista
"Il Futuro" si uniscono al dolore dei familiari e dei tanti compagni
e delle tante compagne di cui Angiolo, nei decenni trascorsi, è stato infaticabile
maestro. Lo ricordiamo, con il massimo rispetto e con grande affetto, come
combattente partigiano e militante comunista. Inoltre, gli siamo grati per
essere stato, in questi anni, in quanto pubblicista iscritto all'Ordine dei
giornalisti, direttore responsabile di "Linearossa" e de "Il Futuro".
"Gracco",
nato a Livorno nel '20, sottotenente della Guardia di finanza, rimpatriato
dall'Albania, assiste, nel settembre '43, all'invasione nazista. A Firenze,
con altri studenti universitari, dà vita al "Movimento dei giovani italiani
repubblicani", di ispirazione risorgimentale. Prende contatti con militanti
comunisti in clandestinità e sostiene una linea di sinistra che lo porta fuori
dal quel Movimento.
Il Comando generale delle Brigate e Distaccamenti Garibaldi lo invia in montagna
come capo di stato maggiore della costituenda Brigata d'assalto "Vittorio
Sinigaglia". Ne diviene comandante all'indomani della battaglia di Pian d'Albero.
All'inizio della battaglia insurrezionale per la liberazione di Firenze si
ribella, con l'intera Brigata, all'ordine di disarmo impartito dagli "Alleati"
alla vigilia della battaglia per la liberazione di Firenze.
Ferito in combattimento, invalido e medaglia d'argento al valor partigiano.
Ripreso il suo posto di ufficiale nelle Forze armate, svolge attività per
la loro democratizzazione contro la restaurazione. Si laurea, nel '49, in
giurisprudenza.
Per le sue posizioni politiche è punito e trasferito più volte, e nel '56
è costretto a lasciare l'uniforme. Lavora a Roma alla Lega nazionale delle
Cooperative. Poi riorganizza il servizio di assistenza legale alla Camera
del lavoro di Firenze.
Nel '66 si dimette dal Pci, al quale aveva aderito nel '44, e l'anno successivo
viene allontanato dall'Anpi. Gli vengono contestate posizioni volte alla ripresa
del movimento di resistenza popolare contro la presenza delle forze Usa nel
nostro Paese.
Nell'ottobre '66 è a Livorno con i marxisti-leninisti per costituire il PCd'I
(m-l). Nel '67 promuove il "Fronte di liberazione antimperialista" per cacciare
dal nostro paese le basi Usa e Nato.
Con la parola d'ordine "Meridione svegliati, la Resistenza continua!", organizza
il "Movimento leghe lavoratori italiani" (Mlli), promuove numerose lotte nel
Meridione: contro il neofascismo e il caporalato, lo sciopero generale del
settembre '78 della Piana del Sele, l'occupazione, da parte dei disoccupati,
della Regione a Napoli.
Negli anni '73-'74 conduce un'inchiesta contro la "trama nera" stragista documentata
ne "Il perché delle stragi di Stato". Nel '74, con altri veterani della Resistenza,
fonda il Movimento antimperialista-antifascista "La Resistenza continua" e
ne dirige l'omonimo periodico.
Nell'84, dopo la cessione agli Usa anche della base de "La Maddalena" del
'72, assieme ad altri, presenta al Parlamento una petizione popolare per "Alto
tradimento e attentato all'integrità nazionale".
Negli anni '70 e '80, in qualità di compagno avvocato, difende i militanti
della sinistra rivoluzionaria fin dai primi processi. Fino all'ultimo ha propagandato
i valori e gli ideali della Resistenza 1943-45 e un profondo e determinato
sentimento antimperialista e antifascista.
Volantino diffuso, in forma mirata, alla manifestazione del 20 marzo a Roma, manifestazione alla quale Linearossa ha partecipato dietro lo striscione unitario "A fianco della resistenza irachena e palestinese" con i compagni dell'Unione democratica arabo palestinese (Udap) e con altre organizzazioni, gruppi, organismi, comitati, etc.
Ai comunisti, ai rivoluzionari,
agli antimperialisti conseguenti
La rinascita del movimento comunista, che per
noi significa innanzitutto affrontare e vincere la lotta per la costruzione,
la ricostruzione e il rafforzamento di autentici partiti comunisti in tutti
i paesi del mondo e la lotta per il comunismo, come sistema completo
dell'ideologia del proletariato e come nuovo sistema sociale, sono rispettivamente:
il compito concreto e urgente, l'orientamento universale e la strada necessaria
che i comunisti devono saper indicare e percorrere per liberarsi dall'imperialismo
e porre fine alla preistoria dell'umanità
La crisi generale che il sistema capitalista
sta attraversando impone alle potenze e ai gruppi imperialisti l'accelerazione
di un movimento doppio e combinato. Un movimento verso sempre
più aspre lotte interne all'imperialismo stesso che portano, come elemento
inevitabile, alla guerra tra le stesse potenze imperialiste per una nuova
spartizione del mondo e un nuovo ordine gerarchico.
Un movimento verso sempre maggiori e generali attacchi contro
le classi sfruttate dei paesi imperialisti e contro i popoli oppressi, attacchi
che producono una resistenza diffusa, anche se disuguale, in ogni parte del
mondo.
Gli imperialisti hanno l'obiettivo di mantenere un sistema di dominio che
per vivere non può che sfruttare e opprimere e per la cui difesa non saranno
mai disposti a gettare il loro coltellaccio da macellai. Una natura e
una logica, questa, che fa comprendere come possono e devono reprimere, creare
continuamente disordini, soffiare sul fuoco di antiche contraddizioni (come
le varie differenze etniche o religiose), crearne di nuove, sostenere stati
e gruppi reazionari o abbandonarli e combatterli quando in discussione è il
loro potere assoluto e i loro immensi profitti.
La guerra tra potenze imperialiste è il "grande salto" che le contraddizioni
interne all'imperialismo, giunte ad un certo grado di maturazione, producono.
Quella che trascina milioni di uomini e donne a scannarsi tra di loro ciascuno
a fianco della propria borghesia imperialista è la mobilitazione reazionaria
delle masse più alta e, per il coinvolgimento mondiale che attua, più estesa.
Le guerre locali, a cui stiamo assistendo, sono trasformazioni qualitative
parziali, tappe intermedie verso questo scontro generale.
La rivoluzione di nuova democrazia (come tappa della rivoluzione socialista)
per i paesi dipendenti e la rivoluzione socialista, per i paesi imperialisti,
dirette dall'unica e medesima ideologia comunista, sono la più alta trasformazione
qualitativa possibile, in questa fase, della resistenza che i popoli sottomessi
e le classi lavoratrici stanno conducendo. Sono la mobilitazione rivoluzionaria
che, a livello mondiale, possiamo raffigurarci come un unico fronte delle
classi e dei popoli rivoluzionari in marcia verso il comunismo. Abbiamo iniziato
con la lotta per la costruzione, la ricostruzione (per quanto ci riguarda)
e il rafforzamento di autentici partiti comunisti in tutto il mondo e con
la lotta per il comunismo fino alla vittoria, perché sono la risposta a tutto
quello che sta succedendo in Italia e nel mondo, sono la risposta alle guerre,
alle stragi come quella recente dell'11 marzo a Madrid e dell'11 settembre
'01 a New York e Washington. A nostro avviso sono la risposta per un antimperialismo
coerente se pensiamo seriamente che l'imperialismo sia solo morte, miseria,
malattie, distruzione e guerra e riteniamo necessario trovare la strada per
eliminare tutto questo.
Sono la risposta alle grandi sofferenze che, a causa di questo dominio,
la stragrande maggioranza dell'umanità subisce. Sono la risposta a
tutte le contraddizioni vecchie e nuove (come le differenze di razza, di sesso,
di religione, di cultura, di etnia, ma anche tra immigrati e non, tra chi
lavora e chi è disoccupato, tra chi lavora in una fabbrica che inquina e chi
vi vive attorno, etc.) che i comunisti non devono mai sottovalutare e che
è loro compito far confluire, insieme a svariati movimenti apparentemente
molto diversi tra di loro, in un solo torrente rivoluzionario. Sono la risposta
che, in positivo, ricaviamo dal passato, dalla rivoluzione russa e cinese
in primo luogo, come dall'attuale guerra popolare nepalese.
Sono la risposta, per sottrarre forze e forza, a chi non è in grado
di dirigere efficacemente la rivoluzione e, a causa di concezioni e metodi
reazionari, invece che essere al servizio della causa dei popoli (primo elemento
per giudicare ogni cosa) non fa che aumentarne la sofferenza.
La lotta per la ricostruzione del partito comunista e la lotta per il comunismo
fino alla vittoria hanno (da subito e fino al raggiungimento di questo nuovo
sistema sociale) come base la lotta di classe, cioè un reale processo di trasformazione,
e come condizione la concezione e il metodo materialista dialettico. Dappertutto,
lentamente e faticosamente si scontrano due campi contrapposti. E' compito
dei comunisti affrettare lo sviluppo di questo processo: distruggendo tutto
quello che ostacola il formarsi del campo degli oppressi e di coloro che lottano
per un avvenire migliore di tutti i lavoratori, come è compito dei comunisti
tracciare una netta linea di demarcazione tra questo campo e il campo degli
oppressori, degli imperialisti e dei loro servi.
Se l'imperialismo è, per sua natura, feroce e non cambierà fino alla sua completa
rovina, anche le classi sfruttate e i popoli oppressi continueranno a lottare
e questo fino alla vittoria. I comunisti hanno il dovere di battersi per un
autentico partito comunista e la storia dei partiti comunisti insegna che
questa lotta non termina con la nascita del Partito. Dobbiamo capire cosa
vuol dire, da subito, "lottare per il comunismo" e imparare a farlo.
E' questa lunga lotta ininterrotta e per tappe che rende meno dolorosa, meno
distruttiva, meno tortuosa, e più veloce possibile, la strada per la vittoria
del comunismo nel mondo. 20 marzo 2004 Linearossa fotoc. in propr. per la
ricostruzione del partito comunista
linearossa
per la ricostruzione del partito comunista
20 marzo 2004
SOLIDARIETA' DI CLASSE E MILITANTE
AI COMPAGNI E ALLE COMPAGNE ARRESTATI/E
Milano. Ad un anno dall'assassinio di Dax per mano della manovalanza fascista, lo Stato, attraverso i suoi apparati repressivi, ha colpito nuovamente le compagne ed i compagni dell'Officina di Resistenza Sociale (O.R.So) di Milano, arrestando alcuni suoi militanti e trasferendoli a Genova nell'ambito di un'inchiesta che contesta loro l'aggressione e la rapina ad un gruppo di fascisti. Il fatto risalirebbe al 17 gennaio '04, giorno in cui alcune realtà milanesi parteciparono alla manifestazione antifascista organizzata a Genova in risposta alle aggressioni e alle intimidazioni razziste e poliziesche nei confronti del Centro sociale Pinelli.
Attualmente due compagni dei tre arrestati
si trovano nel carcere di Marassi, mentre una compagna è stata condotta a
Pontedecimo.
Intimidazione, controllo e repressione diventano sempre più la risposta delle
istituzioni borghesi al conflitto sociale e, più direttamente, a tutti coloro
che non si sottraggono alla lotta.
L'Assemblea Nazionale Anticapitalista e Linearossa, nel denunciare questa ennesima azione repressiva dello Stato, esprimono la propria solidarietà di classe e militante ai compagni arrestati e a tutti i militanti dell'O.R.So.
- Fuori i compagni dalle galere!
- Sviluppiamo la solidarietà di classe: un'arma contro l'oppressione e lo
sfruttamento del sistema capitalista.
24 marzo 2004
Assemblea Nazionale Anticapitalista e Linearossa
Viva il 1° Maggio: giornata internazionale di lotta
Dopo
dieci anni di supersfruttamento, la giovane classe operaia della Sata-Fiat
e dell'indotto di Melfi ha detto "Ora basta!" con una lotta efficace che ha
inceppato la produzione del gruppo Fiat in tutta Italia e ha costretto le
controparti a fare i conti con i suoi rappresentanti, le Rsu, come reali titolari
di questa vertenza. Anche noi siamo convinti che "comunque vada, niente
sarà più come prima …", infatti la coscienza e l'organizzazione della
classe operaia Fiat e indotto di Melfi ne escono sicuramente rafforzate.
I padroni sono sempre alla ricerca affannosa di nuove forme di organizzazione
del lavoro per ingabbiare e sfruttare la classe operaia, ma la saggezza e
la determinazione degli operai riesce a trovare soluzioni per modificare la
situazione:
due settimane di lotta e cinque presidi permanenti ai cancelli hanno bloccato
la produzione di tutto il gruppo Fiat (Melfi, Pratola Serra, Pomigliano
D'Arco, Arese, Cassino, Mirafiori e Termini Imerese) e mostrato la capacità
della classe operaia di unire attorno alla mobilitazione gran parte
del proletariato e delle masse popolari (basti pensare alla manifestazione
di sabato 24 a Melfi a cui hanno partecipato oltre 10 mila persone) e di coinvolgere
le classi lavoratrici con lo sciopero nazionale (riuscito!), con i cortei
e i presìdi di mercoledì 28 aprile, come risposta immediata all'aggressione
poliziesca.
Le controparti padronali hanno tentato in tutti i modi di sconfiggere questa
lotta in difesa del salario, delle condizioni di lavoro, di vita e per la
propria dignità:
- con l'aggressione poliziesca la mattina del 26 aprile, bollando gli operai
come "facinorosi e violenti" e attraverso le sinistre parole del ministro
degli interni Pisanu, che ha affermato di essere pronto a ripetere quanto
già fatto. Ma le cariche e le minacce hanno rafforzato la volontà e la determinazione
degli operai;
- con l'isolamento, la denigrazione, le intimidazioni, i ricatti e i tentativi
di dividerli. Anche stavolta, hanno tentato di ripetere la famigerata "marcia
dei 40mila" dell'80, marcia, peraltro, a cui parteciparono non più di
6-7mila tra capi, capetti e quadri; ma anche questa mossa non è riuscita:
in piazza per manifestare si sono ritrovate meno di 150 persone. Isolamento,
denigrazione e intimidazioni sostenute anche da Cisl e Uil che hanno tentato
di boicottare la lotta decisa da tutte le Rsu e invitato gli operai a non
scioperare contro l'aggressione della polizia di Stato che ha provocato 14
feriti!
La posta in gioco è alta, si tratta del futuro degli operai del gruppo Fiat
La
determinata ed efficace lotta degli operai di Melfi, come quella degli operai
di Termini Imerese, dell'Alfa di Arese, di Mirafiori, etc, evidenzia la spaccatura
sindacale: da una parte Fiom e Cobas a sostenere la volontà della maggioranza
della classe operaia, dall'altra Fim, Uilm e sindacatini gialli schierati
a fianco degli interessi padronali. Allo stesso tempo apre contraddizioni
e conflitti con e nella stessa Cgil tesa a rincorrere "opposizioni politiche"
e sinistra borghese.
Per quanto ci riguarda, come Linearossa e A.N.A., abbiamo partecipato con una nostra delegazione alla imponente e significativa manifestazione di sabato 24 aprile a Melfi. Poco più di un anno fa abbiamo sostenuto attraverso iniziative pubbliche con gli operai della Fiat di Termini Imerese (Pa) e con una sottoscrizione di massa (raccogliendo oltre 5.000 euro per la "Cassa di resistenza") la loro lotta. Poche settimane fa abbiamo stampato un opuscolo sulla lotta degli operai di Mirafiori contro il Tmc2 che può essere richiesto direttamente agli indirizzi riportati.
Il 1° Maggio saremo ancora a Melfi a fianco della classe operaia in lotta
Il
1° Maggio: con la classe operaia della Fiat
Con la lotta delle classi sfruttate e dei popoli oppressi!
Linearossa
Assemblea Nazionale Anticapitalista (A.N.A.)
Contributo per il 19 Giugno: Giornata Internazionale del Rivoluzionario Prigioniero (G.I.R.P.)
Contro la repressione imperialista, solidarietà e lotta di classe
Dal Medio Oriente all'America Latina,
dall'Europa all'Himalaya, le guerre contro i popoli oppressi e le classi sfruttate
attraverso esecuzioni, torture, sequestri e prigionia, principalmente contro
militanti comunisti e rivoluzionari, sottolineano con quanta ferocia e sistematicità
le potenze imperialiste e i loro servi, intendano il "nuovo" corso di quella
che loro stessi chiamano "lotta al terrorismo", che altro non è che il tentativo
di arginare, manu militari, la crisi che attanaglia il sistema capitalista
a livello internazionale.
Una dinamica controrivoluzionaria e antiproletaria che, in contrasto con le
dichiarazioni delle sirene riformiste sul carattere democratico e al di sopra
delle parti dello Stato e delle istituzioni politico-militari internazionali
(Onu, Nato, Wto, G-8, Ocse, ecc.), ne dimostra chiaramente la natura di classe
borghese, teso a preservare il sistema dello sfruttamento capitalistico e
ad eliminare tutto ciò che vi si oppone.
Concetti come rispetto dei "diritti umani e politici", delle "convenzioni
e legalità internazionali", sono sempre più carta straccia da riservare
per dichiarazioni demagogiche di prezzolati e opportunisti o, comunque, da
rimuovere nel momento in cui anche solo sotto l'aspetto formale, rappresentano
un "inconveniente" nella strategia di dominio e sopraffazione imperialista.
Nella società divisa in classi, lo Stato e le sue istituzioni, anche quelle
che appaiono più innocue, hanno quel carattere classista che riflette
gli interessi della classe al potere (la borghesia, in particolare oligarchica
e monopolista) che per governare necessita di un apparato di costrizione quali
forze armate e di polizia, reparti speciali, carceri e simili mezzi per sottomettere
con la violenza la volontà di emancipazione e di liberazione del proletariato.
Nella Giornata Internazionale del
Rivoluzionario Prigioniero (G.I.R.P.), oltre che riaffermare l'essenza
dell'apparato dello Stato, è importante denunciare il ricorso, sistematico
e scientifico, alla tortura contro i prigionieri politici e di guerra, come
un fatto non casuale ma intrinseco dell'azione repressiva dello Stato borghese
e l'evoluzione (per la classe dominante) della produzione legislativa, in
particolare in materia di "reati associativi".
Rispetto alla tortura non possiamo e non dobbiamo cadere preda delle manipolazioni
borghesi riformiste, che tendono a presentare il ricorso alla tortura come
una vergogna, possibile solo nelle buie e sperdute celle in terre lontane
dalla "civile" Europa. I paesi imperialisti, invece, utilizzano sistematicamente
la tortura per fiaccare e vincere la resistenza di chi mette in pericolo il
loro dominio, a livello nazionale e internazionale, verso i prigionieri rivoluzionari
e verso chi resiste con ogni mezzo in difesa dei popoli oppressi dall'occupazione
o dall'attacco imperialista.
In questo quadro rientrano le torture nelle carceri irakene da parte delle
forze militari Usa. I governi americano, inglese e italiano, si sono affannati
a gridare la loro estraneità e ad attribuire torture e sevizie all'azione
di singoli individui. Ma ad Abu Ghraib sono state esportate, da parte del
Pentagono, le tecniche di tortura e di violenza utilizzate su 600 prigionieri
di guerra in Afghanistan detenuti nella base americana di Guantanamo. Lo stesso
trattamento è riservato ai prigionieri rivoluzionari e ai combattenti per
la libertà nelle carceri d'Israele, della Turchia, del Perù …
Senza dimenticare di denunciare quanto accaduto nelle carceri speciali europee
negli ultimi decenni e come ha trattato la materia lo Stato italiano.
Nel nostro paese e nei paesi invasi, la tortura è stata (ed è) pratica costante,
nei vari periodi, della politica di espansione coloniale, per l'accaparramento
delle "migliori terre d'Africa", in concorrenza con altre potenze europee.
In Libia, a partire dalla fine dell'800, in Eritrea, in Somalia, in Etiopia,
sotto il regime fascista: non si contano le stragi, le deportazioni, i crimini
(i campi di concentramento, l'uso di gas contro le popolazioni, gli stupri,
i saccheggi, la confisca e la devastazione dei territori e del bestiame),
le esecuzioni capitali, le impiccagioni di resistenti e patrioti, le repressione
nel sangue della resistenza dei popoli d'Africa. Dal fascismo fino ai giorni
nostri, come in Somalia con la "missione di pace" del '94, quando furono
documentate le torture agli uomini e le sevizie alle donne da parte dei militari
italiani. Alla faccia degli "italiani brava gente?!".
Sul fronte interno, anche dopo il fascismo, i vari governi hanno sistematicamente
applicato la violenza (torture, sevizie, pestaggi, maltrattamenti …) nei confronti
dei prigionieri politici, in particolare, degli anni '70 e '80, oltre ad utilizzato
misure vigliacche quali l'isolamento (tortura bianca), le continue perquisizioni
corporali, le censure di ogni tipo, la negazione dei colloqui con familiari
e legali (dal famigerato art.90 all'attuale art.41 bis dell'Ordinamento
Penitenziario) … fino alle violenze di massa del G-8 a Genova, con l'infamia
dei massacri nella caserma di Bolzaneto e nella scuola "Diaz", ad opera di
carabinieri e poliziotti che la retorica mediatica imperialista tende, vergognosamente,
a dipingere come punti di riferimento etico-sociali, anziché con il ruolo
che storicamente incarnano: manganellatori a livello di piazza a difesa
del capitale, da scagliare contro le masse proletarie e popolari (ultima l'aggressione
agli operai di Melfi in lotta). Violenza che colpisce, nell'assoluto
silenzio (a proposito di "suicidi"), detenuti comuni e immigrati, fuori e
dentro i cosiddetti "centri di permanenza temporanea".
In questo quadro politico-militare reazionario
assumono particolare rilievo, come due facce della stessa moneta controrivoluzionaria
e antipopolare, la promulgazione delle famigerate "liste nere" antiterrorismo
contro forze politiche e movimenti rivoluzionari e del reato di "assistenza
agli associati" (art. 270 ter del Codice Penale), figlio degli artt. 270
(associazioni sovversive) in vigore dal 1° luglio 1931 e 270 bis (associazioni
con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine
democratico) in vigore dal 6 febbraio 1980.
Con il 270 ter, dell'ottobre 2001, hanno voluto colpire non solo "chiunque
promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni …", ma
anche "chi dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto,
strumenti di comunicazione a talune delle persone che partecipano alle associazioni
indicate negli artt. 270 e 270 bis …". Tutto ciò per criminalizzare
ed attaccare la solidarietà internazionale, per far terra bruciata attorno
a chi partecipa attivamente alla lotta di classe.
Di fronte a tutto ciò è fin troppo chiaro
che la sola via percorribile, che non sia la collaborazione di classe proposta
dallo Stato borghese e dai suoi agenti riformisti in seno alla classe operaia
ed al proletariato, è quella della lotta al sistema capitalista e della solidarietà
di classe con tutti quelli che, indipendentemente dalle proprie posizioni
ideologiche, politiche ed organizzative, si sono assunti la responsabilità
di fare della lotta per la liberazione del proletariato dallo sfruttamento
e dall'oppressione, la propria condotta di vita.
Le iniziative che si svolgono per la Girp sono una buona occasione per far
sì che non si trasformino in appuntamenti rituali o puramente celebrativi,
né diventino strumentali opportunità per coltivare propri orticelli,
ma che siano, invece, momenti importanti per un ampio dibattito ed un confronto
reale tra compagni e compagne sul tema della repressione e, soprattutto, utili
a costruire livelli di organizzazione più avanzati per la lotta e per la difesa.
19 Giugno 2004
Linearossa e Assemblea Nazionale Anticapitalista
Lettera aperta ai compagni e alle compagne di Forno e a quanti/e, assieme a noi, hanno costruito la Festa di Forno
Vi scriviamo per spiegare i motivi della scelta di non svolgere,
quest'anno, la Festa che dal 1998 organizziamo al campo sportivo di Forno.
Questa esperienza, che consideriamo straordinaria, è iniziata semplicemente
con panini e vino per un solo giorno, poi, a mano a mano, è cresciuta fino
a diventare una vera e propria Festa di 10 giorni come lo scorso anno.
Nella "Festa di Forno" (perché ormai così è conosciuta) abbiamo sempre
tentato di combinare il carattere popolare della Festa con l'impegno politico,
il dibattito e la riflessione con il divertimento, la socialità, la musica
per giovani e meno giovani.
Ogni anno abbiamo affrontato e, in gran parte, risolto problemi di ogni genere.
Due, in ogni caso, sono stati quelli principali. Il primo legato alle nostre
forze (che sono limitate), il secondo al luogo (il campo sportivo) dove tante
erano le cose da fare, dove tutto andava trasportato e costruito. Due problemi
collegati che, proprio nel loro legame, ci hanno sempre mostrato come da
soli non si va da alcuna parte, nonostante la nostra grande volontà ed
il grande entusiasmo.
Pensiamo siano state proprio questa consapevolezza che, d'altra parte, non
è solo nostra, e questa necessità di far fronte in modo organizzato e collettivo
alle difficoltà (in questo caso trasformare il campo sportivo tra i monti
in una Festa proponibile e accessibile), gli aspetti che, più di ogni altra
cosa, ci hanno fatto raccogliere l'affetto, la simpatia, la stima per quello
che facevamo, ed il grande e prezioso aiuto ricevuto da compagni e compagne
che hanno, consapevolmente e felicemente, sacrificato ferie, riposo
e soldi.
Quest'anno il campo sportivo è sicuramente in condizioni peggiori degli scorsi
anni. Condizioni che abbiamo valutato oggi inidonee, per quanto riguarda la
sicurezza, a fronte di piogge, alluvioni, smottamenti, etc., come, purtroppo,
siamo stati abituati negli ultimi due anni. Abbiamo, così, deciso di non svolgere
la Festa; una decisione sofferta, ma responsabile in quanto non potevamo,
e non dovevamo, ignorare il problema della sicurezza.
Pensiamo che la vita di chi vive del proprio lavoro diventa
ogni giorno più difficile e che non è solo la vita dei lavoratori e delle
lavoratrici, degli anziani e dei giovani ad essere sconvolta, ma tutto l'ambiente
che ci circonda.
Abbiamo presente la lotta contro le escavazioni nei bacini di Biforco e Renana,
una lotta per la salvaguardia dell'ambiente e per tutelare la salute di tutti.
Come ci ricordiamo di quando, durante una Festa, abbiamo fatto pubblicamente
le nostre scuse ai giovani di Forno che gestiscono il campo sportivo per non
aver rispettato fino in fondo gli impegni. Le loro immediate e vivacissime
proteste per aver disposto la brace in un angolo ma, comunque, all'interno
del campo, ci fecero meglio comprendere quanta importanza abbiano la parola
data e gli impegni assunti e quanto fosse, per loro, importante il campo sportivo.
Cosa, d'altra parte, confermata ancora oggi: sappiamo dello sforzo dei giovani
nella pulizia e nello sgombero del campo per svolgere, anche quest'anno, il
Torneo di calcio.
La posta in gioco è alta: riguarda la nostra vita, la nostra salute. Si tratta
di giocare, o di iniziare a giocare, una "partita" contro chi opprime, sfrutta,
devasta, avvelena o semplicemente lascia andare le cose allo sfascio, una
partita che passa anche attraverso la difesa di un campo sportivo. La difesa
del proprio campo sportivo per le partite di calcio, come per tutte le attività
e le iniziative importanti per gli abitanti di Forno, necessita di una forza
ancora superiore di quella, pur preziosa, delle decine di compagni e compagne
che, siamo sicuri, anche quest'anno sarebbero stati/e di grande aiuto nello
svolgimento di una Festa ancora più bella e partecipata.
Un numero sempre maggiore di lavoratori e lavoratrici sostiene che dobbiamo
usare la testa e il cuore. Non importa se si vive in una grande città
o in un piccolo paese, se si difende la salute o l'art.18, se si lotta per
il lavoro o per la pace, se si salvaguarda l'ambiente o un campo sportivo,
sempre la testa e il cuore dobbiamo usare e usarli bene a partire da
noi stessi.
27 luglio 2004
i compagni e le compagne di Linearossa
Solidarietà agli operai
e alle operaie, ai delegati
e alle delegate espulsi/e
e sospesi/e dalla Fiom alla Piaggio
Bene hanno fatto i lavoratori e le lavoratrici che, con il presidio e gli scioperi, hanno già espresso la loro solidarietà ed il loro sostegno
Le motivazioni con le quali la Commissione di Garanzia
della Cgil ha espulso 11 lavoratori (dei quali uno della Filcams) e ne ha
sospesi 5 per un anno dalla Fiom sono riportati nella lettera loro inviata:
"mancanza di spirito di collaborazione", tentativo di "creare una
contrapposizione all'interno della Fiom" e "fornire una cattiva immagine"
del sindacato agli occhi dei lavoratori. Al di là di cosa scrive la Cgil,
la realtà è che queste avanguardie di fabbrica sono state per un intero decennio
una spina nel fianco dei padroni e della concertazione sindacale per aver
promosso e organizzato, con grande determinazione e senso di responsabilità,
esponendosi anche in prima persona, iniziative di lotta e scioperi contro
la "fabbrica integrata", in difesa delle condizioni di lavoro di tutta la
classe operaia Piaggio, fino ad essersi battuti nel recente referendum contro
l'accordo integrativo che prevedeva, tra l'altro, l'introduzione del sabato
lavorativo obbligatorio. Un accordo che ha diviso in due la fabbrica e che,
senza l'assenso dei colletti bianchi, sarebbe stato respinto.
Inoltre, è bene ricordare, l'accanimento con cui il padrone ha agito contro
Corrado (tra l'altro uno degli espulsi) per relegarlo prima in un reparto
confino, e per poi cacciarlo dalla fabbrica.
La verità è che la Cgil ha colpito una risorsa preziosa per i lavoratori e
le lavoratrici Piaggio ed ha esposto ancora di più queste avanguardie alla
rappresaglia padronale. Se qualcuno pensa, anche con questo provvedimento,
di ostacolare la resistenza degli operai Piaggio al peggioramento delle condizioni
di lavoro e di vita (supersfruttamento, maggiore flessibilità, etc.), siamo
convinti che si sbagli di grosso, come siamo altrettanto convinti che abbia
alzato un masso che gli ricadrà sui piedi.
Il trasferimento e l'allontanamento dalla fabbrica di Corrado, uno dei delegati
più combattivi e preparati, fu una grave perdita per la classe operaia, ma
è altrettanto vero che quella vicenda rafforzò le avanguardie esistenti e
ne fece nascere di nuove. Vergognoso è anche il modo con il quale la Cgil
ha deciso di attuare questa vera e propria epurazione, a pochi giorni dalle
ferie, nelle migliori tradizioni dei padroni che, quando hanno potuto, hanno
atteso periodi di ferie per licenziamenti politici, ristrutturazioni, cassa
integrazione, etc. con l'obiettivo di ostacolare e rallentare la risposta
dei lavoratori. Tentativo in parte già fallito, in quanto la mobilitazione
dei propri compagni di lavoro non si è fatta attendere.
La solidarietà ed il sostegno agli operai ed alle operaie colpiti/e devono
essere ampi e allo stesso tempo intensificati, anche in questi giorni di ferie,
per respingere al mittente una simile provocazione.
02/08/2004
Linearossa e Assemblea Nazionale Anticapitalista
CONTRO
L'OCCUPAZIONE IMPERIALISTA
A
FIANCO DELLA RESISTENZA IRACHENA
Bombardamenti, imboscate, torture, rapimenti e decapitazioni.
Niente e nessuno è risparmiato dalla carneficina in atto in Iraq, scatenata
dall'invasione imperialista. Una guerra atroce e senza esclusione di colpi,
come tutte le guerre. E che non fa alcuna differenza tra militari e civili,
mercenari e "volontari", tra forze armate e "organizzazioni non governative",
tra arabi e "stranieri". In questo contesto, l'emozione per la sorte delle
due "Simone" e la naturale solidarietà umana verso le loro famiglie, non possono
comunque sviare da quella che è la cruda realtà e le conseguenti responsabilità.
Tutto quello che sta accadendo in Iraq era largamente prevedibile prima dell'invasione
e ora è chiara la malafede di chi professava improbabili trionfi della "democrazia",
per coprire quella che è una sporca guerra a fini di lucro, scatenata
dai guerrafondai made in Usa. Non passa giorno in Iraq senza che le
truppe d'occupazione non compiano raids che lasciano al suolo numerosi morti
e feriti iracheni, per lo più civili, che dai mass media di regime vengano
contabilizzati come semplici "effetti collaterali".
E non passa giorno senza che la Resistenza irachena colpisca le forze occupanti,
inferendo duri colpi che le danno più forza, facendo ingoiare al nemico le
sue iniziali e imprudenti dichiarazioni di vittoria. Di fronte a queste difficoltà
la risposta degli Usa è rappresentata dall'escalation dei bombardamenti e
della "guerra sporca".
Una guerra sporca che sul fronte mesopotamico calca sull'equazione "resistenza=terrorismo",
in nome della quale si compiono massacri indiscriminati, come la recente mattanza
attuata con il bombardamento delle roccaforti della Resistenza (Falluja, Najaf,
Samarra, Tal Afar … ), per poi impedire l'accesso ai soccorsi e applicando
la tortura dei prigionieri come prassi sistematica. Mentre negli stessi paesi
imperialisti mira a neutralizzare il movimento contro la guerra, ad isolarne
le componenti antimperialiste attraverso la loro criminalizzazione e a creare
un clima di caccia alle streghe contro gli immigrati, in particolare arabo-mussulmani.
Un disegno politico-militare di disarticolazione della Resistenza arabo-irakena
e dei movimenti di opposizione alla guerra che risulta evidente attraverso
vari fattori. La sbandierata "lotta al terrorismo", infatti, rappresenta il
cavallo di troia con il quale i vertici del potere imperialista ingaggiano
la loro guerra permanente contro i popoli del mondo e, al tempo stesso, rappresenta
la foglia di fico di quei sedicenti oppositori della guerra che, sbandierando
ipocritamente la non violenza come metodo di "lotta" vincente, confondono
le acque tacciando da "terrorista" chiunque imbracci un'arma contro gli occupanti
- imperialisti, sionisti o reazionari che siano - ed i loro collaborazionisti.
La resistenza armata della guerriglia irakena, evidentemente disturba non
solo l'attuale governo di guerra berlusconiano, ma anche la posizione della
"sinistra alternativa" in doppiopetto. Quanto sta accadendo nel nostro paese
conferma le trame di tale disegno. Le strumentali dichiarazioni del presidente
della Camera Casini all'indomani del sequestro delle due "Simone", che ha
tuonato dicendo di "non voler più sentire parlare di resistenza", l'hanno
ampiamente confermato. Così come il vergognoso vertice di Palazzo Chigi tra
maggioranza e "opposizione" svoltosi l'8 settembre, che ha visto i segretari
dei partiti che a maggio avevano - a malincuore - votato per il ritiro delle
truppe, correre in soccorso del governo Berlusconi, cogliendo il propizio
appiglio patriottico della salvezza delle due "connazionali" per riciclarsi
in senso imperialista, la dice lunga sull'etica e la morale di questi signori.
Puzza di marcio e di razzista il senso di "responsabilità patriottica" del
centro-sinistra, che ha portato Berlusconi e quant'altri a ribadire che l'Italia
rimarrà in Iraq a tempo indeterminato; un ipocrita senso di "solidarietà nazionale"
che si sta consumando mentre centinaia d'iracheni - ovviamente "vittime di
serie B" per questi "patrioti" - perdono la vita sotto i bombardamenti Usa
da Sadr City a Falluja. Un senso di oggettiva - ad esser generosi… - compartecipazione
al disegno imperialista che ha indotto Bertinotti a dichiarare che si "impone
una gerarchia di valori per cui al primo posto c'è la salvezza delle due volontarie…
e la lotta al terrorismo", e che quindi la richiesta del ritiro delle
truppe dall'Iraq può aspettare. Bertinotti, con simili prese di posizione,
scade in una forma di razzismo nel senso che la vita delle due italiane avrebbe
ben altro valore rispetto a quella delle decine di migliaia di iracheni, fin
qui morti grazie alla guerra condotta dalle truppe d'invasione. A nostro avviso
i comunisti, i rivoluzionari, i sinceri democratici e coloro che hanno a cuore
la Pace, debbono dare un valore unico e massimo alla vita umana, non facendo
ignominiose differenze di passaporto o di latitudini di nascita. Un clima
da "solidarietà nazionale", questo, che assomiglia sempre più all'ennesimo
inciucio bipartisan filoimperialista. Forse non si saprà mai come siano veramente
andate le cose in questa ennesima, oscura vicenda, ma alcuni fatti sono incontrovertibili.
Di sicuro c'è una gravissima responsabilità politica che pesa su chi, dentro
il Ministero degli Esteri, nell'Ambasciata d'Italia a Baghdad, nei servizi
di sicurezza e anche nelle "organizzazioni non governative", avrebbe dovuto
valutare l'opportunità di mantenere nel vaso di Pandora iracheno persone come
Baldoni o le due "Simone", inviate alla stregua di dilettanti allo sbaraglio
o, peggio ancora, come carne da macello, alla mercè di eventi macroscopicamente
più complessi delle loro capacità di comprensione. Tanto più grave è poi la
responsabilità di questi "patrioti", se si prende in considerazione il fatto
che non hanno saputo - o voluto?- prendere in seria considerazione l'avvertimento
lanciato, sotto forma di razzi RPG verso le sedi di "Un ponte per…"
e di "InterSOS", solo pochissimi giorni prima del rapimento.
In questo quadro torbido e drammatico, pensiamo che non sia un caso che l'amministrazione
yankee abbia piazzato Negroponte come nuovo ambasciatore Usa in Iraq. Questo
signore, che impartisce gli ordini al fantoccio Allawi e che è di fatto il
reale capo del governo irakeno, si è formato nella lotta contro la rivoluzione
sandinista e la guerriglia salvadoregna, ed è uno dei massimi esperti di controguerriglia
e stragismo della Casa Bianca.
Un altro tassello utile, quindi, nella strategia di chi vuol far passare la
resistenza armata irachena per "terrorismo" e i veri terroristi (le forze
occupanti) come dei liberatori. E, intrappolandolo, si vuole far abbracciare
la "lotta al terrorismo" al movimento contro la guerra per confonderlo ed
inquinarlo, per isolare i settori più coerenti che dell'antimperialismo e
dell'anticapitalismo fanno la loro bandiera di lotta e mobilitazione, per
governare al meglio un fronte interno già ricco di tensioni politiche, economiche
e sociali e che stanno alla base delle recenti lotte che hanno investito luoghi
di lavoro e territori. Tutto questo mentre si occupa un Paese che non vuole
essere né occupato, né saccheggiato, né martoriato.
I fatti dicono che il prezzo pagato dal popolo e dalla Resistenza irachena
nella guerra contro gli occupanti è altissimo. Secondo una recente e "prudente"
stima della Human Rights Organization, dall'inizio del conflitto sarebbero
oltre 30.000 le vittime irachene, mentre 80.000 le persone imprigionate. Quindi
si può affermare che per ogni militare Usa ucciso (le stime, calmierate dagli
alti comandi Usa, parlano di oltre 1.000 militari uccisi), 30 irakeni
hanno pagato con il proprio sangue e 80 con il carcere, subendo (come
documentato) persino sevizie e torture. La sedicente democrazia a stelle e
strisce, o meglio il terrorismo imperialista, ha argomenti da vendere
anche al nazismo in quanto ad atrocità e crudeltà. Per tutto ciò il movimento
contro la guerra non deve cedere all'emotività e farsi trascinare nella trappola
della "solidarietà patriottica antiterrorista", facendosi distogliere dai
suoi contenuti politici e da quella che è la soluzione più idonea a risparmiare
lutti e sacrifici a tutti: la fine dell'occupazione imperialista dell'Iraq.
Bisogna mobilitarsi per agire contro i veri responsabili di questa guerra
coloniale, che stanno seminando terrore e morte nella popolazione irakena.
I Bush, i Blair, i Berlusconi sono solo l'immediata rappresentazione politica
del vero terrorismo, l'oligarchia finanziaria che sta alle loro spalle è il
vero problema da affossare assieme al loro marcio sistema d'oppressione e
di sfruttamento. La falsa "opposizione" è la loro squallida ombra.
CONTRO L'IMPERIALISMO A FIANCO DELLA RESISTENZA ARABO-IRACHENA
FINE DELL'OCCUPAZIONE IMPERIALISTA E SIONISTA DELL'IRAQ E DELLA PALESTINA
Assemblea Nazionale Anticapitalista - Linearossa
25 Settembre 2004
Quanto accaduto a Matteo deve essere di insegnamento
Lunedì 8 novembre Matteo
Valenti, un giovane di 23 anni, è stato investito dalle fiamme dell'incendio
sviluppatosi nel capannone dell'azienda "Mobiliol" di tale
Pietro Martinelli, dove stava lavorando praticamente da solo e solo
da un mese, nel reparto produzione di cera per pavimenti.
Matteo ha riportato ustioni gravissime sul 90-95% del corpo, è stato
ricoverato nel reparto grandi ustionati dell'Ospedale di Sampierdarena a
Genova, dopo 4 giorni è morto.
Il popolo di Viareggio si è recato a salutare, pieno di dolore, un suo
ragazzo alla Croce Verde ed ai funerali di lunedì 15. Alla Croce Verde era
presente, assieme a tanti altri, uno scritto: ."Penso che il destino a
volte ci giochi dei brutti tiri e che spesso non sia facile farsene una
ragione ... ognuno di noi trarrà un insegnamento da questo per
rendersi migliore 0.0 Lui vorrebbe
così".
Il dolore, lo sconforto, la speranza (appesa ad una macchina) che potesse
farcela, ci hanno impedito di dire la nostra. Dopo quanto scritto dai
giornali, quanto sentito in giro, ci preme far conoscere il nostro
punto di vista.
.
I fatti si possono raccontare anche in poche righe, ma quante ne
occorrerebbero per descrivere l'immenso dolore dei familiari, dei suoi cari
amici, dei cittadini che hanno affollato la camera ardente ed hanno
partecipato ai funerali di Matteo? E per quanto bisognerebbe moltiplicare
questo dolore?
Quanti sono i morti e gli incidenti gravi sul lavoro?
Pensiamo a Matteo come dobbiamo pensare al dolore dei familiari di Alaya
Mohamed, giovane tunisino anche lui 23enne, morto in un cantiere edile a
Torano, nel comune di Carrara, tre giorni prima dell'incidente a Matteo, per
il crollo di un muro della casa in cui stava lavorando. TI dolore dei
familiari che ricevono la notizia là, in quei paesi dove il dolore è di
casa, giorno e notte per tutto l'anno. Come dobbiamo pensare al giovane
albanese di 25 anni che a Forte dei Marmi, lo stesso giorno dei funerali di
Matteo, è rimasto schiacciato sotto quintali di materiale mentre stava
lavorando in una villa ed ora rischia di perdere una gamba.
Anche la morte del giovane tunisino e il gravissimo incidente del giovane
albanese sono annunciati dal lavoro in nero, in subappalto, dalla
mancanza di norme sulla sicurezza e di esperienza per fare lavori così nocivi
e pericolosi. Continuare a dire "basta" non serve, occorre
ben altro!
Caro/a amico/a di Matteo che scrivi di destino e fatalità, queste morti non
sono tutto del destino o della fatalità. Come potrebbero pensarlo i
lavoratori che ogni giorno si recano al lavoro con la spada di Damocle sulla
testa? Lavoriamo in condizioni disumane, per un sistema costruito sullo
sfruttamento, sulla precari età e sull'insicurezza, che i lor signori vogliono
farci credere naturale e giusto, ma così non è!
Chiediamolo ai lavoratori dell' edilizia, del marmo, delle cave, dei cantieri
navali, dei trasporti... a quanti, per anni e a loro insaputa, hanno lavorato
a contatto con l'amianto: i loro corpi non sono stati divorati dalle fiamme o
massacrati dal crollo di mura, ma distrutti giorno per giorno dal cancro.
Matteo era uno di noi, un giovane operaio, un figlio del popolo. Non dobbiamo
permettere che i nostri figli muoiano così.
Se qualcuno al lavoro o a scuola ci dirà di stare zitti e lavorare o
studiare, ricordiamoci di Matteo!
Se ci diranno di non lottare, di divertirei e non pensare a certe cose,
pensiamo a Matteo!
Qualcuno più autorevole e credibile di noi ha scritto "o socialismo o
barbarie!"
Questo è quello che pensiamo noi: la morte di Matteo è una barbarie.
Le morti sul lavoro sono un
crimine contro l'umanità
A
fianco dell'eroica Resistenza del popolo iracheno contro l'invasione e
l'occupazione imperialista
Crimini di guerra e contro l'umanità sono i mezzi delle forze di occupazione,
sottolineati dalle esecuzioni sommarie di feriti inermi e dal divieto alle
organizzazioni umanitarie di portare aiuto alle vittime e alla popolazione
intrappolata nella città occupata, ma non controllata. Nell'evidente timore
che queste rivelino al mondo le nefandezze di cui sono capaci i
"civili" stati imperialisti pur di mettere le mani su un Paese da
essi indipendente.
nonostante
tanti combattenti siano morti sotto il fuoco
dei bombardamenti e dei carri armati americani,
la Resistenza resiste!!!
I fatti dicono che il prezzo pagato dal popolo e dalla Resistenza irachena
nella guerra contro gli occupanti è altissimo. Secondo una recente e prudente
stima fatta negli stessi Usa sarebbero più di 100.000(!) le vittime irachene
e molte di più le persone imprigionate. Quindi si può affermare che per ogni
militare occupante Usa ucciso (le stime calmierate dagli alti comandi Usa,
parlano di 1300 militari uccisi), 80 iracheni hanno pagato con il loro sangue
e 100 con il carcere, subendo (come documentato) sevizie e torture. La
sedicente democrazia a stelle e strisce ha argomenti da vendere anche
al nazismo in quanto a atrocità e crudeltà.
Mobilitarsi ed organizzare iniziative contro i veri responsabili di questa
guerra, che sta seminando terrore e morte nella popolazione irachena.
Partecipare attivamente ad ogni iniziativa promossa sul territorio a sostegno
della Resistenza irachena. I Bush, i Blair, i Berlusconi sono solo l'immediata
rappresentazione politica del vero terrorismo, l' oligarchia finanziaria delle
multinazionali è il vero problema, da affossare assieme alloro marcio sistema
d'oppressione e di sfruttamento.
Per
Paolo Dorigo
Il compagno Paolo Dorigo, in carcere dal '93
ed attualmente rinchiuso in quello di Spoleto, in sciopero della fame ad
oltranza dal 22 settembre, ha già perso oltre 20 kg. e
sta morendo.
Paolo è stato condannato a 13
anni e mezzo di carcere per "associazione con finalità di
terrorismo" con l'accusa di aver lanciato un ordigno contro la base
militare Usa di Aviano nel '93.
13 anni e mezzo per un ordigno contro la base di
Aviano ( tra l'altro, Paolo si è sempre dichiarato non partecipe al
fatto) a scopo dimostrativo e assoluzione piena, per fare un solo esempio
pertinente, agli autori della strage impunita del Cermis, quando il 3 febbraio
'98 un aereo da guerra dei marines di stanza proprio ad Aviano tagliava
i cavi della funivia provocando la caduta di una cabina e la morte di venti
persone.
Il 4 marzo '99, la Corte marziale Usa assolve il capitano pilota
perché "non colpevole "; si era avvalso dei trattati
internazionali per evitare il processo in Italia.
La giustizia
è, appunto, di classe!
Da 11 anni Paolo è in carcere! Per 11 anni ha sempre rivendicato
la sua militanza di comunista e protestato contro le condizioni di detenzione,
e per questo ha subito violenze psicologiche e fisiche, torture, trasferimenti
ed ogni tipo di provocazione e di sopruso.
La stessa commissione dell'Unione Europea, già dal '98,
ha accolto il ricorso per un nuovo processo, ritenendo quello svolto nel '94
non in sintonia con il principio del "giusto processo ".
Denunciamo questa situazione e rivendichiamo la scarcerazione di Paolo.
Solidarietà
e sostegno al compagno Paolo!
Trasformare la solidarietà di classe in
coscienza rivoluzionaria!
Per comunicati ed altro: contatti@paolodorigo.it